L’articolo che segue è stato scritto a fine aprile, ed esce in questi giorni sul numero di maggio della rivista “Migranti Press” della Fondazione Migrantes. Una testimonianza dalla Repubblica Democratica del Congo, anonima per gravi ragioni di sicurezza ma non meno coraggiosa, che getta nuova luce su un conflitto che ci riguarda tutti. Da allora, se possibile, la situazione nella Repubblica Democratica del Congo, e in particolare nei territori menzionati nel testo, è ulteriormente peggiorata. Il virus Ebola ha già ucciso centinaia di persone dall’inizio dell’epidemia e sta minacciando la vita di altre migliaia. Fra i più esposti ci sono i bambini. Ad una guerra ignorata si aggiunge un’epidemia ignorata, fintanto che non giungerà alla soglia delle nostre case.
Si è concluso lo scorso 23 aprile il viaggio apostolico di papa Leone XIV in Africa – Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale –, il primo interamente voluto dal nuovo pontefice. Undici giorni di tappe intense, in cui i temi delle disuguaglianze strutturali e della necessità di investire nella dignità dell’uomo “per la promozione del bene di tutti” piuttosto che in “un modello di sviluppo che discrimina ed esclude” ha attraversato pressoché ogni discorso.
La Repubblica Democratica del Congo (RDC) non figurava nell’itinerario – papa Francesco vi si era recato nel 2023 –, eppure quelle parole la riguardano forse più di ogni altra nazione del continente. E suscitano domande.
Perché si scappa, dentro e fuori dalla RDC?
Cosa sono 30 persone? Oppure poche centinaia? Troppe, a volte. Alla metà di aprile, gli Stati Uniti hanno rimpatriato 30 cittadini congolesi. L’espulsione dovrebbe segnare l’inizio di una serie di voli fra Washington e Kinshasa per riportare in patria quanti non hanno ottenuto il permesso di rimanere in territorio statunitense. L’operazione si inserisce nella più ampia azione di contrasto all’immigrazione promossa dall’amministrazione Trump. Fra l’altro, RDC e Stati Uniti hanno siglato anche un accordo temporaneo per l’espulsione di cittadini sudamericani in direzione di Kinshasa.
Ci si potrebbe domandare quali siano le ragioni che spingono queste persone a lasciare il proprio Paese. Ad inizio aprile un attacco attribuito all’Adf – le cosiddette Forze democratiche alleate, un gruppo armato jihadista di origine ugandese affiliato all’Isis e attivo nell’Est della RDC dal 1995 – ha provocato la morte di diversi civili nel territorio di Mambasa, nella provincia dell’Ituri, e il rapimento di decine di persone.
Il Paese, segnato da una guerra in corso da oltre 30 anni, vive una situazione umanitaria che ha dell’incredibile: secondo i dati diffusi dall’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) delle Nazioni Unite, nella RDC si contano oltre 5 milioni e mezzo di sfollati interni, con la sola provincia del Sud-Kivu che ne ospita 2 milioni e mezzo, il numero più alto del Paese. Tra gennaio e febbraio 2026 oltre 300 mila persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case, in particolare nelle province del Sud-Kivu, Nord-Kivu e Tanganyika.
Geopolitica e interessi economici. Una testimonianza
Il contesto internazionale sta esercitando un’influenza decisiva e tutt’altro che positiva sulle violenze, trasformando la parte orientale del Paese in un campo di battaglia regionale e in un nodo cruciale della competizione globale. La crisi è alimentata dalle mire geopolitiche dei Paesi vicini, dall’inefficacia della comunità internazionale e, soprattutto, dagli interessi economici delle multinazionali europee, americane e asiatiche nel traffico illecito di risorse minerarie.
«È una guerra che dura da decenni, e che va ancora avanti», come osserva chi opera sul territorio, rischiando quotidianamente la vita, anche solo per portare la propria testimonianza. «Anche se all’inizio la guerra poteva avere altre cause, in questi ultimi anni si è visto chiaramente che si combatte a causa delle risorse economiche».
Insieme al suolo e al sottosuolo, anche la posizione geopolitica del Congo, al centro dell’Africa, complica ulteriormente le cose. «Ci sono in ogni momento quanti cercano di mettere le mani su queste ricchezze, usando tutti i modi, perciò siamo in una situazione di conflitto di cui non conosciamo le ragioni, se non quella delle risorse».
La provincia del Nord-Kivu vive una situazione molto critica, così come quella dell’Ituri, sempre nell’Est della RDC. «Entrambe le province ormai da più di quattro anni sono in quello che in francese si direbbe état de siège, sotto il controllo di governi militari e di polizia. L’idea era di portare almeno la pace alla gente, ma la situazione non è migliorata. Invece, si è creato molto movimento di popolazione, con sfollati interni: alcuni sono nei campi, altri vivono in famiglie di accoglienza».
La “vita” nei campi profughi
La situazione nei campi è particolarmente drammatica. «La persona che vive nel campo perde il suo status, quello che aveva prima di fuggire. Dentro a un campo tutti diventano drammaticamente uguali, con gli stessi bisogni, senza poter scegliere la propria vita, il proprio lavoro. Ci si ritrova lì, seduti».
A soffrire sono intere famiglie, senza spazi di intimità, anche per anni. «La vita diventa insostenibile, perché la gente si trova a non potersi più relazionare come un tempo. Dal punto di vista psicologico, la persona sembra perdere tutte le speranze, senza vedere prospettive per uscirne. Un’incertezza continua, che non si augura a nessuno».
Il ruolo delle donne nella resilienza
Alla durezza delle condizioni di vita si aggiunge il trauma diffuso della violenza sessuale come arma di guerra, una piaga profonda nell’Est della RDC. I combattenti sia dal lato del governo sia dei ribelli la esercitano sistematicamente come strumento di dominio.
«Quando hanno conquistato un territorio, oppure si devono vendicare di qualcosa, colpiscono di più le donne». Eppure, le donne congolesi vivono lo strappo di una doppia identità, quella di vittime principali dei conflitti e di motore economico del Paese. Storie di resilienza e di emancipazione che raramente raggiungono i media internazionali.
«Molte famiglie sono tenute in piedi da loro. Le donne che sono state vittime di violenza devono ricostruirsi una vita, mettendosi in gioco con determinazione nel lavoro, occuparsi della salute dei figli e trovare da mangiare ogni giorno per sé e i bambini». La solidarietà femminile si organizza in reti di sostegno reciproco, spesso con l’aiuto del microcredito.
«Spesso è più facile sostenere una madre di famiglia con il microcredito che dare soldi all’uomo, al padre di famiglia, che a volte può perdere tutto nel bere e così via». Sono donne costrette dalle circostanze a farsi pioniere di una ricostruzione silenziosa, ignorata dall’agenda mediatica globale.
La Chiesa cattolica: un argine al caos
A fronte del drammatico peggioramento degli ultimi tre anni, la Chiesa cattolica e in particolare la Conférence épiscopale nationale du Congo (Cenco) costituisce uno dei pochi argini al caos. «La Chiesa prova a intervenire attraverso le sue agenzie, come la Caritas e altre organizzazioni caritative, cercando di dare una certa sicurezza alle vittime di violenza accogliendole e, dove c’è possibilità, indirizzandole alle strutture per la presa in carico».
Si adopera anche nella sensibilizzazione e nel recupero dei bambini coinvolti nel conflitto, spesso nelle aree più remote del Paese. «Anche dove la Chiesa si trova a operare più lontana dalle città, con meno mezzi, è sempre vicina agli sforzi per recuperare i bambini soldato e fare qualcosa per loro».
La tentazione della fuga
Molti giovani congolesi sognano una vita in Europa o nei Paesi vicini. Tra chi parte e chi rimane, la domanda è spesso la stessa: c’è ancora qualcosa per cui restare? Fuggire dalla situazione che si vive in Congo per andare in Europa è un sogno soprattutto per i giovani che vivono nella capitale o nelle grandi città. Chi abita nelle zone più remote cerca invece soltanto la pace, anche solo nei Paesi vicini. «Chiedono consigli, però molti esprimono chiaramente il desiderio di trovare un’opportunità per uscire, perché non ce la fanno più».
Eppure, una consapevolezza profonda attraversa anche chi è tentato dalla fuga. «Alla fine, bisogna ritornare comunque, perché lì dove andrai sarai sempre ospite. Andare in Europa o altrove non è la soluzione, perché le radici rimangono qui. Provare a costruirsi una vita qui sarebbe molto meglio, perché almeno ci sono i legami familiari». E a chi parte, rimane il gesto della benedizione. «Benedire significa augurare del bene: quindi, dovunque sceglieranno di andare, che lì tutto sia bene per loro: almeno vivere in pace».
In questo scenario, il messaggio del viaggio apostolico di Leone XIV in Africa ha risuonato anche per Kinshasa. In Guinea equatoriale, il Pontefice ha additato esplicitamente le «ricchezze materiali su cui prepotenti interessi mettono le mani», denunciando come anche in quel continente «lo scoppio di conflitti armati è spesso guidato dalla colonizzazione del petrolio e delle risorse minerarie, senza rispetto per il diritto internazionale o l’autodeterminazione dei popoli».
Se il viaggio del Pontefice ha confermato il ruolo della Santa Sede come interlocutore morale in un continente al centro della competizione geopolitica globale, la denuncia di Leone XIV si inserisce in un quadro che chi vive nella Repubblica Democratica del Congo conosce bene.
Da tempo multinazionali occidentali e asiatiche finanziano indirettamente i gruppi armati attraverso i Paesi vicini, soprattutto nelle zone minerarie. «In questo modo ottengono materie e risorse portate fuori dal Congo. È evidente che le multinazionali puntano sulle ricchezze».
La logica è perversa nella sua chiarezza. «Quando non arrivano a ottenere quello che chiedono in modo legale, è più facile per loro avere delle zone che sfuggono al controllo dello Stato, che così non ha la misura di quello che esce. Quindi alle multinazionali va bene che ci sia sempre questa dinamica di disordine».
“Giù le mani dall’Africa!”
Paradossalmente, anche la transizione ecologica globale, anziché portare sviluppo, rischia di acuire questa spirale. Nel 2023, proprio a Kinshasa papa Francesco aveva gridato il suo “Giù le mani dall’Africa!”. Quel grido rimane attuale. «In un certo senso, l’appello è stato accolto, ma da allora multinazionali e altri cercano nuovi metodi per accaparrarsi le ricchezze del suolo e del sottosuolo. È cambiata un po’ la forma: si cerca di non mostrare chiaramente che ci si sta procurando le risorse attraverso le armi. Si passa da accordi, per esempio quello che riguarda l’ecologia globale, ma comunque si finisce per rinforzare le dinamiche di potere locali, perché non si va nel senso di uno sviluppo della popolazione».
Chi opera sul territorio, è consapevole di tutto questo. «La Chiesa in Congo si trova nella posizione di denunciare quello che non va, e perciò è quasi sempre in conflitto con il potere. Perché nel suo ruolo profetico la Chiesa non tace». Denuncia la disuguaglianza e allo stesso tempo educa.
«La Chiesa è sempre lì, per preparare la gente, per accompagnarla, anche attraverso la Commissione giustizia e pace (della Conferenza episcopale nazionale del Congo, ndr), che in ogni diocesi cerca di far sapere alla gente i suoi diritti, di educarla alla democrazia, alla nonviolenza. Il vantaggio è che la Chiesa è ovunque nel Paese e può educare al rispetto dei diritti umani attraverso le scuole cattoliche, dove l’educazione è buona. Anche lì la Chiesa non può tacere». Ci sono ferite che tagliano la terra e la vita, ma non la resistenza di chi, nonostante tutto, continua a scegliere il bene.
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