Libera e umile. La pace di Leone XIV non è solo disarmata e disarmante

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Umiltà e libertà sono concetti centrali – quanto sottovalutati – nella pace disarmata e disarmante dell’attuale pontefice. La pace, nei termini di Leone XIV, è sempre «umile e perseverante» e conseguenza dell’essere «interiormente liberati dall’inganno della violenza».

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Tornano ad alzarsi le fiamme tra le case. Quelle delle stragi nei momenti che dovrebbero appartenere alla gioia e quelle delle strategie che travalicano l’uomo, il diritto e la storia. Il presidente Donald Trump dichiara che il suo proposito per il nuovo anno è la «pace sulla terra». Il (ex?) dittatore venezuelano Nicolás Maduro, improvvisatosi pacifista, gioca la carta demagogica: “No war, yes peace”, no alla guerra e sì alla pace. Ma la pace, disarmata e disarmante, è sempre più lontana.

Un’espressione – «pace disarmata e disarmante» – che si è affermata come uno dei primi centri di gravità del magistero di Leone XIV, per affrontare le polarizzazioni globali, quanto quelle interne alla Chiesa. Il binomio è stato utilizzato dal papa in diverse occasioni, dal suo primo saluto dalla loggia della basilica di San Pietro, l’8 maggio 2025, fino ad essere consacrato come tema portante del messaggio per la 59ª Giornata mondiale della pace, del 1° gennaio 2026.

Molti commentatori si sono concentrati sulla presunta “paternità” (o “maternità”) di questa formula. Si è evocata la spiritualità di Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari. Si è detto soprattutto di Dorothy Day, la «piccola grande donna americana», attivista e giornalista con «il fuoco dentro», fondatrice nel 1933 insieme a Peter Maurin del Catholic Worker Movement, per «prendere posizione» – parole di Leone XIV – al fianco di poveri, donne e lavoratori.

Oltre vent’anni fa, Giovanni Paolo II aveva utilizzato un’espressione molto simile. «La “minorità” vissuta esprime la forza disarmata e disarmante della dimensione spirituale nella Chiesa e nel mondo», disse, rivolgendosi nel 2003 ai Cappuccini italiani. «La vera minorità – proseguiva allora papa Wojtyła – libera il cuore e lo rende disponibile ad un amore fraterno sempre più autentico […]. Favorisce, per esempio, uno stile caratterizzato da atteggiamenti di semplicità e sincerità, di spontaneità e concretezza, di umiltà e letizia». Un punto di vista che avvicina alla chiave di lettura che sembra più autentica per le parole di Leone XIV.

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Umiltà e libertà sono, infatti, concetti centrali – quanto sottovalutati – nella pace disarmata e disarmante dell’attuale pontefice. La pace, nei termini di Leone XIV, è sempre «umile e perseverante» e conseguenza dell’essere «interiormente liberati dall’inganno della violenza». In questo senso, lo stesso papa Prevost ha citato come fonte d’ispirazione Christian de Chergé, monaco trappista ucciso a Tibhirine insieme a sei confratelli, nella notte fra il 26 e il 27 marzo 1996. «Signore, disarmali. E disarmaci», è l’eredità dei martiri in quella Algeria sconvolta dal colonialismo francese e dall’islamismo jihadista, ma anche patria di Agostino d’Ippona.

Trappista e statunitense è stato Thomas Merton, fra i principali punti di riferimento del movimento pacifista degli anni ’60 feriti dalla guerra in Vietnam e dalla contrapposizione nucleare fra blocchi ideologici. L’autentica deterrenza non sta nel riarmo delle nazioni, ma nel disarmo dei cuori. Solo quando l’uomo si spoglia del proprio desiderio di dominio può divenire autenticamente disarmante per l’altro. Una postura dell’anima che rende inoffensivo il “nemico” non perché lo sconfigge, ma perché lo accoglie; una pace che non nasce da un maniacale controllo esterno, ma da una disarmonia interiore – sempre più diffusa – che è sanata. Una pace che convince, smaschera, converte.

La pace disarmata proposta da Leone XIV va infatti ben oltre il rifiuto delle armi, siano esse belliche oppure ideologiche. È l’opera paziente dell’umiltà che toglie le armi da sé per toglierle all’altro, sciogliendo nell’incontro l’odio e i pregiudizi. Una pace disarmante ma non deterrente, che rinuncia alle false sicurezze della guerra e della paura, per affidarsi alla vulnerabilità evangelica.

Che a questa espressione sia stato dato risalto dal primo papa statunitense non è un caso. Certo attinge all’esperienza missionaria di Robert Francis Prevost, maturata fra Nord e Sud America, dove il tema della giustizia sociale e del superamento delle barriere è molto sentito. Ma, di più, i concetti di pace disarmata e pace disarmante affondano le radici in una vibrante corrente della spiritualità statunitense, non solo cattolica. Minoritaria e controcorrente, vissuta soprattutto ai margini – dello Stato e talvolta della Chiesa – in un paese dominato dal patriottismo e dall’esaltazione della forza armata: Dorothy Day e Thomas Merton, i Berrigan della resistenza non violenta contro la guerra in Vietnam, Martin Luther King Jr., la tradizione quacchera.

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Vile, antipatriottico, sprovveduto, hanno detto di Benedetto XV al tempo della prima guerra mondiale. Lo diranno di Leone XIV. Che ha però trasformato la contrapposizione fra l’opera dell’umiltà e il logorio della guerra in sintesi teologica e paradigma globale per affrontare quella terza guerra mondiale composita che si sta sempre più articolando sotto i nostri occhi.

Persona integrale ed ecologia integrale si fanno «disarmo integrale, che si può affermare soltanto attraverso il rinnovamento del cuore e dell’intelligenza», con l’umiltà di riconoscere «le tragedie di cui troppe volte si sono resi complici» anche i cristiani.

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