Tolkien – e Gandalf – entrano nella Magnifica humanitas di Leone XIV con uno scopo: parlare di noi. Magia? Non proprio: piuttosto una cura. Con un post scriptum.
Cos’è un’intelligenza artificiale? Le risposte a questa domanda potrebbero essere decine, se non centinaia, dal più meticoloso dettaglio tecnico alla più tenue sfumatura della filosofia.
Ma c’è un unico fondo di verità, che proprio le decine e centinaia di risposte rivelerebbero: l’intelligenza artificiale è la punta tecnologicamente più avanzata dell’individualismo. L’illusione di cercare – e poter trovare – risposte da soli. Di intrattenere conversazioni senza un interlocutore. Di ricevere cure e supporto emotivo senza alcuna connessione. In certa misura, di plasmare una propria realtà, internalizzata fino a ridursi a uno (sé stessi), senza ascolto, reciprocità, attesa. L’ideale liberale dell’individuo trova nelle IA il suo strumento più potente.
Il paradosso è che questa autosufficienza è resa possibile impiegando entità – le intelligenze artificiali – radicalmente non individuali, dipendenti da infrastrutture collettive debordanti e addestrate su miliardi di stimoli perfettamente umani: incertezze, paure, desideri, emozioni. Le intelligenze artificiali sono un distillato emblematico del presente: un tempo che ha moltiplicato i soggetti e cancellato le congiunzioni.
Ne era ben consapevole un autore straordinario, citato da Leone XIV nell’enciclica Magnifica humanitas: John Ronald Reuel Tolkien, padre del corpus leggendario nel quale si avvolgono e dipanano le esistenze di elfi, nani, umani, orchi e hobbit.
Un tratto dell’opera più celebre di Tolkien allontana quel mondo dal nostro più di un albero in grado di camminare e parlare. Provate a nominare un protagonista della nostra epoca: ne troverete fin troppi, e insieme nessuno. Allo stesso modo, provate a indicare “il” protagonista de Il Signore degli anelli, la più rappresentativa fra le opere dello scrittore britannico: non ne troverete alcuno, e insieme una moltitudine.
Perché protagonista è la comunità. Alcuni, non lontani dall’ispirazione cattolica che orientò Tolkien, si spingerebbero a dire la comunione. «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare».
È il mago Gandalf a parlare, dall’edizione newyorkese del romanzo, anno 1965, quella che ha contribuito alla fama di Tolkien negli Stati Uniti, al tempo in cui il giovanissimo Robert Prevost aveva solo una decina di anni.
La citazione è inserita nel quinto e ultimo capitolo dell’enciclica, dedicato alla dicotomia fra cultura della potenza e civiltà dell’amore, e in particolare fra i passi che richiamano ciascuno a fare la propria parte per l’edificazione della seconda fra le due. Unione e senso di appartenenza si incarnano nel prossimo, sia fisico che temporale, a cui lasciare in eredità una «terra sana e pulita». Il valore della comunione risiede nell’abbracciare la comunità, concreta e terrena, non un’ideale utopia.
Al contrario, le intelligenze artificiali producono l’illusione di un soggetto autosufficiente, perennemente connesso perché costantemente dissociato, sintomo di quella malattia perniciosa e dagli esiti fatali che è l’individualismo.
Dal canto suo, Tolkien mostra che la coralità vera, quella in cui nessuno è convinto di bastare a sé stesso, è l’unica in cui nascono “protagonisti” degni di questo nome. La narrazione di Tolkien ruota attorno alla consapevolezza che nella Terra di Mezzo non ci sono eroi perché ce ne sono molti, tutti autentici, tutti necessari l’uno all’altro. Magie contrapposte di un mondo individualista e di un’epopea costruita sul dono di sé.
Post scriptum.
Due curiosità.
Come detto, fra le note di Magnifica humanitas è menzionata l’edizione newyorkese de Il Signore degli anelli, ma nel testo italiano del documento il passo del romanzo è tratto dalla traduzione di Vicky Alliata di Villafranca. Una minuzia che potrebbe rinfocolare una diatriba che ancora non ha avuto quiete. Se non ne siete a conoscenza, vi siete persi finora un’avventura fatta di strumentalizzazione ideologica, incapacità di ascolto e orgoglio epico. Nulla di nuovo.
La seconda curiosità. Il passo di Tolkien citato nell’enciclica di Leone XIV invita ad abitare il mondo «sradicando il male dai campi che conosciamo». Non si può fare a meno di notare che questo atteggiamento sembra contraddire una delle parabole più celebri riferite nei Vangeli (Mt 13,24-30), che comanda invece di separare grano e zizzania solo a tempo debito. Ma Tolkien non era originario di Cafarnao e Gandalf non lo era di Nazaret. E tanto basti.
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