Buon Natale in dieci (più una) opere d’arte

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«Con l’arte di far vedere come è nato Gesù», ricorda papa Francesco dopo l’Angelus di domenica, riferendosi ai presepi in mostra sotto al Colonnato di San Pietro. «La vostra arte è proprio quella di carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parola, di colori, di forme, di accessibilità», lo precede Paolo VI nel 1964, nel celebre discorso agli artisti pronunciato nella Cappella Sistina il 7 maggio di quell’anno. Mai facile, il rapporto fra la Chiesa e gli artisti, con le «tribolazioni» imposte da questa e l’«abbandono» o le «offese» di quelli, come ammette lo stesso Montini. Eppure i tanti modi dell’arte rimangono fondamentali, non soltanto nella storia, ma anche nel presente e nel futuro della Chiesa e dell’evangelizzazione. E viceversa: il sacro ha sempre abitato l’arte, persino negli anni delle rivoluzioni, dei totalitarismi, degli ateismi, anche del nostro tempo. Perché la via pulchritudinis, il cammino della bellezza, è irrinunciabile per l’arte, pena il condannarsi al silenzio. Ciò è tanto più vero in questo nostro tempo, ferito dagli spazi angusti del distanziamento, della solitudine, delle molte brutture, anche contro l’uomo.

A tutti i lettori e lettrici buon Natale, con il respiro largo dell’arte. E un piccolo viaggio.
Simone M. Varisco

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<strong>Maurice Denis</strong>, <em>Mistero cattolico</em>, 1889, olio su tela, Saint-Germain-en-Laye (Francia), Musée départemental Maurice Denis.
Maurice Denis, Mistero cattolico, 1889, olio su tela, Saint-Germain-en-Laye (Francia), Musée départemental Maurice Denis.

Si tratta della seconda versione di Mystère catholique delle sei realizzate da Denis. L’artista propone un’interpretazione post-impressionista dei grandi temi della pittura tardo-antica e moderna, collocando la scena in un’ambientazione domestica contemporanea. Di grande originalità è la sostituzione della figura dell’Angelo con quella di un diacono, preceduto da due chierichetti con i ceri accesi. La processione con l’evangeliario, a differenza di quanto accadrebbe durante la Santa Messa, però, non si dirige verso l’ambone, bensì verso Maria. Abbandonato il libro che stava leggendo, essa pone una mano sul proprio grembo, quasi a prefigurare ciò che avverrà: il Verbo di Dio si farà carne in lei. I colori accentuano il carattere soprannaturale della scena, mentre un giglio, posto in un vaso sul davanzale della finestra, simboleggia la verginità di Maria.

<strong>Luca Giordano</strong>, <em>Il sogno di san Giuseppe</em>, 1700, olio su tela, Indianapolis (Stati Uniti), Indianapolis Museum of Art.
Luca Giordano, Il sogno di san Giuseppe, 1700, olio su tela, Indianapolis (Stati Uniti), Indianapolis Museum of Art.

Creativa nella composizione duplice, ma decisamente più tradizionale nello stile, è la rappresentazione che il pittore napoletano dà dei due episodi narrati nei Vangeli secondo Luca e secondo Matteo. A sinistra, Maria è raffigurata in casa propria mentre accoglie devotamente la discesa dello Spirito Santo; a destra, Giuseppe è rappresentato dormiente nella propria bottega, quando un angelo gli appare in sogno per rassicurarlo sulla natura divina del concepimento di Gesù.

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<strong>Giotto</strong>, <em>Sposalizio della Vergine</em>, 1303-1305, affresco, Padova, Cappella degli Scrovegni.
Giotto, Sposalizio della Vergine, 1303-1305, affresco, Padova, Cappella degli Scrovegni.

Si tratta di una delle rappresentazioni più celebri di questo episodio della vita di Maria e Giuseppe, donataci da uno degli artisti più geniali e influenti del medioevo italiano. Maria tiene una mano sul ventre, a sottolineare la gravidanza, mentre Giuseppe le pone l’anello matrimoniale al dito. Dietro la Vergine sta un gruppo di donne, una delle quali incinta (forse Elisabetta), che si accompagna ad un uomo (forse Zaccaria). Alle spalle di Giuseppe è raffigurato un uomo nell’atto di parlare, probabilmente un testimone delle nozze, mentre più indietro si scorgono i giovani non scelti da Dio, uno dei quali intento a spezzare con il ginocchio la propria verga non fiorita, episodio che si rifà ad una vicenda narrata nei Vangeli apocrifi.

James B. Janknegt, Visitazione, 2008, olio su tela, collezione privata.
James B. Janknegt, Visitazione, 2008, olio su tela, collezione privata.

Rappresentazione curiosa e ultramoderna della Visitazione è quella resa dal pittore texano James B. Janknegt, noto per la trasposizione degli episodi delle Scritture nel contesto statunitense contemporaneo, pur nel rispetto di iconografie tradizionali. In primo piano, Maria, a destra, ed Elisabetta, a sinistra, si abbracciano, mentre Giovanni, che sarà detto il Battista, sussulta nel grembo della madre di fronte alla divina regalità di Cristo, a testimonianza della pienezza di umanità della persona fin dall’esistenza nel ventre materno. Sullo sfondo, un anziano Zaccaria ormai pensionato si intrattiene con un Giuseppe ancora lavoratore, e, nella temporanea impossibilità di proferire parola, regge un cartello con la scritta His name is John, “Il suo nome è Giovanni”.

Pieter Bruegel il Giovane, Censimento di Betlemme, 1605-1610, olio su tavola, Maastricht (Paesi Bassi), Bonnefantenmuseum
Pieter Bruegel il Giovane, Censimento di Betlemme, 1605-1610, olio su tavola, Maastricht (Paesi Bassi), Bonnefantenmuseum.

Scenografia tipicamente fiamminga, ripresa dall’opera del padre Pieter Bruegel il Vecchio, per una Betlemme coperta dalla neve. Sulla sinistra, un gruppo di persone si affolla davanti allo sportello dei funzionari del censimento, ospitato in una locanda, mentre tutto intorno i personaggi sono occupati in una molteplicità di attività quotidiane, da scoprire, secondo la passione fiamminga per il dettaglio. Nelle frenesia generale, quasi scompare l’arrivo di Maria e Giuseppe, collocati all’incirca al centro della scena, in basso, con Giuseppe che conduce l’asino su cui viaggia la Vergine. Sostanzialmente ignorati, e poi rifiutati, come accade a tanti “stranieri” nel mondo, sovente fratelli e sorelle nella fede cristiana.

Paul Gauguin, La nascita di Cristo, figlio di Dio (in polinesiano: Te Tamari no Atua), olio su tela, 1896, Monaco di Baviera (Germania), Neue Pinakothek.
Paul Gauguin, La nascita di Cristo, figlio di Dio (in polinesiano: Te Tamari no Atua), olio su tela, 1896, Monaco di Baviera (Germania), Neue Pinakothek.

Atmosfere polinesiane e una Vergine ritratta appena dopo il parto, distesa sul letto, rendono quella di Gauguin un’interpretazione inedita, di poco successiva al suo trasferimento nel villaggio di Paunaania. Poco ortodossa nell’interpretazione, ineccepibile nella titolazione, per nulla realistica dal punto di vista storico, l’opera di Gauguin rende perfettamente l’idea di un Vangelo e di un’evangelizzazione «indipendenti di fronte alle culture […] non necessariamente incompatibili con esse, ma capaci di impregnarle tutte, senza asservirsi ad alcuna» (Paolo VI, Es. Ap. Evangelii Nuntiandi, Roma, 8 dicembre 1975, n. 20). Anche questa è l’eterna, reale attualità della nascita di Cristo.

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Matthias Stomer, Adorazione dei pastori, secondo quarto del XVII secolo, olio su tela, Torino, Palazzo Madama – Museo Civico d'Arte Antica.
Matthias Stomer, Adorazione dei pastori, secondo quarto del XVII secolo, olio su tela, Torino, Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica.

Iconografia classica per una raffigurazione di grande capacità evocativa, sulla scia di Caravaggio e dei caravaggisti del Nord Europa. La straordinaria semplicità, quasi intima, della scena suggerisce l’umiltà dell’episodio narrato nel Vangelo secondo Luca, in un’ambientazione notturna rischiarata soltanto dalla luce che promana dal Bambino. «Da questa gioia vogliamo lasciarci toccare: esiste la verità. Esiste la pura bontà. Esiste la luce pura. Dio è buono ed Egli è il potere supremo al di sopra di tutti i poteri. Di questo fatto dovremmo semplicemente gioire in questa notte, insieme agli angeli e ai pastori», dice Benedetto XVI nella sua ultima Messa di Mezzanotte da pontefice, il 24 dicembre 2012.

Pieter Paul Rubens, Adorazione dei Magi, 1609, olio su tela, Madrid (Spagna), Museo del Prado
Pieter Paul Rubens, Adorazione dei Magi, 1609, olio su tela, Madrid (Spagna), Museo del Prado.

Ben più affollata e carica di allegorie è la rappresentazione che Rubens dà dell’Adorazione dei Magi. Il nutrito corteo, variopinto e movimentato, si accalca davanti al Bambino. È come se tutto il potere della ricchezza, il clamore delle armi, la simbolica potenza dei cavalli, le vestigia degli imperi terreni (rappresentate dalle rovine classiche che sostituiscono la tradizionale capanna) e la vastità del mondo si inchinassero alla fragilità di un Bambino. Impagabili la delicatezza carica di emozione del Magio che porge a Cristo una pisside contenente mirra, la quieta consapevolezza di Maria e lo sguardo pieno di stupore di Giuseppe, forse incredulo per ciò che sta avvenendo.

Rembrandt, Il sogno Giuseppe, 1645-1646, olio su tavola, Berlino (Germania), Gemäldegalerie
Rembrandt, Il sogno Giuseppe, 1645-1646, olio su tavola, Berlino (Germania), Gemäldegalerie.

Ritorno ad una scena di grande intimità, nella quale Rembrandt è in grado di suggerire tutta l’umana stanchezza di una coppia di sposi con un figlio neonato e una vita tutt’altro che monotona. Entrambi assopiti – Maria nell’atto di circondare teneramente con le braccia il piccolo Gesù, come avesse appena finito di cullarlo – una nuova tappa del viaggio si apre davanti a loro, attraverso la mediazione dell’angelo che, posata delicatamente una mano sulla spalla di Giuseppe, lo avverte di fuggire con «il bambino e sua madre» in Egitto. «San Giuseppe che dorme. E mentre dorme si prende cura della Chiesa», ricorda papa Francesco.

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Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, Riposo durante la fuga in Egitto, 1597, olio su tela, Roma, Galleria Doria Pamphilj
Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, Riposo durante la fuga in Egitto, 1597, olio su tela, Roma, Galleria Doria Pamphilj.

Caso non comune di dipinto privo dei violenti chiaroscuri tipici delle opere e della vita di Caravaggio, l’ambientazione e alcuni dettagli svolgono qui un ruolo chiave dal punto di vista allegorico. A Giuseppe, per la verità, è fatto un torto e, simbolicamente contrapposto alla Vergine e al Bambino, non ne esce al meglio: la sua metà del dipinto si caratterizza per aridità, povertà e, con la corda di violino spezzata, caducità della vita terrena. Di tutt’altro rigoglio è la metà nella quale trovano posto Maria e Gesù: qui la vita eterna si mostra in tutta la sua ricchezza, la natura è al suo apice e la varietà delle piante simboleggia virtù e prefigura momenti (l’alloro la verginità, il cardo e la spina della rosa la Passione, il tasso barbasso la Resurrezione). Maria è la tota pulchra, la “tutta bella” del Cantico dei Cantici, come sottolineato anche dalla partitura pazientemente retta da Giuseppe, che riproduce un mottetto del compositore fiammingo Noel Bauldewijn.

Antoni Gaudí, Sagrada Familia, dal 1883, Barcellona (Spagna)
Antoni Gaudí, Sagrada Família, dal 1883, Barcellona (Spagna).

Pur con le straordinarie peculiarità che la contraddistinguono, che sia vittima dell’angustia, che sperimenti la gioia o la fatica del viaggio, quella di Giuseppe, Maria e Gesù rimane una famiglia. È il vero tratto distintivo che accompagna la vita di Maria e l’infanzia e la gioventù di Cristo. E non c’è opera che ne renda al meglio l’idea della Sagrada Família di Barcellona. Costruzione promossa dai devoti di San Giuseppe, la cattedrale deve ad Antoni Gaudí l’originalissima commistione di influenze neogotiche, barocche e art nouveau che la contraddistinguono e convivono mirabilmente grazie allo spirito profondamente religioso dell’architetto. L’edificio è stato consacrato da Benedetto XVI nel 2010, dopo il completamento di altare maggiore, navata centrale, pavimento e vetrate. Descrivere questo patrimonio dell’umanità (anche per l’Unesco, dal 1984) in poche righe sarebbe impossibile, tanto più che l’edificio è ancora oggi, dopo oltre un secolo, incompiuto. Poco male: è anche questo il senso della Sagrada Família, cantiere medievale di pietra e di fede trasferito nell’età contemporanea, pietra d’inciampo per l’efficientismo che le scorre – e corre – attorno.

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