Esatto: fama, non fame. Un errore di battitura che ancora prima è un fatto. Una lettura da un errore nelle Letture.
Si muore di fame vera, quella che svuota il corpo e i sogni in posti che l’informazione globale riconosce solo dal Pil. Si muore di fame mentre altri, non lontano, muoiono di fama: quella che si conquista, si esibisce, si cura come una pianta rara. Un altro tipo di vuoto, carnivoro, che uccide non meno dell’altro.
A suggerirlo – involontariamente – è l’ennesimo errore di battitura nella Liturgia del giorno proposta sul sito della Conferenza episcopale italiana. Lamentazioni, capitolo 2, conclusione del versetto 19, la “fame” che diventa “fama”: «…per la vita dei tuoi bambini, che muoiono di fama all’angolo di ogni strada».

Venticinque secoli dopo, l’anonimo autore di quel passo forse avrebbe davvero scritto così. La cultura dello scarto – chiara nell’orizzonte di Francesco come in quello di Leone XIV – non nasce dall’odio: piuttosto dall’indifferenza. Scorri il feed, metti un cuore sotto alla foto e passa oltre. Muoviti in superficie, scivola veloce, senza attrito, per non correre il rischio di venire preso da qualche domanda scomoda. Non serve neppure voltare la testa, è sufficiente svuotare lo sguardo.
Non basta il tragico terremoto in Venezuela per cambiare uno schema consolidato. Il sisma devasta regioni già svuotate dall’emigrazione forzata, impoverite dal collasso sociale ed economico, prive di quella rete di infrastrutture e risorse che un regime ventennale ha eroso. Non va meglio dopo la “svolta” imposta dall’amministrazione Trump: ciò che rendeva il regime un regime è ancora lì. La fama di aver cambiato le cose ha sostituito il cambiamento stesso, nella speranza che nessuno torni a chiedere il conto. Intanto, a fare i conti con le macerie, restano i bambini.
Accade così in Ucraina, dove i bambini muoiono sotto le bombe e sotto gli occhi del mondo. Perché l’Ucraina è europea, televisiva nel senso più nudo del termine: produce immagini che il circuito mediatico occidentale riconosce come proprie. O almeno la fama di queste.
In Palestina, Libano e Iran i bambini vivono e muoiono per la fama di qualcun altro dentro a macerie che erano case, scuole, ospedali. Gaza ha prodotto le immagini più trasmesse degli ultimi anni, e insieme la più grande industria di negazione della realtà che la comunicazione contemporanea abbia mai visto.
Ad Haiti si muore di fame lontano dalla fama, grazie al caos che qualcuno sceglie da anni di non affrontare. Le bande criminali controllano Port-au-Prince; i corridoi umanitari vengono bloccati, i camion saccheggiati, gli ospedali svuotati dal terrore. Nel frattempo i numeri della malnutrizione infantile superano le soglie che normalmente mobilitano il mondo, quando il mondo vuole essere mosso. Ma Haiti non lo muove. Troppo vicina agli Stati Uniti per essere libera, troppo povera per essere strategica, troppo complessa per sopravvivere all’economia dell’attenzione breve. E la complessità, in questo tempo, viene punita con l’abbandono.
Come nella Repubblica Democratica del Congo, dove i bambini muoiono in un conflitto che nel mondo ha fama di essere una “guerra dimenticata”, come se dimenticare fosse un incidente e non una scelta. Muoiono di fame, di razzie, di arruolamento forzato in milizie che combattono per minerali che finiscono nei nostri telefoni. E ora muoiono di Ebola. Non è un’accusa moralista: è una filiera. Tracciabile, come piace a noi.
La politica – e serve essere crudeli nell’analisi – ha imparato a vedere i bambini morti senza guardarli. Li nomina quando servono per costruire fama e polemica, li dimentica quando sono un ostacolo al bilancio e alla coscienza. Il dibattito sulle persone migranti, in Italia come in gran parte del Nord globale, è da anni un teatro in cui protagonisti e vittime compaiono solo come argomento: numeri e immagini ferme sulla soglia.
Nella fama del nostro tempo tutto compete con tutto: il bambino che annaspa fra onde e rovine, lo scandalo di un calciatore, la dichiarazione di un ministro, il video di un gatto che cade dal divano. L’algoritmo non ha compassione.
Ma su quella soglia rimangono i bambini. Muoiono di fame mentre noi, senza neppure accorgercene, moriamo di fama. La differenza, tra le due, è che la seconda è una morte volontaria: la scelta di esistere per essere visti invece che per guardare. Salire invece di chinarsi. Fama di essere giusti invece che fame di giustizia.
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