10 anni di #ChiesaVintage in un tempo che cancella i testimoni

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Ogni anniversario porta con sé la consapevolezza di ciò che il tempo ha consumato in preparazione di quanto ci attende. Ma celebrare i dieci anni di una rubrica dedicata alla memoria fotografica, della Chiesa come di tutti noi, ha il sapore di un’amarezza che è impossibile ignorare.

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Dal 7 ottobre 2023 a Gaza sono morti più giornalisti di quelli uccisi durante la guerra civile americana, la prima guerra mondiale, la seconda guerra mondiale, la guerra di Corea, il Vietnam, le guerre jugoslave e l’Afghanistan post-11 settembre, tutte insieme. Nel solo 2025, i dati del Committee to Protect Journalists registrano 129 giornalisti uccisi, oltre il 60% dei quali in seguito ad azioni militari israeliane. Più di uno su quattro è morto in attacchi deliberati: non si muore mentre si documenta, si viene uccisi perché si documenta.

È in questo scenario che compie dieci anni la rubrica #ChiesaVintage di Caffestoria.it. Nata nel 2016 – fino al 2021 sotto il nome di #VaticanoVintage – è un appuntamento settimanale del sabato sui canali Instagram e X. Dieci anni che scorrono nelle centinaia di volti di santi e di sconosciuti, di pontefici e di donne, di processioni a New Orleans e di concili a Roma, nello sguardo dei fotografi più celebrati e negli scatti anonimi. Una rubrica che fa notizia, ma che soprattutto vuole fare memoria.

L’obiettivo come specchio

La fotografia entra nella storia della Chiesa quasi contemporaneamente alla sua invenzione. Il dagherrotipo ha meno di dieci anni quando immortala i primi volti di vescovi e cardinali, processioni e aule conciliari. La Chiesa, istituzione millenaria abituata a gestire la propria immagine attraverso l’arte sacra e la liturgia, si trova davanti ad uno specchio che non controlla del tutto.

È un incontro ambivalente. La fotografia promette autenticità, il realismo dell’attimo fissato, ma porta con sé la democratizzazione dello sguardo. Non più soltanto i pittori di corte, non più solo le incisioni ufficiali: chiunque può ora ritrarre un religioso, una suora in missione, una Madonna incoronata in un paese di campagna. Per non parlare di un pontefice.

La fotografia non è soltanto documento: è interpretazione. Da Leone XIII – che benedisse la modernità con cautela e la fotografia senza riserve, consegnando il proprio volto alla fotografia e poi al cinema – fino a Leone XIV, ogni pontificato ha avuto il proprio immaginario fotografico.

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Ogni immagine ha costruito, smontato o rinegoziato un rapporto tra istituzione e fedeli, sacro e pubblico, potere e prossimità. La foto di Pio XII con le braccia alzate tra le macerie di San Lorenzo nel 1943 vale più di molti telegrammi. Quella di Giovanni XXIII che sorride apre un Concilio prima ancora che il Concilio si apra. E le molte di Giovanni Paolo II che bacia la terra all’arrivo di ogni viaggio apostolico ridefiniscono il pellegrinaggio come gesto geopolitico.

Il selfie del card. Robert Prevost con papa Francesco. 2015.
Il selfie del card. Robert Prevost con papa Francesco. 2015.

La Chiesa cambiata e quella che non cambia

#ChiesaVintage nasce in un contesto ecclesiale che vede Francesco al terzo anno di pontificato, in un momento segnato dal dibattito acceso su Amoris laetitia e dai temi della mobilità umana in un’Europa in piena crisi dei rifugiati. La comunicazione cattolica scopre i nuovi media come missione e come rischio.

Dieci anni dopo, le fotografie accompagnano il ministero del nuovo pontefice, dalla famiglia alle manifestazioni per la pace. Il giovane Robert Prevost è spesso ritratto a colori, allontanando di elezione in elezione il bianco e nero. Leone XIV porta con sé un profilo diverso: agostiniano, nordamericano di nascita e sudamericano di formazione, missionario. Ma anche cardinale che scatta selfie e pontefice che riprende immagini con il proprio smartphone.

La Chiesa ha vissuto in questo decennio il Sinodo sulla sinodalità – un processo lento, controverso, incompiuto e tuttavia irreversibile nella sua apertura metodologica; ha assistito all’accelerazione della secolarizzazione nel Nord globale, al crescente protagonismo delle Chiese africane e asiatiche, alla crisi degli abusi sessuali e di potere condotta finalmente ad un livello di riconoscimento istituzionale che sembrava impossibile soltanto alcuni decenni fa. Chissà quali aspetti del nostro tempo sopravviveranno nell’attuale profluvio di immagini.

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Papa Leone XIV realizza una foto (o un video) con il proprio smartphone a bordo dell'elicottero in partenza per la visita pastorale ad Acerra. 23 maggio 2025. © Gabriel Hubert Nalepa @aviation.nalepa.
Papa Leone XIV realizza una foto (o un video) con il proprio smartphone a bordo dell’elicottero in partenza per la visita pastorale ad Acerra. 23 maggio 2025. © Gabriel Hubert Nalepa @aviation.nalepa.

Memoria come forma di speranza

Ma la Chiesa ha visto anche tornare la guerra al centro della propria riflessione. Non come astrazione teologica, ma come concreta fotografia del presente: bambini feriti e uccisi, famiglie separate, città e luoghi di culto bombardati. Le immagini della guerra tornano ad interrogare la coscienza cristiana con la stessa brutalità con cui lo facevano le fotografie del primo conflitto mondiale, quando i cappellani militari sperimentarono che il fronte non era soltanto un luogo geografico, ma una condizione dell’anima.

È qui che la fotografia si fa più immediatamente testimonianza. Questa considerazione contiene una verità teologica che va al di là dell’orizzonte politico e sociale: il testimone – il mártys, in greco – è colui che vede e che in seguito narra ciò che ha visto. La morte è, spesso, conseguenza del testimoniare. Chi fotografa la guerra, chi documenta la persecuzione, chi fissa nell’immagine ogni altrimenti invisibile esercita una funzione che ha radici nell’etica del martirio.

Si festeggiano male, gli anniversari, in terra di macerie. Eppure, è proprio nei tempi difficili che la memoria assume il suo peso. Le fotografie sono sopravvissute a guerre e totalitarismi, incendi e umidità, perfino all’incuria, alla digitalizzazione disordinata e all’oblio degli algoritmi. Non come feticci del passato – tale sarebbe la nostalgia, una malattia – ma come simboli di radicamento: che legano in un filo da dove si proviene per non perdere il cammino verso dove si sta andando.

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