San Paolo, il «cupio dissolvi» e il sottile piacere del disfacimento

Antonio del Castillo y Saavedra, San Paolo Apostolo, 1616-1668, collezione privata.
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Mentre in politica – e nel Belpaese – invece del latino la vera “lingua morta” sembra essere sempre più l’italiano, tanto nella forma quanto nei contenuti, un’inatteso – ma forse non così imprevedibile – rispolvero della lingua latina si deve ad una recente dichiarazione del presidente del Consiglio Letta («continuo a non vedere quali alternative serie per il paese ci siano intorno al cupio dissolvi»), rimbalzata sui principali organi di informazioni. Nulla di nuovo nella sostanza del messaggio. Dopo un certo sbigottimento iniziale, invece, ciò che stupisce è che nella abituale cacofonia politica qualcuno – e non pochi, e forse sta qui lo stupore – abbiano iniziato a chiedersi cosa fosse questo «cupio dissolvi», che ai più ispirava sentimenti di cupa mestizia, complice anche il clima del Belpaese.

Un’occhiata alla Bibbia, tenendo conto di alcuni tratti della formazione del presidente del Consiglio, è sembrata d’obbligo. «Coartor autem ex his duobus: desiderium habens dissolvi et cum Christo esse, multo magis melius» («Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio»), leggiamo al versetto 24 della lettera di Paolo ai cristiani di Filippi. Per comprendere il riferimento paolino è utile considerare l’intero contesto (o almeno quello immediatamente circostante, in Fil 1,21-26).

La traduzione in italiano della Bibbia riporta quel «cupio dissolvi» come «il desiderio di essere sciolto dal corpo [per essere con Cristo]» (testo del 1974) o come «il desiderio di lasciare questa vita [per essere con Cristo]» (testo del 2008). In entrambi i casi il dubbio espresso da Paolo sembrerà riecheggiare – con minor valenza teologica e con maggiore pathos teatrale – nell’opera di Shakespeare, nell’amletico «essere o non essere»: morire o vivere, dissolversi (in Cristo, per Paolo) o resistere. Nella missione evangelizzatrice o nella leadership di governo.

La frase ritorna con frequenza nella patristica latina, pur con varianti, e figura per fama nell’opera di Tertulliano, apologeta cristiano del II-III secolo: «Cupio dissolvi et esse cum Christo, dicit Apostolus» (De patientia 9, 5). Tale fu ripresa anche da Tommaso d’Aquino nella sua Summa Theologiae (II-II, q. 25, a. 5, arg. 1; II-II, q. 28, a. 2, arg. 3; II-II, q. 185, a. 4, co.) e nel Commento alle Sentenze di Pietro Lombardo (IV, Dist. 45, q. 1, a. 1).

Reso famoso dall’ambiente patristico, trasfigurato dalla mistica cristiana di età medievale, il «cupio dissolvi» ha assunto nel corso del Novecento accezioni talvolta profane, arrivando ad esprimere concetti di rifiuto dell’esistenza e di autodistruzione di matrice nichilista. Resta da vedere come lo intendesse il premier Letta. O come lo intendano i suoi alleati.

Nell’immagine: Antonio del Castillo y Saavedra, San Paolo Apostolo, 1616-1668, collezione privata.

I quattro novissimi dell’arte

Bernt Notke, Danza macabra (particolare), fine XV sec., Tallinn, Chiesa di San Nicolò.
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Definire “novissima” la morte non suona certamente orginale. In realtà questo termine, adattamento del latino novissĭma, sta ad indicare nella teologia cristiana le cose ultime, quelle cui va incontro ineluttabilmente ogni uomo, come la tradizione di questi giorni, privata della sua componente cucurbitacea, ci ricorda.

Morte, giudizio particolare, Paradiso e Inferno, a tratteggiare per il singolo il più generale quadro escatologico del destino ultimo dell’intera umanità. Cose sulle quali teologia ed arte hanno ampiamente riflettuto, giungendo in entrambi i casi a significative vette elaborative, che per l’arte culminarono nel tardo Medioevo in un vero e proprio filone, detto appunto dei quattro novissimi.

Un’elaborazione alla quale diede certamente un insolito – e drammaticamente energico – spunto l’esperienza traumatizzante della peste, alla quale si dovette fra il 1347 e il 1353 la morte di almeno un terzo della popolazione del continente europeo ed eguali decurtazioni di vite in Asia e nel Vicino Oriente. Un avvenimento affatto nuovo e forse anche neppure così inatteso, ma che costrinse una società illusa dalla crescita – più economica che solidale – della tarda età medievale a fare i conti con fattori che la partita doppia dei massari non aveva considerato.

L’epidemia creò le condizioni per l’instaurazione di un rapporto quotidiano, personale e del tutto nuovo con la morte, qualcosa che dalle epoche successive si cercò progressivamente – e con apparente successo – di tornare ad allontanare, sino ancora ai giorni nostri. L’arte ne trasse un inatteso ed originale impulso, confrontandosi con concetti sino a quel momento in gran parte banditi da soggetti pensati in gran parte per mostrare il bello, il buono, l’edificante.

Quest’ultimo messaggio, in verità, non venne meno, ma si connotò di una componente di energica, bruta e realistica fisicità sino a quel momento sconosciuta anche nelle epoche d’oro del naturalismo, e che si fuse rapidamente con i più miti – sebbene non meno vividi ed energici – riferimenti scritturali, veri dominatori sino a quel momento di gran parte dell’arte medievale. Nell’insinuarsi di un gusto per il macabro e lo scioccante, si fece strada una nuova consapevolezza della morte e, con questa, il poderoso cambiamento delle codificazioni artistiche ad essa abbinate, specie nella scultura e nella pittura.

Corpi smagriti in decomposizione (come nei monumenti funebri detti transi, fra i quali caso notevole è la tomba dell’arcivescovo inglese Henry Chichele), ossa esposte, balli commisti di vivi e morti (come nel genere della danse macabretotentanzdanza macabra, diffusa soprattutto nell’Europa centrale e settentrionale), trionfi della malattia e della morte (come nel celebre Trionfo della morte di Buonamico di Martino o Buffalmacco, presso il Camposanto di Pisa), instradamenti di buoni e cattivi a differenti destini eterni (come nel celebre Trittico di Danzica di Memling) si mescolarono e si fusero con le celebrazioni artistiche della vita mondana di fine secolo.

Veri memento mori nella loro traduzione artistica della vanità dell’esistenza, ma anche strumenti di conversione attentamente progettati e collocati in punti strategici all’interno di chiese e cimiteri, a servire da contemplazione e ammonimento. Sorprende ancora oggi l’efficacia delle iscrizioni – veri e propri slogan ante litteram – che invitano prepotentemente al ricordo, all’umiltà e al pentimento: dal più comune noi eravamo come voi, voi sarete come noi, fino ai più elaborati quel che sarete voi, noi siamo adesso: chi si scorda di noi scorda sé stesso (ossario presso la chiesa di San Francesco al Fopponino, a Milano). Echi da un’epoca nella quale l’inventiva non aveva bisogno di zucche vuote.

Hans Memling, Trittico di Danzica, 1467-1473 circa, Danzica, Muzeum Narodowe.
Hans Memling, Trittico di Danzica, 1467-1473 circa, Danzica, Muzeum Narodowe.

Nell’immagine principale: Bernt Notke, particolare della Danza macabra, Tallinn, Chiesa di San Nicolò.

La lingua del mare: il Principessa Mafalda e Lampedusa. 86 anni fa come oggi.

Dipinto che raffigura i soccorsi portati al priosfaco Principessa Mafalda
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Un’epoca che può forse sembrarci lontana, ma che la crisi economica ha drammaticamente ripresentato alla mente di molti, non solo nei ricordi, ma sempre più spesso nelle scelte di chi – per lo più giovani – oggi parte alla ricerca di nuove, vecchie, opportunità fuori dal nostro Paese. È una lezione di come una tragedia di quasi 90 anni fa può ancora dirci qualcosa del nostro tempo.

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Antonello da Messina: la tomba e la spazzatura

Antonello da Messina, Vergine Annunziata, 1476 c., Palermo, Palazzo Abatellis.
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Sul luogo di sepoltura di Antonello da Messina, uno dei più grandi pittori del ‘400, il dibattito storico è ancora aperto. Di certo si sa solo che il luogo da lui stesso indicato per il suo riposo, il convento di Santa Maria del Gesù a Messina, è invaso dal degrado, fra vandali, ruderi, erbacce e spazzatura.

Il luogo – in origine bellissimo e oggi in attesa di un sempre più urgente intervento di messa in sicurezza – è indicato fra le disposizioni del testamento dell’artista, scoperto nel 1903. È questa indicazione ad aver condotto alcuni ad ipotizzare che il sito messinese oggi possa custodire le spoglie del pittore e non a Venezia, come sostenuto in precedenza. Analisi condotte dal CNR fra le strutture del sito, ancora non del tutto esplorate, con l’ausilio del geo-radar hanno permesso di confermare la presenza delle mura di un edificio sottostante e fra esse potrebbe esserci anche la cripta di Antonello.

Al di là della tomba dell’artista, però, il sito ha molte altre cose da dire e da mostrare, in gran parte oggi celate a turisti e messinesi. La struttura religiosa, fra l’altro, è di notevole valore storico e religioso. Il luogo gode infatti del primato di più antico convento carmelitano in Europa e di essere stato il primo fondato da frati minori osservanti in Sicilia, edificato sopra un più antico sito di acque termali, di epoca romana. È lì che sorse, nel corso del XIII secolo, il convento, intitolato alla Madonna del Carmelo, per opera di frati carmelitani di ritorno dalle crociate di Terrasanta, in seguito alla pace raggiunta fra l’imperatore svevo Federico II e il sultano della controparte islamica.

Il convento passò di mano in mano nei secoli: alle suore del terz’ordine carmelitano prima (fino al 1360), a fra’ Matteo Gallo di Agrigento, seguace di San Bernardino da Siena, poi, che lo gestì fino al 1421. Lo stesso Antonello da Messina, terziario francescano, nel proprio testamento dispose di essere sepolto nel saio francescano e che, in polemica con un Chiesa che giudicava divenuta troppo mondana, al suo funerale non partecipasse il clero, né locale, né regolare.

Naturalmente quello del convento di Santa Maria del Gesù non è che uno dei numerosissimi monumenti di straordinario valore storico – ed economico, se posti in grado di accogliere turisti italiani e stranieri – non sfruttati, ma anzi abbandonati ad un colpevole stato di degrado e di consunzione. Cittadinanza e autorità locali sono ora decise a porre rimedio all’immobilismo statale ed è stato predisposto un progetto di riqualificazione, con la partecipazione della cooperativa Trapper, della Soprintendenza e forse anche della facoltà di Archeologia dell’Università di Messina, primo passo per la messa in sicurezza del luogo e per dare finalmente inizio agli scavi. A questo scopo è anche stata attivata anche una raccolta fondi (maggiori informazioni sul sito di Trapper onlus).

Nell’immagine: Antonello da Messina, Vergine Annunziata, 1476 c., Palermo, Palazzo Abatellis