La frontiera esiste, non è quella che ci immaginiamo e il suo significato si misura interamente sulla sorte della dignità umana. Utopia? Puro realismo. Il viaggio spagnolo di Leone XIV rivela una delle intuizioni più originali del suo giovane pontificato: la frontiera non viene negata, ma sottoposta ad un criterio superiore. «Le barriere più difficili da abbattere non sono sempre di pietra». Perché il confine politico non può diventare il confine dell’umanità.
Canarie, dove l’Atlantico si trasforma in uno dei più grandi e letali corridoi migratori del pianeta: l’oceano smette di essere paesaggio e diventa cimitero. Alla «frontiera meridionale dell’Europa», dove il continente non inizia con una linea ma con il volto di chi sbarca, Leone XIV riafferma il valore dell’agire sopra quello dei discorsi.
«Cari migranti: prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità», dice il papa al porto di Arguineguín – acque che sono tranquille soltanto nell’immaginario dei primi abitanti dell’isola, oggi turbate dall’egoismo del mondo. «Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare». È uno dei passaggi più rilanciati dell’intero viaggio: restituzione di un nome e di un volto a chi rischia di essere ridotto a una categoria statistica o sociologica.
Che l’agire sia la forma più naturale di testimonianza Leone XIV lo aveva già scritto misurandosi con quella umanità che definisce magnifica. «Oggi la Dottrina sociale della Chiesa è un patrimonio di saggezza, ove troviamo principi per pensare, criteri per discernere e giudicare, orientamenti concreti per agire […], individuando percorsi adeguati per vivere una testimonianza cristiana limpida, con gioia e al servizio del mondo. Non è un insieme statico di concetti» (Magnifica humanitas, 3).
Nel suo viaggio in Spagna, Leone XIV parla di «rotte», dove ogni vita perduta è «un fallimento per la famiglia umana»; evoca gli «approdi», lembi di terra di cui non ci si può disinteressare, che sono insieme fine di un viaggio e inizio di un’incognita; ricorda lo «straniero», attraverso il quale le Scritture si misurano con l’altro che arriva piuttosto che con il simile che già abita la casa.
Immagini dinamiche, luoghi di passaggio, spazi di incontro che convergono su un medesimo punto: la frontiera è il luogo in cui la dignità viene messa alla prova. Da qui, un’altra frase di questo viaggio destinata a restare: «La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera».
In questo senso, l’intera visita in Spagna è una lunga meditazione sulla frontiera della dignità. «Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». Così, la frontiera non è anzitutto una questione di sicurezza. Piuttosto, è una prova antropologica, un luogo fisico e metafisico in cui l’uomo scopre chi è veramente.
La frontiera è un esame di dignità: di quella altrui, ma anche della propria. Il papa lo riafferma in modo quasi ostinato: oltre un centinaio di volte nella sua prima enciclica, Magnifica humanitas, come un sottofondo durante l’intero viaggio apostolico in Spagna. Ed è notevole che trovi eco nelle parole delle autorità e delle persone incontrate, ciascuna con il proprio fraseggio. «Oggi, da questa terra di accoglienza – le Canarie – vogliamo rivolgere una richiesta semplice ma profondamente umana: dignità. Chiediamo che le frontiere non si trasformino in muri di indifferenza. Di non essere guardati soltanto come migranti, numeri o documenti, ma come persone». E c’è chi ha la lungimiranza di auspicare la realizzazione di un «progetto comune», di una «costruzione condivisa».
«La solidarietà […] è chiamata a impegnarsi e a prendere la forma di un processo. L’accoglienza apre la porta; l’integrazione aiuta a varcare la soglia», chiarisce il papa, incontrando le realtà di integrazione dei migranti in Plaza del Cristo de La Laguna, a Tenerife. “Soglia” è forse la migliore definizione della frontiera secondo Leone XIV: non un muro che divide la «città aperta», ma uno spazio di passaggio; non il naufragio della perdita di identità, ma l’approdo in cui le identità si incontrano e generano qualcosa di nuovo. Inevitabilmente.
«Tutti – in qualche modo – siamo migranti», ripete il papa. E lo siamo non soltanto in virtù di quella meta escatologica che ci vede in cammino, ma della prospettiva di ogni quotidiano: le esistenze che si consumano in condizioni di frontiera non sono che milioni di cartine di tornasole per le contraddizioni del nostro tempo – diritti, lavoro, salute, educazione, individualismo, cultura dello scarto – che ci ostiniamo a non vedere, ma che ogni giorno ci riguardano tutti.
Nella destinazione geografica dei tanti luoghi di partenza in cui «la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a ferire la dignità umana», Leone XIV non si limita a suggerire di gestire meglio i flussi migratori, ma invita a qualcosa di più: recuperare lo sguardo. Non abituarsi a contare i morti. Non ridurre le persone a fascicoli. Non permettere che la frontiera – ogni frontiera – diventi anestesia morale.
Anche quando parla di confini, Leone XIV li supera immediatamente: l’amore di Dio, ricorda, «non conosce confini». Non perché le frontiere politiche debbano sfumare in un indistinto cosmopolitismo globalizzato, ma perché esiste qualcosa di precedente e ben più fondamentale: la dignità della persona.
Al dibattito che da anni si polarizza attorno ad apertura e chiusura, sicurezza e accoglienza, diritti e sovranità, il papa propone un nuovo fuoco: il vero confine, suggerisce, è quello che passa attraverso la coscienza. È questo a fare delle Canarie, arcipelago ai margini del continente, una parabola centrale del mondo contemporaneo: una frontiera che non definisce soltanto chi sta fuori, ma rivela soprattutto chi sta dentro. Anche dentro di noi.
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