Come la strategia di difesa distribuita di Teheran si è trasferita nell’arena digitale. E cosa ci dice dei nuovi equilibri nella terza guerra del Golfo. Che per alcuni è la prima “TikTok War”.
Nelle ore in cui Trump bisticcia con il buonsenso prima ancora che con papa Leone XIV e l’esercito israeliano rade al suolo l’ennesimo villaggio cristiano in Libano – Yaroun – alla ricerca di presunti terroristi di Hezbollah, su diversi profili X ufficiali di Khamenei vengono pubblicati riferimenti a Gesù e alla pace.
È anche questo parte del grande paradosso della terza guerra del Golfo: gli Stati Uniti dispongono di un vantaggio tecnologico e militare senza rivali nella storia moderna, eppure cedono il passo nell’iniziativa simbolica, narrativa e comunicativa contro una Repubblica Islamica economicamente strangolata e politicamente isolata.
Siamo dentro a un conflitto ad altissima pervasività, combattuto su fronti simultanei – programma nucleare, milizie proxy, ricatto economico, diplomazia regionale – che negli ultimi mesi ha acquisito una dimensione nuova: quella digitale.
«La prima “TikTok War” e il primo conflitto di rilevanza internazionale in cui è possibile notare un coinvolgimento innovativo dell’intelligenza artificiale, in particolare nella sua forma generativa», spiega Rassa Ghaffari, ricercatrice in sociologia, migration studies e gender studies all’Università di Genova. «L’IA generativa, di fatto, ha inaugurato nuove forme di guerra dell’informazione che mirano alle percezioni, agli ambienti informativi e alla fiducia».
Nuove tessere della difesa a mosaico
Per capire cosa succede sui social bisogna prima capire cosa è già successo sul campo. La mosaic warfare è la dottrina militare che l’Iran ha sviluppato da decenni per rispondere all’asimmetria di potere con Stati Uniti e Israele: non una reazione centralizzata e vulnerabile, ma un sistema di sistemi, una rete di nodi parzialmente autonomi che condividono una logica d’insieme senza dipendere da un centro. Se il comando viene decapitato, la rete si adatta. Ce l’abbiamo davanti agli occhi dal 28 febbraio 2026.
Il risultato è già scritto: gli Stati Uniti hanno assassinato Soleimani e Khamenei, ma il sistema continua a funzionare. Israele ha bombardato il Libano per decenni senza eliminare Hezbollah. L’Iran spende una frazione di quello che spendono i suoi avversari, in cambio di risultati strategici migliori. Questa è la vittoria del mosaico: non sconfiggere il nemico, ma renderlo incapace di vincere.
Cosa succede quando questa logica viene applicata alla comunicazione digitale? «Da diverse settimane, una pluralità di attori – tra cui i media statali iraniani e gruppi di content creator apparentemente più indipendenti – produce con velocità forsennata contenuti digitali incentrati sullo scontro militare, economico – e soprattutto morale – con Trump e Netanyahu, in quella che è divenuta a tutti gli effetti una flame war digitale», prosegue Ghaffari.
Date un’occhiata ai canali social delle ambasciate iraniane nel mondo e noterete qualcosa di insolito: le risposte alle dichiarazioni di Trump non arrivano soltanto da Teheran, ma da Bangkok, Harare, Lagos, Accra. Lingue diverse, toni diversi, riferimenti culturali locali. E così, nel botta e risposta fra l’ambasciata iraniana in Sudafrica e quella in Zimbabwe, la chiave per riaprire lo stretto di Hormuz finisce nascosta sotto il vaso dei fiori, mentre il gelato assurge a veicolo diplomatico con l’Italia. Tra l’ilarità globale.
«I prodotti più interessanti si articolano principalmente in tre filoni: i tweet delle ambasciate iraniane sparse nel mondo – soprattutto nel Sud Globale –, brevi video generati dall’intelligenza artificiale, le ormai celebri clip con personaggi Lego e, da pochissimi giorni, anche cartoni animati Minions». Prodotti che impiegano «frasi incisive, taglienti e umoristiche, studiati per diventare rapidamente virali: brevi, ritmati e spesso corredati di soundtrack e grafiche accattivanti».
Rimane il punto fermo della difesa a mosaico. «Una cultura strategica condivisa che consente e incoraggia l’iniziativa locale, senza necessità di un coordinamento centralizzato in tempo reale», spiega Ghaffari. Un caso emblematico è Explosive Media, piccolo collettivo di creator iraniani che produce contenuti politici in formato memetico usando IA e codici estetici globali. Formalmente indipendente, «opera in sintonia con le narrazioni del sistema mediatico iraniano e ne beneficia in termini di amplificazione». Tutt’altro che un’anomalia: un modello.
La Repubblica Islamica esternalizza parte della propria comunicazione a microattori flessibili, capaci di muoversi con rapidità nei linguaggi delle piattaforme. «Più che un semplice strumento di propaganda – osserva Ghaffari – il collettivo rappresenta un modello organizzativo emergente della guerra informativa: decentrato, generazionale e perfettamente adattato all’ecosistema digitale». La nuova generazione di creator attiva in seno all’Iran l’ha capito prima di altri. «Un approccio più sfrontato e innovativo, privo dei complessi di inferiorità che caratterizzavano la vecchia guardia».
Un nuovo modo per fare la guardia alla Rivoluzione. Il vantaggio, sottolinea Ghaffari, «non è soltanto tecnologico, ma anche e soprattutto culturale»: queste tecnologie «hanno permesso all’Iran di manipolare la cultura in modi finora inediti, rendendo l’Iran in grado di produrre in serie prodotti appetibili per un pubblico difficile da attrarre». Vale a dire specificamente occidentale, puntando alle fratture interne alla politica e alla società, dallo scandalo Epstein alle ipotesi sulla salute mentale di Trump, fino alla relazione con la moglie Melania.
Il caso Italia e la guerra fredda sul gelato
In questo contesto, il caso italiano merita attenzione. Nelle settimane in cui il rapporto tra Meloni e Trump mostrava le prime crepe pubbliche – la distanza sull’Ucraina, l’impegno nella Nato, le contraddizioni sui dazi – sui social di diverse ambasciate iraniane sono comparsi post di vicinanza indirizzati all’Italia. «Ridurre il fenomeno a una strategia pianificata nei dettagli rischia di sovrastimare il livello di coordinamento, mentre leggerlo come puro opportunismo ne sottovaluta la coerenza». È invece, per Ghaffari, «il prodotto di un sistema comunicativo distribuito, in cui attori periferici agiscono entro un quadro di riferimento condiviso, cogliendo finestre di opportunità senza bisogno di direttive puntuali».
L’Italia non è un interlocutore qualunque per l’Iran: storia commerciale ed energetica che risale a decenni prima delle sanzioni, postura mediterranea, una tradizione diplomatica che sa muoversi in spazi di ambiguità costruttiva. Ogni volta che si apre uno spazio tra Roma e Washington, Teheran non può fare a meno di notarlo.
Gesù e il papa americano
Il momento più acuto – e più rivelatore – di questa guerra comunicativa è arrivato in un contesto apparentemente lontano dalla diplomazia: le dichiarazioni di Trump contro Leone XIV. Il primo papa statunitense della storia ha mostrato fin dai primi giorni un profilo che mal si concilia con l’agenda MAGA. E Trump non ha nascosto il proprio fastidio. Nelle ore dello scontro diplomatico, i profili X riconducibili all'(ex) ufficio di Khamenei diffondono post con riferimenti a Gesù, alla pace, alla solidarietà tra i credenti.
È strumentalizzazione? Sì, in buona parte. Al tempo stesso, Gesù è una figura coranica di primo piano: il richiamo a Cristo non è, per un leader iraniano, culturalmente incongruo. Ma è soprattutto una trovata in grado di far percepire il “grande nemico dell’Occidente cristiano” come più cristiano del presidente eletto dai cristiani.
Va detto con chiarezza che la distanza fra la retorica iraniana su Gesù e la vita quotidiana di un cristiano iraniano, in special modo se convertito, è siderale. In un momento storico in cui il linguaggio religioso viene mobilitato come arma da Washington a Teheran, la domanda più urgente non è chi strumentalizza, ma se esistono ancora spazi in cui la fede non sia ridotta a marketing.
Il lato oscuro della risata
«La guerra ibrida digitale iraniana non è né pura improvvisazione né regia monolitica: è un sistema adattivo, generazionalmente rinnovato, che ha compreso prima di molti altri che il campo di battaglia è ormai narrativo prima ancora che militare». C’è però un lato oscuro, che Ghaffari non manca di rilevare. «Quando la guerra entra nel flusso dei contenuti, tende a perdere il proprio carattere di eccezionalità e si trasforma in una presenza costante, spesso anestetizzata e normalizzata».
Uniformando satira e stragi. «La ripetizione produce un effetto di familiarità che attenua la percezione, trasformando l’evento in una sequenza e la sequenza in un’abitudine. Meme ironici e video di bombardamenti montati con musica ed effetti visivi finiscono nello stesso flusso e vengono consumati allo stesso modo». Insieme alla coscienza di tutti noi.
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