Isis, al-Baghdādī e il Califfato che non c’è

Carovana di pellegrini a Ramleh, manoscritto maqâmât di al-Harîrî, 1236-1237, Parigi, Bibliothèque nationale de France, Arabe 5847, fol. 94v.
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La restaurazione propagandistica di un ipotetico califfato in area mediorientale eccita da settimane gli animi omologati dei media internazionali. Al di là dell’utilità della notizia per le reciproche strategie di marketing, però, appare sempre più inconsistente la reale esistenza di una simile entità politico-religiosa in area siro-irachena.

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Califfato: alle radici di un revanscismo ottomano

Ivan Konstantinovič Ajvazovskij, Panorama di Costantinopoli (particolare), 1856, collezione privata.
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«La nostra nazione islamica ha assaggiato tutto questo per più di 80 anni di umiliazioni e disgrazie. […] Ma quando dopo 80 anni la spada si è abbattuta sull’America, l’ipocrisia ha rialzato la testa compiangendo quegli assassini». Così si esprimeva nel 2001 l’ormai quasi obliato Osāma bin Lāden dopo il crollo delle torri del World Trade Center di New York.

All’epoca furono in pochi a cogliere, in quella doppia menzione temporale, un riferimento al primo periodo postbellico, ed in particolare alle complesse fasi del definitivo disfacimento dell’Impero ottomano, ancora oggi pietra miliare nel dipanarsi dell’orizzonte politico-religioso di una parte del mondo islamico.

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Isis, Isil, Is: il rebranding del terrore

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Nell’approcciarsi alla realtà del Califfato affacciatosi sulla scena mediorientale, le difficoltà linguistiche appaiono quasi scontate, tanto più considerato il generale appiattimento dei media italiani sul tramite della terminologia anglosassone, particolarmente affezionata agli acronimi. È questo elemento che, unitamente al ruolo giocato nelle azioni del Califfato (e dell’informazione internazionale) da fattori che potremmo definire di marketing, ad aver generato il proliferare di sigle con le quali il gruppo è conosciuto: Isis, Isil, Da’ish (o Daesh), Is.

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Da Ar Raqqah a Mossul. Il ritardo genera mostri

Ar Raqqah
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Era il marzo del 2013, nel pieno delle complesse fasi della guerra civile in Siria, quando miliziani jihadisti del Fronte al-Nusra (Jabhat al-Nuṣra) conquistavano la città di Ar Raqqah alle truppe lealiste del presidente Baššār al-Asad. Nel maggio 2013, mentre ancora Stati Uniti ed Europa discutevano di un possibile intervento militare in Siria contro al-Asad e all’ONU si cercavano senza successo prove tangibili su chi avesse realmente impiegato armi chimiche contro la popolazione, il controllo della città passava agli jihadisti dell’Isil (Is).

Da allora ad Ar Raqqah l’Isil ha messo in scena il devastante copione che nelle ultime settimane la grande platea internazionale ha imparato a conoscere nel teatro di Mossul. I miliziani dell’Isis si sono resi autori di distruzioni materiali, violenze ed esecuzioni sommarie ai danni degli appartenenti alle minoranze religiose residenti in città. Fra essi figurano gli Alauiti, ritenuti collaborazionisti del presidente Baššār al-Asad, egli stesso alauita, i musulmani sciiti e naturalmente i membri della locale comunità cristiana.

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Mossul ferita. Le persone, la memoria

Vittore Carpaccio, San Giorgio e il drago, 1502, Venezia, Scuola di San Giorgio degli Schiavoni.
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Mentre al ritmo del tamburino statunitense anche l’Occidente sembra essersi accorto della tragica situazione mediorientale, nella sua avanzata pressoché indisturbata il Califfato dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) sta travolgendo vite e memorie.

Ricchissima di storia e sede di una delle più antiche comunità cristiane dell’Iraq e dell’intero Medio Oriente, Mossul – nome arabo della biblica Ninive, capitale assira, il cui sito storico sorge di fronte all’attuale centro abitato, sull’altra sponda del Tigri – figura tra le città più gravemente colpite dall’attuale conflitto.

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Mossul, jizya e l’indifferenza dell’Occidente

Crocifisso
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Nella sostanziale indifferenza fattiva della gran parte delle potenze mondiali e dei maggiori media nazionali ed internazionali, la sorte dei cristiani d’Iraq, fra i quali spiccano gli appartenenti alla comunità di Mossul, nel nord del Paese, appare ogni giorno sempre più appesa ad un filo, in molti casi già spezzato.

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