Isis, al-Baghdādī e il Califfato che non c’è

Carovana di pellegrini a Ramleh, manoscritto maqâmât di al-Harîrî, 1236-1237, Parigi, Bibliothèque nationale de France, Arabe 5847, fol. 94v.
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La restaurazione propagandistica di un ipotetico califfato in area mediorientale eccita da settimane gli animi omologati dei media internazionali. Al di là dell’utilità della notizia per le reciproche strategie di marketing, però, appare sempre più inconsistente la reale esistenza di una simile entità politico-religiosa in area siro-irachena.

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Isis, Isil, Is: il rebranding del terrore

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Nell’approcciarsi alla realtà del Califfato affacciatosi sulla scena mediorientale, le difficoltà linguistiche appaiono quasi scontate, tanto più considerato il generale appiattimento dei media italiani sul tramite della terminologia anglosassone, particolarmente affezionata agli acronimi. È questo elemento che, unitamente al ruolo giocato nelle azioni del Califfato (e dell’informazione internazionale) da fattori che potremmo definire di marketing, ad aver generato il proliferare di sigle con le quali il gruppo è conosciuto: Isis, Isil, Da’ish (o Daesh), Is.

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Da Ar Raqqah a Mossul. Il ritardo genera mostri

Ar Raqqah
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Era il marzo del 2013, nel pieno delle complesse fasi della guerra civile in Siria, quando miliziani jihadisti del Fronte al-Nusra (Jabhat al-Nuṣra) conquistavano la città di Ar Raqqah alle truppe lealiste del presidente Baššār al-Asad. Nel maggio 2013, mentre ancora Stati Uniti ed Europa discutevano di un possibile intervento militare in Siria contro al-Asad e all’ONU si cercavano senza successo prove tangibili su chi avesse realmente impiegato armi chimiche contro la popolazione, il controllo della città passava agli jihadisti dell’Isil (Is).

Da allora ad Ar Raqqah l’Isil ha messo in scena il devastante copione che nelle ultime settimane la grande platea internazionale ha imparato a conoscere nel teatro di Mossul. I miliziani dell’Isis si sono resi autori di distruzioni materiali, violenze ed esecuzioni sommarie ai danni degli appartenenti alle minoranze religiose residenti in città. Fra essi figurano gli Alauiti, ritenuti collaborazionisti del presidente Baššār al-Asad, egli stesso alauita, i musulmani sciiti e naturalmente i membri della locale comunità cristiana.

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Mossul, jizya e l’indifferenza dell’Occidente

Crocifisso
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Nella sostanziale indifferenza fattiva della gran parte delle potenze mondiali e dei maggiori media nazionali ed internazionali, la sorte dei cristiani d’Iraq, fra i quali spiccano gli appartenenti alla comunità di Mossul, nel nord del Paese, appare ogni giorno sempre più appesa ad un filo, in molti casi già spezzato.

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