Mario Raffaelli: pace non è esito di una buona predicazione, ma della costruzione di un contesto di dialogo. In Mozambico così come in Ucraina

nonna e nipote in fuga dalla città Berdyansk, occupata dalle forze russe, 7 novembre 2022. © Anatolii Stepanov/AFP
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Un servizio, prima ancora che una mediazione. «Manifestare interesse, vicinanza, ascolto, perché il conflitto possa trovare percorsi di pace». È questa la chiave interpretativa del proprio ruolo suggerita dal card. Matteo Maria Zuppi nella veste di inviato del Santo Padre per «allentare le tensioni nel conflitto in Ucraina». Sembra fargli eco il coordinatore del team di mediatori di cui faceva parte anche Zuppi in Mozambico all’inizio degli anni ’90, Mario Raffaelli: «Qualsiasi accordo diventa praticabile e realistico solo quando le parti in causa ritengono preferibile perseguire i propri interessi con il dialogo, anziché con la violenza». L’intervista.

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Quel che resta di una zattera

La Barca, Safet Zec
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Sofferenza e speranza. Tutta l’esperienza delle migrazioni è racchiusa fra questi due estremi. Difficile comprendere, anche con se stessi, se le cose più care sono quelle che ci si è lasciati alle spalle oppure l’essenziale che si stringe a sé nel viaggio. Talvolta, quando si sente che la propria vita sta andando in pezzi, rimane solo una zattera a cui aggrapparsi. Una fragile barriera fra il cielo e l’acqua, fra la vita e la morte.

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