Già prima del 7 ottobre 2023 «gli estremisti si sentivano protetti dalle autorità, o almeno tollerati». Radicalismo, interpretazioni distorte della Bibbia, polarizzazione e interessi economici. «La più grande vittoria del male è quando riesce a contaminare la vittima».
Ci sono immagini e video virali – violenze, oltraggi – cui i social fanno da cassa di risonanza emotiva: che sia per l’informazione, l’indignazione, il fanatismo o l’indifferenza. E poi ci sono i numeri, che in maniera meno spettacolare raccontano la medesima storia. L’ultimo rapporto del Rossing Center per l’educazione e il dialogo documenta 155 casi di violenza contro i cristiani nel 2025 a Gerusalemme Est e in Israele, il 40% in più rispetto al 2024. Un fenomeno sistemico in cui si uniscono umiliazioni quotidiane e violenza esplosiva.
«Questa radicalizzazione è cominciata chiaramente nel 2023, qualche mese prima della guerra del 7 ottobre», spiega S. E. Mons. Rafic Nahra, egiziano per nascita e libanese per storia, dal 2021 vicario patriarcale per Israele e dal 2022 vescovo ausiliare di Gerusalemme dei Latini. «La reazione del governo e della polizia è stata debole».
Un soldato dell’esercito israeliano distrugge a colpi di martello un crocifisso nel villaggio cristiano di Debel, nel sud del Libano. Nella stessa località un altro militare israeliano oltraggia una statua della Vergine. Episodi che fanno il giro del mondo. Difficile parlare di casi isolati, quanto piuttosto di una grammatica ricorrente. Come li legge, Eccellenza?
Sono atti di fondamentalismo religioso. Poi, in ognuno di questi episodi, più di una persona è coinvolta, perché c’è chi commette l’atto, c’è chi lo fotografa, c’è chi lo pubblica. Quindi non sono atti così isolati. Quelli che fanno questo pensano forse di compiere un comandamento, siccome è scritto nella Bibbia: “Demolirete i loro altari, spezzerete le loro stele, taglierete i loro pali sacri, brucerete nel fuoco le statue dei loro dèi, e cancellerete il loro nome da quei luoghi” (Dt 12,3). Ma già nella tradizione rabbinica antica e medievale, i saggi avevano capito che, essendo cambiato il contesto di vita, tali versetti intolleranti non dovevano essere applicati alla lettera. Quanto più, nel mondo pluralistico di oggi, non si può agire così. Oggi, tutte le religioni capiscono che devono essere al servizio della pace.
Di più, Israele dice di voler normalizzare le sue relazioni con il mondo arabo. La normalizzazione si prepara mostrando un grande rispetto verso le popolazioni vicine e verso le loro religioni. È chiaro che questi soldati non rappresentano tutta la popolazione di Israele, ma bisogna fare il necessario per impedire che tali atti si ripetano. Alcuni giustificano, dicendo che la stanchezza dei soldati spiega questo calo della vigilanza rispetto allo standard morale richiesto loro. Forse c’è qualche verità in questo, ma non è una giustificazione sufficiente.
L’escalation di gravità sembra scontata, e dal gesso si passa alla carne. Una religiosa francese è aggredita alle spalle nei pressi del Cenacolo, a Gerusalemme, poi colpita mentre è a terra, per lo più nell’indifferenza dei testimoni. Sputi davanti alle chiese, minacce e insulti a clero e fedeli, oltraggi durante le cerimonie cristiane delineano un diffuso clima di ostilità. Come definirlo? Estremismo religioso, ideologia o che altro?
Questa radicalizzazione è cominciata chiaramente nel 2023, qualche mese prima della guerra del 7 ottobre: atti di vandalismo nelle chiese, distruzione di pietre tombali nel cimitero cristiano a Gerusalemme, graffiti offensivi su Gesù e sui non ebrei, sputi sui religiosi e sulle religiose cristiane, etc. Gli atti si sono moltiplicati in quel periodo perchè gli estremisti si sentivano protetti dalle autorità, o almeno tollerati.
Nell’ebraismo non c’è un comandamento di sputare sui cristiani. Dopo la moltiplicazione dei casi di agressione, alcuni rabbini e gran rabbini hanno detto di condannare tali atti. È una cosa positiva, ma non basta condannare verbalmente: bisogna cambiare l’insegnamento sul cristianesimo nelle scuole pubbliche e religiose. Spesso, nelle scuole, si presenta il cristianesimo come se cominciasse con i crociati e finisse con la Shoah. E quando si dice questo, si collega inadeguatamente la Shoah al cristianesimo, senza distinguere chiaramente l’antigiudaismo cristiano del medioevo dal razzismo nazista, che era ateo, “scientifico” e anticristiano.
Comunque, nelle scuole, niente o quasi niente è detto sulle origini del cristianesimo, che sono così legate all’ebraismo, sul monoteismo dei cristiani, sui valori universali del cristianesimo e sul cambiamento radicale nel rapporto con gli ebrei, operato nel Concilio Vaticano II. Questo insegnamento negativo porta all’ostilità verso i cristiani, come lo vediamo nell’atteggiamento di questo uomo che ha aggredito la religiosa. L’odio che si manifestava nel suo atteggiamento fa paura.
È facile, in questi casi, alimentare contrapposizioni strumentali. Questo genere di ostilità è più o meno comune all’intera popolazione israeliana o appartiene a gruppi circoscritti, e se sì a quali?
Non è un atteggiamento comune. Sono stato a Gerusalemme dal 2004 al 2021, la situazione davvero non era simile. Nel 2023, quando cominciarono a crescere sensibilmente le aggressioni, la reazione del governo e della polizia è stata debole, quasi inesistente. Oggi reagiscono un pò di più, ma comunque c’è una radicalizzazione preoccupante, particolarmente nei partiti nazionalisti religiosi. Il clima di guerra, con la banalizzazione dei discorsi divisivi, aumenta i sentimenti negativi verso i non ebrei, compresi i cristiani.
Si sono levate voci nel mondo ebraico in difesa dei cristiani e della libertà di culto?
Sì, ci sono voci. C’è anche una linea telefonica diretta, creata da ebrei israeliani, per documentare le aggressioni contro i cristiani e aiutare le vittime. Per esempio, è stata fatta una colletta dopo la distruzione del crocifisso nel villaggio cristiano di Debel: hanno raccolto 18 mila shekel (circa 5 mila euro, ndr), che hanno fatto pervenire al villaggio per costruire un nuovo crocifisso. Ci sono anche professori di università e diversi rabbini che parlano contro gli atti intolleranti. E continuo a pensare che la maggioranza della popolazione israeliana non voglia questa radicalizzazione.
Bisogna che tutti i moderati si diano una mano per lottare contro l’estremismo che si sviluppa in tutte le religioni. La violenza dei fondamentalisti porta solo alla guerra e alla distruzione. Bisogna pensare al bene comune e al bene dei nostri bambini, ai quali appartiene il futuro. Vogliamo odiare gli altri che non sono simili a noi o vogliamo costruire un mondo migliore?
C’è chi si spinge a parlare di pulizia etnica a bassa intensità. Perché i cristiani sono diventati sempre più un obiettivo, negli ultimi mesi?
Diversi ministri del governo parlano e incoraggiano una partenza “volontaria” della popolazione di Gaza. Questa non tocca specificamente i cristiani, ma tutti gli abitanti della Striscia. Poi ci sono gli attacchi ripetuti contro i palestinesi nella Cisgiordania: incendi di case e automobili, danni a terreni agricoli e bestiame, minacce e aggressioni contro le persone che si recano a lavorare nei campi. Tutto questo con reazioni molto deboli e insufficienti delle autorità, purtroppo anche con una connivenza tra certi membri dell’esercito e i gruppi estremisti.
Ormai l’esercito riconosce pubblicamente che questi atti stanno facendo male alla società israeliana stessa, e non solo alla sua reputazione nel mondo. Assorbono inutilmente le energie dell’esercito, invece di lasciare che si concentri sulle minacce esterne. La popolazione palestinese in Cisgiordania ha molta paura e non si sente protetta, non solo i cristiani.
Nella sola Betlemme, l’incidenza della popolazione cristiana è passata dal quasi 90% degli anni Cinquanta a meno del 10% attuale. Anche fra i giovani, l’escalation di violenze e discriminazioni spinge a emigrare. Cosa significa per il futuro delle Chiese cristiane – e dell’intera regione e non solo – questa emorragia di persone?
Anche a Nazaret il numero di cristiani cala regolarmente a causa della violenza nella società araba israeliana. Di fronte a una tale emorragia è importante che noi cristiani ci ricordiamo del senso della nostra presenza e della nostra missione qui in Terra Santa, per non abbandonarla troppo velocemente.
Ma è chiaro che i cristiani di Betlemme, non trovando lavoro e subendo costanti limitazioni e vessazioni nei loro spostamenti, quando trovano una possibilità di emigrare, decidono di farlo. È facile capirli. Lo stesso vale per i cristiani a Nazaret, in Israele: quando le famiglie mafiose praticano la cosiddetta “protezione”, oppure “prestiti ad alto interesse”, la gente è sottomessa al loro ricatto, le minaccie si estendono a tutta la famiglia – fratelli, cugini, zii – e senza una tutela efficace da parte della polizia è chiaro che cercheranno di fuggire, e nessuno può dire loro di non farlo.
Come coniugare perdono, testimonianza e denuncia?
Il perdono non significa non denunciare. Il perdono consiste nel purificare il nostro cuore, cosicché non lasciamo che il male che subiamo dagli altri lo contamini. La più grande vittoria del male è quando riesce a contaminare la vittima e così si entra nel circolo vizioso della vendetta. Questo non lo vogliamo.
Bisogna anche denunciare, ma questo non significa fare dichiarazioni ogni giorno, altrimenti le parole diventano inefficaci. Bisogna agire in modo effettivo, saggio e prudente, cercando di ottenere risultati. Bisogna farlo anche per mostrare a quelli che soffrono che qualcuno parla nel loro nome.
Quanto alla testimonianza, tutta la nostra vita deve essere una testimonianza: le parole, gli atteggiamenti, il coraggio, la pazienza, il non disperare. È difficile, ma questa è la nostra vocazione.
Cosa sarebbe più urgente fare in questa situazione, e cosa non si è ancora fatto?
Cosa fare? Non disperare, pregare e non fuggire velocemente davanti alle difficoltà. Nei periodi difficili, come quello che viviamo, serve molta perseveranza. Poi, non entrare nella vittimizzazione, ricordando che molti soffrono nel mondo e che noi facciamo parte di questa catena. Anche non lasciarsi dominare dallo scoraggiamento, ma cercare sempre di nuovo che cosa fare per migliorare la situazione, e cercare dove sono le persone di buona volontà – cristiani, musulmani ed ebrei – per dargli una mano. Siamo molto più forti quando lavoriamo insieme. Non è una guerra tra le religioni, ma piuttosto un risveglio dei fondamentalismi contro il quale bisogna lottare insieme.
In Europa, è necessario non lasciarsi trascinare dalla polarizzazione e dai discorsi semplificatori di odio. Vogliamo essere di quelli che riconciliano e non di quelli che propagano l’odio. Aggiungo che la politicizzazione delle università non è una buona cosa. Le università devono rimanere luoghi protetti per imparare a riflettere, a dialogare in pace.
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