Ugo e Caterina: costruttori di ordine e profeti di fuoco in un tempo senza orizzonte

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Tre secoli, due medioevi, ma un solo orizzonte. Quello che manca al nostro tempo.

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C’è un’illusione molto diffusa, e molto comoda: quella che il medioevo sia un blocco compatto, una notte uniforme prima dell’aurora del rinascimento, abitata da una sola idea di mondo. In realtà, nel medioevo convivono diversi temperamenti profondi, diversi “modi di stare” che continuano ad interrogarci. Ad incarnarli con straordinaria intensità sono anche due figure che la storia separa di quasi tre secoli, ma che sono convocate insieme nella nostra inquietudine contemporanea: Ugo di Cluny e Caterina da Siena.

Il medioevo della pietra

Ugo di Cluny (1024-1109) diventa abate a venticinque anni e lo rimane per sessantaquattro. In un’epoca in cui la vita è breve e convulsa, anche per papi e imperatori, Ugo costruisce con una pazienza che ha qualcosa di biblico. Cluny III, la grande basilica che fa erigere a partire dal 1088, sarà per mezzo millennio il tempio più grande della cristianità. Un segno: della preghiera come architettura del mondo e dei monaci come contrafforte che impedisce a quest’ultimo di crollare.

Il medioevo di Ugo di Cluny è il tempo lungo del sacro che dà anima alla struttura. La liturgia, la gerarchia ordinata, la pietra posata sulla pietra sono una risposta al caos. Dio agisce attraverso la forma, la durata, la struttura che resiste. Il tempo è dalla parte di Dio perché Dio è fuori dal tempo.

Caterina e il medioevo del fuoco

Caterina di Jacopo di Benincasa (1347-1380) nasce in una Siena devastata dalla peste, ventiquattresima figlia di un tintore. Senza una formazione sistematica, né i titoli – o il sesso – che danno diritto alla parola pubblica, si rivolge a papi e re con un’autorità che stupisce ancora oggi e che non le deriva dal rango, ma dal vedere ciò che gli altri non possono continuare a ignorare.

Il suo medioevo è il tempo della profezia e dell’urgenza: laddove Ugo aveva costruito sui secoli, Caterina parla a un’epoca in cui ogni ora sprecata è sangue versato, anime perdute, Cristo nuovamente crocifisso nelle piaghe del suo corpo ecclesiale. «Siatemi uomo virile, e non timoroso», scrive Caterina a papa Gregorio XI, prigioniero ad Avignone delle comodità francesi e delle convenienze politiche, ma è come lo scrivesse ad ogni uomo che conservi un poco di potere in corpo.

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E il corpo – anzitutto il proprio – è per Caterina il campo teologico per eccellenza. Le stigmate invisibili, il digiuno spinto all’estremo, il dolore fisico vissuto come partecipazione alla sofferenza di Cristo. Caterina edifica la propria basilica a partire dalla pietra d’angolo: scartata, ferita, segnata.

Ugo e Caterina, oggi

Se molto separa Ugo da Caterina, ciò che li accomuna è la maniera di vivere il proprio tempo con totalità. È questo che li rende così stranieri alla nostra epoca, eppure così utili per leggerla.

Ugo di Cluny parla oggi – con tutto il peso della pietra – a chi è tentato di gettare via le istituzioni perché deludo­no. Organismi internazionali che sembrano impotenti, alleanze che si sfalda­no, diritti che vengono violati. La risposta non sta nell’assenza di istituzioni, ma nella costruzione paziente.

C’è, qui, una lezione per l’Europa, che da quasi quarant’anni oscilla fra l’entusiasmo post-1989 e la frustrazione populista che vorrebbe smontare tutto. Le istituzioni comuni – imperfette, lente, burocratiche – sono più preziose di quanto sembrino nel momento della crisi, perché sono il prodotto di un lavoro lento di fiducia accumulata: distruggerle sarebbe rapido; ricostruirle richiederebbe generazioni.

Caterina da Siena si rivolge – con tutto il suo fuoco – a chi è tentato di fare dell’analisi il sostituto del giudizio morale: le guerre – si dice – non sono criminali, ma comprensibili in una partita che avrebbe una sua logica interna; i migranti non sono anzitutto persone, ma leva di destabilizzazione e fenomeno da gestire; le istituzioni multilaterali non sono espressioni di una ragione comune, ma arene di potere e palcoscenici di influenza. Persino le religioni entrano nella logica della potenza come identità strumentali, fattori di coesione nazionale.

Il contributo di Caterina al nostro tempo è l’ostinata, scandalosa insistenza nel dare un nome alle cose. Alla gran parte delle elaborazioni contemporanee manca questo: la capacità di dire, dopo l’analisi, ciò che è – non svantaggioso, non controproducente, ma sbagliato. Caterina non ha paura di questa parola: la pronuncia con una chiarezza che disarma.

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Incarnare il reale

Tanto per Ugo quanto per Caterina la verità è qualcosa che si abita, si vive, si paga. Il mondo attuale produce quantità straordinarie di analisi – geopolitiche, sociologiche, filosofiche, teologiche. Produce assai meno incarnazione: persone disposte a pagare di persona la coerenza tra ciò che pensano e ciò che fanno, tra i valori dichiarati e le scelte concrete. La politica si è ridotta in molti contesti a gestione dell’immagine; la diplomazia a calcolo di convenienze; persino la vita ecclesiale rischia di diventare produzione di discorso senza vita trasformata.

Nel tempo dell’analisi geopolitica, la riscoperta di un senso che risiede nell’oltre ha qualcosa di rivoluzionario: non come fuga dal reale, ma come modo più radicale di abitarlo. Il medioevo aveva per questo una parola: speranza. Non ottimismo, non resilienza, ma speranza.

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