Un anno da Leone: Chiesa che annuncia, Chiesa che cammina

Leggi in 8 minuti

Francesco scuoteva, Leone XIV scava. Che è anche peggio. Kerigma e missione: la Chiesa per attrazione, e non per conquista, di un papa che inquieta.

Ascolta l'articolo

Un anno fa la prima parola di Leone XIV fu “pace” – «una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante». Oggi sappiamo che non era retorica. A un anno di distanza, il primo saluto di Leone XIV dopo la sua elezione si è confermato programmatico e profetico.

Programmatico, perché la guerra globale si è imposta come tema forte del nostro tempo. Solo negli ultimi 12 mesi diversi conflitti sono cresciuti di intensità, due dei quali con rilevanza globale: la campagna di Stati Uniti e Israele contro l’Iran in due fasi (giugno 2025 e febbraio 2026) e la concomitante invasione del Libano da parte di Israele, senza considerare le tensioni ai confini di Thailandia-Cambogia e India-Pakistan, il riacutizzarsi delle violenze in Tigray e l’avanzata del gruppo armato M23 nella Repubblica Democratica del Congo.

Profetico, perché il percorso biografico di Robert Prevost – missionario agostiniano in Perù per quasi trent’anni, vescovo di Chiclayo, prefetto del Dicastero per i vescovi – dimostra che il suo programma non è una strategia, ma la sintesi di un’esperienza personale ed ecclesiale vissuta ai margini geografici del cattolicesimo istituzionale. Ancorare il pontificato alla dottrina sociale della Chiesa – anche di Leone XIII – riletta attraverso la grammatica missionaria del Vaticano II.

Quel saluto si è fatto magistero veramente urbi et orbi, per Roma e il mondo. I suoi contorni emergono con chiarezza da un corpus già consistente di discorsi, omelie, lettere e messaggi. Due categorie teologiche ne costituiscono la spina dorsale: la Chiesa kerigmatica e la Chiesa missionaria. Talvolta sinonimi nel linguaggio ecclesiastico corrente, designano piuttosto due accentuazioni distinte e complementari, che nel pontificato di Prevost trovano una declinazione specifica e riconoscibile.

La Chiesa kerigmatica: Cristo come cuore della trasmissione

Il kerigma – l’annuncio originario, il nucleo essenziale della fede cristiana – è la lente attraverso cui Leone XIV legge la crisi della trasmissione religiosa nel mondo contemporaneo e propone una risposta. Non si tratta, certo, di un’invenzione di Prevost, ma il papa la riprende con una specificità propria, unendo un marchio agostiniano, che insiste sull’incontro personale e trasformativo con il Risorto, a qualcosa di rahneriano, in quella sete di infinito e di salvezza che ci abita, anche oltre le nostre intenzioni. C’è un terreno umano che l’attende, una domanda implicita che la Chiesa è chiamata a riconoscere e intercettare.

Non è un caso che Leone XIV ritorni in almeno due occasioni sul documento più cristologico e missionario di Francesco: Evangelii gaudium. Nel discorso al Collegio cardinalizio del 10 maggio 2025 – uno dei primi interventi del pontificato nascente – Prevost sottolinea «il ritorno al primato di Cristo nell’annuncio» (EG 11) e «la conversione missionaria di tutta la comunità cristiana» (EG 9). Non si tratta di un semplice omaggio al predecessore: riorientarsi al kerigma è per Leone XIV il presupposto di qualsiasi azione strutturale.

Leggi anche:  Rettilinei… e ci vediamo grazie!

A un anno di distanza, Leone XIV torna sul tema. Nella lettera ai cardinali dell’aprile 2026, il papa riflette sullo stato di ricezione dell’Evangelii gaudium a oltre un decennio dalla sua pubblicazione. Prevost scrive che l’esortazione apostolica di Francesco «non introduce semplicemente nuovi contenuti, ma ricentra tutto sul kerigma come cuore dell’identità cristiana ed ecclesiale». E aggiunge, con una franchezza rara nel linguaggio ecclesiale, che occorre «verificare con onestà che cosa, a distanza di anni, sia stato realmente recepito e che cosa invece resti ancora sconosciuto e inattuato».

«Non ho paura»

Ne emerge una visione di Chiesa – di famiglia ecclesiale – che Leone XIV definisce esplicitamente «cristocentrica e kerigmatica, che nasce da un incontro con Cristo capace di trasformare la vita e che si diffonde per attrazione più che per conquista».

Questa ultima formulazione — per attrazione più che per conquista — è la cifra per comprendere buona parte dell’approccio di papa Prevost, anche allo scenario globale. Alla Veglia di Pentecoste del 7 giugno 2025, Leone XIV chiarisce che all’evangelizzazione «non occorrono sostenitori potenti, compromessi mondani, strategie emozionali». La Chiesa, cioè, non evangelizza con forza né con strategia, proprie o altrui che siano, ma vivendo con coerenza ciò che annuncia. È una posizione che respinge sia il trionfalismo ecclesiastico sia il marketing pastorale, due derive che il pontificato di Prevost sembra voler evitare con uguale determinazione.

La Chiesa missionaria: dall’istituzione al movimento

Se la categoria kerigmatica descrive il “cosa” dell’annuncio, quella missionaria tratteggia il “come” e il “chi”. La missione non è un’attività specializzata, riservata a Istituti religiosi o individui generosi: è la forma stessa della Chiesa, il suo modo di abitare nel mondo. «Nessun battezzato è estraneo o indifferente alla missione», ricorda il papa nel messaggio per la Giornata missionaria mondiale 2026.

Anche da qui, l’insistenza di Leone XIV sull’unità della Chiesa. Nello stesso messaggio per la Giornata missionaria il pontefice osserva: «In tante situazioni noi assistiamo a conflitti, polarizzazioni, incomprensioni, sfiducia reciproca» e «quando questo accade anche nelle nostre comunità, ne indebolisce la testimonianza». Cioè la missione.

Al tempo stesso, la visione della Chiesa missionaria di Prevost è profondamente sinodale. Nel discorso per l’apertura del nuovo anno pastorale della diocesi di Roma, il papa invita a «maturare nella sinodalità, nella comunione, nella corresponsabilità e nella missione». Centralità dell’evangelizzazione come criterio organizzativo e apertura ai laici nei ruoli di governo: ogni struttura ecclesiale ha senso se serve la missione, non se si serve di essa.

Leggi anche:  Vescovi con la gonna, preti convinti di scegliere e religioni poco intelligenti

Il primo ramo secco: il confronto con Francesco

Talvolta si scambia una parte per il tutto. Ad esempio, sarebbe banalizzante ridurre il rapporto tra gli ultimi due pontificati a formule di continuità o di rottura. Leone XIV attinge (anche) da Francesco – conversione missionaria, periferie, attenzione al ripiegamento autoreferenziale – ma con la propria voce e con accenti che mutano equilibri.

La distanza nel linguaggio è palpabile: dove Francesco era provocazione e parresia “senza rete”, Leone XIV è sistematicità e riflessione. E il linguaggio, lo sappiamo, guida e orienta l’agire.

Il secondo ramo secco: la polemica con Trump

Ogni pontificato è modellato anche dalle sollecitazioni che riceve dall’esterno. Il caso Trump è emblematico, e non solo per la sua visibilità mediatica. Una luna di miele forzata (con poco innamoramento anche di Trump) che è durata poco. Le posizioni di Leone XIV sulla guerra, sulle persone migranti, sulla dignità umana come criterio delle politiche economiche sono troppo distanti dall’ideologia senza sbocchi del secondo mandato trumpiano per consentire una coesistenza silenziosa. Tantomeno pacifica.

È però necessario resistere alla tentazione di dare eccessivo peso a questa contrapposizione “fra personalità”. Rivela piuttosto una frattura più profonda, che attraversa il cristianesimo mondiale e che la presenza di un papa statunitense rende soltanto leggibile con una chiarezza inedita. In questo senso, la polemica con Trump è, paradossalmente, anche una grande opportunità: ricorda al mondo che il Vangelo non si lascia nazionalizzare.

Trump rimane un capo di Stato e Prevost il papa. Se l’orizzonte del primo può accettare di rinchiudersi – pagandone il prezzo – nell’azione politica, bellica o economica, per il secondo la geopolitica è un panorama decisamente troppo angusto. E Prevost ha già dimostrato di esserne ben consapevole: il resto è gossip.

Una Chiesa che non insegue il mondo

Un anno di pontificato è sufficiente – forse soltanto – per individuare una direzione. E quella di Leone XIV conduce verso una Chiesa che non insegue il mondo per esserne accettata, né che si chiude in se stessa. Una Chiesa che si pone invece come punto di riferimento critico, capace di abitare da dentro le domande del suo e nostro tempo senza dissolversi in esse.

La novità di Leone XIV non è nei contenuti, quanto nel timbro: sobrio, profondo, lento. Un timbro che – in un’epoca di fragorosità e di polarizzazioni – è esso stesso un segno dei tempi.

Rimani aggiornato

Ricevi gli articoli via e-mail

XInstagramFacebookLinkedInSubstack

© Vuoi riprodurre integralmente un articolo? Scrivimi.

Sostieni Caffestoria.it

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.