Dignitas infinita [Sintesi]. Il passo di Francesco sui princìpi non negoziabili

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Dignitas infinita, la nuova dichiarazione del Dicastero per la dottrina della fede, interviene sui mali contemporanei che feriscono la dignità umana. E scontenta molti. In questo caso, buon segno. Una sintesi e alcune chiavi di lettura.

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Prosegue la linea inaugurata dal card. Víctor Manuel Fernández a colpi di documenti. A meno di 4 mesi dalla pubblicazione della dichiarazione Fiducia supplicans, il Dicastero per la dottrina della fede diffonde un documento in tema di dignità umana.

Anche la nuova dichiarazione, come d’uso con il card. Fernández, è preceduta da una sua Presentazione, utile ad inquadrare le linee interpretative del documento e a sottolineare lo stretto raccordo elaborativo – e approvativo – con papa Francesco.

Continuità

Segue una prima parte (nn. 3-6), «ridotta» per esigenze di stesura in fase di revisione, che esplicita la continuità di Francesco rispetto ai predecessori: Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Continuità sussiste naturalmente anche con «la Rivelazione biblica» (nn. 11-12) e con la storia del pensiero cristiano (nn. 13), ma non mancano riferimenti a realtà “laiche” come le Nazioni Unite (numerosi i rimandi alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo) e l’antichità classica.

Quale dignità?

Si fa presto, soprattutto nel mondo contemporaneo, a dire “dignità”. A questo proposito, ai nn. 7 e 8 della Dignitas infinita si distinguono quattro tipologie di dignità: ontologica, morale, sociale ed esistenziale. La prima, cuore della Dichiarazione, «compete alla persona in quanto tale per il solo fatto di esistere e di essere voluta, creata e amata da Dio».

Diverso il caso della dignità morale, che dipende dall’agire umano, soggetto all’uso buono o cattivo della libertà personale, e perciò «può essere di fatto “perduta”», a differenza «della dignità ontologica che non può mai essere annullata». Dignità sociale ed esistenziale, infine, hanno a che fare con le «condizioni sotto le quali una persona si trova a vivere»: miseria, malattia, prigionia, solo per fare alcuni esempi. «Sempre più spesso si parla oggi di una vita “degna” e di una vita “non degna”», ma tali considerazioni «non fanno altro che ricordare il valore inalienabile di quella dignità ontologica radicata nell’essere stesso della persona umana e che sussiste al di là di ogni circostanza», per quanto dolorosa possa essere la condizione sociale o esistenziale, appunto.

Fondamentale, alla luce delle derive del pensiero contemporaneo in cui l’uomo pretende di sostituirsi a Dio, è evidenziare che «la dignità non viene concessa alla persona da altri esseri umani». Può, e dovrebbe, essere invece riconosciuta, al pari dei diritti umani. Una dinstinzione luminosa, quest’ultima, maturata nella storia dell’uomo solo in tempi relativamente recenti, che è tutt’altro che una sottigliezza linguistica: infatti, «se la dignità fosse concessa alla persona da altri esseri umani, allora essa si darebbe in modo condizionato e alienabile, e […] rimarrebbe esposto al rischio di essere abolito». Altresì, «il suo riconoscimento non può assolutamente dipendere dal giudizio sulla capacità di intendere e di agire liberamente delle persone»: vale a dire che né «il bambino non ancora nato e neppure l’anziano non autosufficiente, come neanche chi è portatore di disabilità mentale» perdono in alcun modo la propria dignità di esseri umani.

Ecologia integrale (nn. 26-28)

Su indicazione di papa Francesco, la Dichiarazione prosegue evidenziando alcune «tematiche strettamente connesse al tema della dignità». Prima fra queste è l’ambiente, rispetto al quale si ricorda «la bontà degli altri esseri creati, che esistono non solo in funzione dell’essere umano ma anche con un valore proprio, e pertanto come doni a lui affidati perché siano custoditi e coltivati». Al riparo da ogni estremismo ambientalista, la cura della casa comune, come più volte affermato in passato, non deve ignorare l’impegno di «quell’ecologia umana che preserva la sua stessa esistenza».

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Libertà e alto valore della politica (nn. 29-32)

Si tratta di un ruolo spesso disatteso, ma su ogni cristiano «incombe una responsabilità di liberazione che si estende al mondo intero». Non è questione di lotte armate o di pie intenzioni, bensì di «una liberazione che dal cuore delle singole persone è chiamata a diffondersi e a manifestare la sua forza umanizzante in tutte le relazioni». Colpisce come la stessa idea umana di libertà sia «frequentemente oscurata da tanti condizionamenti psicologici, storici, sociali, educativi, culturali. La libertà reale e storica ha sempre bisogno di essere “liberata”. E si dovrà, altresì, ribadire il fondamentale diritto alla libertà religiosa».

Alla luce di tale liberazione sono da leggere anche le numerose condanne, riprese dal Concilio Vaticano II, elencate nella Dignitas infinita: di ogni specie di omicidio, genocidio, aborto, eutanasia e suicidio volontario, mutilazioni, torture inflitte al corpo e alla mente, costrizioni psicologiche, incarcerazioni arbitrarie, deportazioni, schiavitù, prostituzione, mercato delle donne e dei giovani, ignominiose condizioni di lavoro e pena di morte (cfr. n. 34). Un quadro a tinte fosche di molte società del presunto benessere, su cui i governanti e i cristiani, a differenti livelli coinvolti nell’azione politica (anche di semplici elettori) sono chiamati ad assumersi la propria responsabilità.

Povertà (nn. 36-37)

Ciò è tanto più evidente se si tiene conto del fatto che «uno dei fenomeni che contribuisce considerevolmente a negare la dignità di tanti esseri umani è la povertà estrema, legata all’ineguale distribuzione della ricchezza». E della povertà «tutti siamo responsabili, sebbene in diversi gradi».

Un bambino ferito in un bombardamento israeliano è trasportato in un ospedale della striscia di Gaza, 25 marzo 2024. © AP/Ismael Abu Dayyah.
Un bambino ferito in un bombardamento israeliano è trasportato in un ospedale della striscia di Gaza, 25 marzo 2024. © AP/Ismael Abu Dayyah.

Guerra (nn. 38-39)

«Con la sua scia di distruzione e dolore, la guerra attacca la dignità umana a breve e a lungo termine». Non manca un affondo alla crescente disumanità dei conflitti ibridi. «Questo risulta ancora più grave nel nostro tempo, quando è diventato normale che, al di fuori del campo di battaglia, muoiano tanti civili innocenti».

Persone migranti e tratta (nn. 40-42)

Tematica cara a Francesco, la dignità delle persone migranti non solo «viene negata nei loro Paesi, quanto la loro stessa vita è messa a rischio perché non hanno più i mezzi per creare una famiglia, per lavorare o per nutrirsi. Una volta poi che sono arrivati in Paesi che dovrebbero essere in grado di accoglierli, vengono considerati non abbastanza degni di partecipare alla vita sociale come qualsiasi altro». Lo scenario evocato è, come spesso accade, quello delle situazione più drammatiche delle migrazioni forzate dettate dalla povertà, dall’insicurezza o dai cambiamenti climatici. A queste si lega il fenomeno, non meno drammatico, della tratta di esseri umani, il cui «sviluppo assume dimensioni tragiche» nel nostro tempo, per lo più nell’indifferenza diffusa.

Abusi sessuali (n. 43)

Un riferimento breve, quello della Dignitas infinita, utile a ribadire che ogni abuso sessuale, che sia perpetrato ai danni di un bambino, di un giovane oppure di una donna adulta, dentro o fuori dalla Chiesa, «lascia profonde cicatrici nel cuore di chi lo subisce». Che in molti casi attendono ancora di essere sanate.

Violenza contro le donne (nn. 44-46), aborto (n. 47) e maternità surrogata (nn. 48-50)

Si tratta di tre tematiche distinte nella Dignitas infinita, connesse però da legami profondi. In quanto alla specifica condizione femminile, «le violenze contro le donne sono uno scandalo globale». È perciò importante considerare che possono essere annoverate tra le «forme di violenza» non soltanto il femminicidio – neologismo giornalistico entrato da alcuni anni anche nel lessico ecclesiale – e le discriminazioni in campo personale, familiare e lavorativo, ma anche le forme subdole di falsa “liberazione”, che mascherano lo «sfruttamento della sessualità, inducendo anche ragazze in giovanissima età a cadere nei circuiti della corruzione e a prestarsi alla mercificazione del loro corpo».

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Merita un plauso – per il merito e l’attualità – anche il riconoscimento nella Dignitas infinita dell’aborto «tra le forme di violenza esercitate sulle donne, […] che colpisce sia la madre che il figlio». Da un lato, infatti, l’aborto è una «costrizione […], spesso per soddisfare l’egoismo dei maschi». Dall’altro, è una presunta libertà di scelta da parte della donna, oggetto – prima ancora che soggetto – di evidenti pressioni culturali e sociali che hanno progressivamente oscurato la gravità dell’infanticidio. Citando Giovanni Paolo II, la Dignitas infinita ricorda che «l’accettazione dell’aborto nella mentalità, nel costume e nella stessa legge è segno eloquente di una pericolosissima crisi del senso morale, che diventa sempre più incapace di distinguere tra il bene e il male».

Non mancano le implicazioni anche a livello politico, se si tiene conto del fatto che in Francia il diritto all’aborto è stato recentemente inserito nella Costituzione. Una soluzione simile, per giunta, è in discussione presso il Parlamento europeo e dovrebbe condurre all’aggiunta del diritto all’accesso sicuro e legale all’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Riconducibile alle diverse forme di sfruttamento, di violenza e di violazione istituzionalizzata della dignità umana è anche la maternità surrogata, nota anche come utero in affitto o gestazione per altri. «La Chiesa, altresì, prende posizione contro la pratica della maternità surrogata, attraverso la quale il bambino, immensamente degno, diventa un mero oggetto». Per non parlare della donna: «questo contrasta in ogni modo con la dignità fondamentale di ogni essere umano e il suo diritto di venire sempre riconosciuto per se stesso e mai come strumento per altro».

Eutanasia, suicidio assistito (nn. 51-52) e lo scarto dei diversamente abili (nn. 53-54)

Si tratta di «un caso particolare di violazione della dignità umana, che è più silenzioso ma che sta guadagnando molto terreno. Presenta la peculiarità di utilizzare un concetto errato di dignità umana per rivolgerlo contro la vita stessa». Entra qui in gioco prepotentemente la distinzione fra dignità umana ontologica ed esistenziale operata all’inizio della Dignitas infinita. «La sofferenza non fa perdere al malato quella dignità che gli è propria in modo intrinseco e inalienabile, ma può diventare occasione per rinsaldare i vincoli di una mutua appartenenza e per prendere maggiore coscienza della preziosità di ogni persona per l’umanità intera».

Amore autentico in luogo di un rifiuto che si finge carità. Va da sé che il «malato in condizioni critiche o terminali chiede a tutti sforzi adeguati e necessari per alleviare la sua sofferenza tramite opportune cure palliative ed evitando ogni accanimento terapeutico o intervento sproporzionato».

Un accanimento – tutt’altro che terapeutico – si manifesta sempre più sistematicamente nei confronti dei diversamenti abili. Conseguenza di società in cui «va imponendosi, in verità, una cultura dello scarto» in luogo di una comunità fondata sull’inclusione «sociale ed ecclesiale».

Teoria del gender (nn. 55-59) e cambio di sesso (n. 60)

Ampia trattazione è riservata al complesso scenario della differenziazione di genere, già al centro di numerose dichiarazioni di papa Francesco e scoglio contro cui è naufragata la precedente dichiarazione Fiducia supplicans. La posizione espressa nella Dignitas infinita è articolata e ambivalente: da un lato, «va denunciato come contrario alla dignità umana il fatto che in alcuni luoghi non poche persone vengano incarcerate, torturate e perfino private del bene della vita unicamente per il proprio orientamento sessuale»; dall’altro, «nello stesso tempo, la Chiesa evidenzia le decise criticità presenti nella teoria del gender».

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Nulla più che una “teoria”, appunto, comunemente ritenuta innegabile ma in realtà finora tutt’altro che supportata da evidenze che vadano al di là della retorica ideologica, «sulla cui consistenza scientifica molte sono le discussioni nella comunità degli esperti». Sono diversi i punti critici evidenziati in questa teoria: fra essi, il «voler disporre di sé […] indipendentemente da questa verità basilare della vita umana come dono, non significa altro che cedere all’antichissima tentazione dell’essere umano che si fa Dio»; e ancora, il «negare la più grande possibile tra le differenze esistenti tra gli esseri viventi: quella sessuale. Questa differenza fondante è non solo la più grande immaginabile, ma è anche la più bella e la più potente».

Modi devianti di intedere la dignità vorrebbero identificarla oggi «con una libertà isolata ed individualistica, che pretende di imporre come “diritti”, garantiti e finanziati dalla collettività, alcuni desideri e alcune propensioni che sono soggettivi». Il riferimento, neppure troppo celato, è alle diverse ipotesi di introdurre coperture economiche pubbliche alle più disparate stravaganze dettate dall’ideologia. A conti fatti, una «prospettiva riduttiva di una libertà autoreferenziale e individualistica, che pretende di creare i propri valori».

Si ricorda, infatti, che «la dignità del corpo non può essere considerata inferiore a quella della persona in quanto tale». Per questo motivo, «qualsiasi intervento di cambio di sesso, di norma, rischia di minacciare la dignità unica che la persona ha ricevuto fin dal momento del concepimento». Tanto più che «l’essere umano non crea la sua natura; la possiede come un dono ricevuto e può coltivare, sviluppare e arricchire le proprie capacità».

Violenza digitale (61-62)

Molte delle tematiche affrontate nella Dignitas infinita riecheggiano nel mondo digitale: le guerre sempre più ibride e letali, le dicriminazioni xenofobe, l’oggettificazione dell’uomo e della donna, il suicidio come esito dell’emarginazione sociale, fino alla manipolazione dell’opinione pubblica e alla propaganda delle più strampalate teorie di progresso trovano eco sul web e causano ferite tutt’altro che virtuali. «Ed è così che, laddove crescono le possibilità di connessione, accade paradossalmente che ciascuno si trovi in realtà sempre più isolato e impoverito di relazioni interpersonali». Muovendo da «questa prospettiva, se la tecnologia deve servire la dignità umana e non danneggiarla e se deve promuovere la pace piuttosto che la violenza, la comunità umana deve essere proattiva nell’affrontare queste tendenze nel rispetto della dignità umana e promuovere il bene».

Valori, non “divieti”

Per certi versi, la Dignitas infinita rappresenta un passo sulla strada dei princìpi non negoziabili illuminata da Benedetto XVI. Risultato, questo, di un’elaborazione che «ha avuto bisogno di un notevole processo di maturazione», più che auspicabile anche per il futuro dopo il pasticcio di Fiducia supplicans.

Definire la Dignitas infinita un “contentino ai conservatori” è sminuire secoli di Tradizione e Magistero, da cui la Dichiarazione attinge. Nel complesso, la Dignitas infinita ha il merito di evidenziare, una volta di più, le ragioni di fondo di quelli che troppo spesso vengono intesi come semplici “divieti”, imposti da un’immotivato oscurantismo della Chiesa cattolica.

Vale invece la pena ribadire che «anche oggi, davanti a tante violazioni della dignità umana che minacciano seriamente il futuro dell’umanità, la Chiesa incoraggia la promozione della dignità di ogni persona umana quali che siano le sue qualità fisiche, psichiche, culturali, sociali e religiose. Lo fa con speranza, certa della forza che scaturisce dal Cristo risorto, il quale ha rivelato in pienezza la dignità integrale di ogni uomo e di ogni donna». A beneficio di credenti e non.

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