Dentro Expo. La tecnologia e l’altare: l’umanità al tavolo

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L’antidoto all’indifferenza è l’umanità radunata attorno ad una tavola. Anche multimediale. Simbolismo e tecnica di uno dei veicoli del messaggio della Santa Sede ad Expo Milano 2015. Con l’altare al centro.

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La presenza della Santa Sede ad Expo Milano 2015 farà da contrappunto sul tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita” non solo dando voce e spazio alle periferie esistenziali e materiali del mondo, ma valorizzando altresì le dimensioni spirituale, comunitaria e lavorativa del concetto di nutrizione. In questo senso, il cibo smette di essere soltanto soddisfacimento materiale del singolo, aprendosi alla convivialità, alla condivisione e, in ultima analisi, all’umanità intera.

L'interno del Padiglione Expo della Santa Sede. Al centro, il tavolo multimediale
L’interno del Padiglione Expo della Santa Sede. Al centro, il tavolo multimediale.

La Santa Sede ha scelto di rappresentare questa idea di comunità dedicando lo spazio centrale del proprio padiglione ad un tavolo, multimediale ed interattivo, nel quale alcuni dei tavoli rappresentativi delle attività e dei momenti della vita dell’uomo confluiscono nell’unica tavola della comune appartenenza umana.

La superficie del tavolo multimediale, suddivisa in 28 sezioni (ognuna della larghezza di 80 centimetri e disposte su due file), offre ai visitatori altrettante postazioni interattive, sulle quali una serie di proiettori posizionata sopra il tavolo, all’incrocio delle due semivolte del Padiglione, proietta scorci di esistenza e di lavoro, a rappresentare singoli ambienti di vita, con l’aspirazione di sintetizzare la varietà del mondo, pur mantenendone la complessità e l’interazione.

Nei filmati, attivati dagli stessi visitatori grazie a sensori di prossimità, si dipanano visioni in soggettiva di diverse attività umane, in un sistema di narrazione non lineare ottenuto tramite diverse tecniche filmiche (filmato, animazione stop-motion, pixilation, etc.). La resa complessiva della multimedialità del tavolo è arricchita dalla capacità di interazione tra filmati di settori vicini, aprendo ad una fruizione conviviale in grado di tradurre in tecnologia le esperienze su cui si fonda il complesso sistema di interdipendenza alla base del vivere umano.

Il tavolo, in molte parti del mondo luogo di nascita e di morte, simbolo della comunità che vi si raccoglie attivamente attorno, diviene quindi rappresentazione della varietà e pienezza dei significati che esso può assumere. Uscendo da una dimensione che lo vuole come mero elemento di arredo o di appoggio, il tavolo diviene tavola della cucina familiare, desco della mensa, ripiano del vasaio e del vivaista, terrario denso di simbologia, scrivania d’alienazione, appoggio dello studio e della legge, luogo del gioco e della vanità, ma anche della generosità moltiplicante, del sacrificio e della celebrazione eucaristica.

Al centro dell’installazione è posto l’altare. In esso convergono e si sacralizzano le diverse attività umana: il pasto diviene Eucaristia, la cura del corpo cura dell’anima, lo studio assurge a lettura e ascolto della Parola, la legge degli uomini cede il passo alla Legge di Dio, l’immaginazione dei fanciulli è sublimata in stupefatta contemplazione del Mistero della fede. Di fronte alla sezione dell’altare è posta quella dell’offerta, resa simbolicamente attraverso il deposito di una variegata serie oggetti – dall’incenso agli origami – di valore più culturale che economico e di chiaro rimando identitario e al tempo stesso globalizzante.

Potendo attivare una sola postazione alla volta, il singolo visitatore inevitabilmente può vedere soltanto una piccola porzione della complessità dei filmati, nonché simbolicamente soltanto una tessera del complesso mosaico di interazioni della comunità umana. In questo senso la modalità di fruizione influisce in maniera significativa sul contenuto, che si estende o si limita, interagisce o si ferma. La complessità dell’interazione dipende dunque dagli stessi spettatori: più persone si raccolgono attorno al tavolo, più esse hanno la percezione di far parte di una comunità articolata. Una complessa resa tecnica, che veicola la rappresentazione dell’interazione e dell’interdipendenza di realtà soltanto in apparenza estranee le une alle altre.

Temi fondanti appaiono dunque quelli del dialogo e della collaborazione, nel richiamo alla necessità di guardare oltre un orizzonte esistenziale e lavorativo che sia meramente proprio, prendendo coscienza di come l’agire e lo stesso esistere di ogni persona influiscano sui “mondi altrui”, anche laddove questi appaiono apparentemente lontani. Un concetto che nella grande platea globale sembra emergere – e per giunta parzialmente – soltanto in occasione degli eventi più clamorosi, dalle brutalità dell’Isis al recente terremoto che ha sconvolto il Nepal. Anche in quelle occasioni ha comunque il sapore di un senso di comunità di breve durata, che cede quasi immediatamente il passo alle tenebre di una obliante assuefazione – alla violenza, alla tragedia, al male – e che su alcune tematiche, come la fame nel mondo, sembra sempre meno in grado di smuovere coscienze sazie di indifferenza.

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