La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo di rito ambrosiano del 25 dicembre 2020

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Venerdì 25 dicembre 2020. Natale del Signore. Commento al Vangelo di rito ambrosiano, di don Paolo Alliata.

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In quei giorni. Un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».
(Lc 2, 1-14)

Duro e aguzzo come una pietra focaia dalla quale l’acciarino non abbia mai fatto scaturire una sola scintilla di generosità. Segreto, chiuso e solitario come un’ostrica. Il freddo che era dentro di lui gelava i suoi vecchi lineamenti, gli intirizziva il naso puntuto, gli avvizziva le guance, irrigidiva la sua andatura; gli arrossava gli occhi, gli illividiva le labbra sottili; e vibrava con un suono scaltro nella voce stridula. Una brina gelata gli copriva la testa, le sopracciglia e il mento duro. Scrooge portava sempre con sé, costantemente, quella temperatura polare: congelava l’ufficio nei giorni di canicola; non diminuiva di un solo grado il suo gelo neppure a Natale. Il caldo e il freddo esterno non contavano nulla per Scrooge: nessun calore poteva riscaldarlo, né il più rigido freddo provocargli un brivido.
(C. Dickens, Canto di Natale)

Canto di Natale di Dickens inizia così: molto ghiaccio e buio fitto. Ebenezer Scrooge è un uomo prigioniero del suo ghiaccio interiore, al punto da apparire gelido anche nel corpo. Il freddo che era dentro di lui gelava i suoi vecchi lineamenti. Appare un ricettacolo di brina e, quando entra in una stanza, fa calar la temperatura. Dove Scrooge arriva, il Generale Inverno gli tien dietro.

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Qualche anno fa Naomi Klein è stata invitata in Vaticano per offrire un suo commento all’enciclica Laudato sì di Papa Francesco. Ebrea, filosofa, femminista, donna laica di grande spessore culturale. In un passaggio ha commentato: “Le persone di fede, in particolare le fedi missionarie, credono fortemente in una cosa di cui molte persone laiche dubitano: che tutti gli esseri umani sono capaci di un profondo cambiamento. I credenti rimangono convinti che la giusta combinazione di discussioni, emozioni, esperienza può portare a una trasformazione delle anime”. Sono parole che descrivono bene ciò che è l’essenza della conversione. Il racconto di Dickens è un racconto di “conversione”. È possibile “un profondo cambiamento” perfino per uno come Ebenezer Scrooge?

Nella pagina di Luca, i primi chiamati a fare i conti con il Mistero che si dischiude sotto il cielo sono i pastori della regione di Betlemme. Nella considerazione comune del tempo i pastori sono uomini selvatici e sospetti. Non osservano le ritualità cultuali, non si recano al tempio, non fanno le abluzioni. Sono lontani dalla religiosità dei farisei.

Il fatto che a loro prima che a chiunque altro sia rivolto l’annuncio della “grande gioia” ha anche a che fare con la conversione. Si lasceranno raggiungere dal dono di questo annuncio? Si orienteranno su Betlemme, per accoglierne la luce? Detto in altro modo: c’è modo che i pastori aprano il cuore all’Amore fatto bimbo?

I pastori accoglieranno, nel racconto di Luca, il dono del cielo, e se ne faranno annunciatori a loro volta. Il Mistero fa il passo verso di loro, dal profondo del Cielo, e li avvolge della sua gloria, perché si aprano alla gioia dei tempi nuovi. La loro durezza di creature di terra e pietra, la loro umanità ruvida e spinosa, fiorirà al calore della mangiatoia e maturerà in passi di letizia.

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Che cosa farà Scrooge? Che cosa farà il gelido avaro chiuso se stesso, il cinico amaro della Londra ottocentesca, il triste occidentale delle città di oggi? Che cosa farò io, del mistero del Natale?

L’annuncio cristiano è un generatore di speranza. Papa Francesco sta intendendo così il suo ministero di questi anni: ribadisce instancabilmente, anche a fronte dell’irrigidimento indispettito di alcuni fedeli, che il magistero della Chiesa ha innanzitutto il compito di dare speranza, perché questo risveglia un immaginario. “Coloro che vorrebbero trasformare una nazione o il mondo intero non possono farlo alimentando o guidando il malcontento o dimostrando la ragionevolezza e la necessità dei cambiamenti auspicati o inducendo la gente ad assumere un nuovo modo di vivere. Devono sapere come suscitare e sostenere una esuberante speranza” (E. Hoffer). La speranza fondamentale che la dimensione religiosa può risvegliare nel cuore delle persone è che la vita e la storia possono cambiare.

I vangeli sono attraversati da questa luce di cambiamento, ne vibrano in profondità. Gesù è stato un uomo impegnato a risvegliare i desideri profondi delle persone. Uno scongelatore di risorse paralizzate. Le persone congelate spesso – non sempre, non necessariamente – ricevevano dall’incontro con il rabbino galileo la scintilla che li rimetteva in moto.

Mi lascerò raggiungere dall’annuncio che dà vita?

Il Signore ci accompagni.

Don Paolo Alliata

Don Paolo Alliata. Nato a Milano nel 1971, dopo la laurea in Lettere classiche all’Università degli Studi di Milano, viene ordinato sacerdote nel 2000 dal card. Carlo Maria Martini. Attualmente è vicario della comunità pastorale Paolo VI per la parrocchia di Santa Maria Incoronata a Milano. Autore di testi teatrali sull’Antico e sul Nuovo Testamento, è responsabile dell’Ufficio per l’Apostolato Biblico della Diocesi di Milano. Fra le sue pubblicazioni, Dove Dio respira di nascosto. Tra le pagine dei grandi classici (Milano, Ponte alle Grazie, 2018) e C’era come un fuoco ardente. La forza dei sentimenti tra Vangelo e letteratura (Milano, Ponte alle Grazie, 2019). Da due anni le sue omelie sono raccolte su un canale YouTube.

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