La Spagna – di Luis de la Fuente prima che di Pedro Sánchez – ha chiuso il mondiale nell’estate torrida dei 250 anni degli Stati Uniti. A condire di geopolitica «il più grande evento sportivo nella storia» sono stati i deliri da calura di Donald Trump, che ha scaricato gli altri partner della manifestazione – Messico e Canada, in passato già oggetto delle attenzioni neoimperialiste del presidente Usa – in favore della Cina. Applausi e fischi come panem et circenses, mentre cadono le bombe su Iran, Libano e Kuwait, Ucraina e Russia: la fotografia di quanto sia complicato, oggi come sempre, “essere uno”.
Non è un dettaglio di cronaca. Lo stadio della finale dei Mondiali Fifa 2026 sorge nel Paese che nel 1776 ha scelto come proprio motto una frase latina – e pluribus unum (“dai molti, uno”) – e che oggi è guidato da un presidente ossessionato dall’idea di supremazia, dalla promessa di riportare l’America great again in unità di potenza e di orgoglio. Più cresce la retorica della grandezza, però, più si restringono gli spazi del dissenso: accademici sotto ricatto, giornalisti citati in giudizio, funzionari rimossi per non aver replicato la linea ufficiale. È legittimo chiedersi se l’unità oggi inseguita sia la medesima promessa dal motto fondativo – un’unità che nasce dalla pluralità e che la contiene – o se non sia piuttosto il suo contrario: un’unità che pretende di sostituirsi alla pluralità, chiedendole di scomparire.
E pluribus unum è una frase antica, senza gli effetti speciali e la retorica di una finale di calcio: definisce il risultato di erbe, aglio, olio e formaggio pestati insieme nel mortaio finché i colori si fondono in uno solo, come nella ricetta poetica del moretum solo attribuita a Virgilio, oppure addita il destino di un mazzo composto da fiori diversi, come nell’illustruzione del Gentleman’s Magazine, popolare mensile londinese del Settecento per l’alta società, che avrebbe ispirato il comitato del Congresso continentale.
Sarebbe divenuta il sigillo della nuova nazione americana: tredici colonie, tredici fiori, un solo mazzo. È, nella migliore delle ipotesi, un’unità di somma: il risultato contiene senza cancellare. Unità costruita, negoziata, politica in senso pieno: il frutto di un accordo tra parti che restano tali, ma che scelgono di comporsi in qualcosa che le supera. È esattamente ciò che, nella sua forma migliore, uno stadio pieno di tifoserie diverse riesce a diventare per 90 minuti – o per più di 120 minuti, come domenica.
La prospettiva del MetLife Stadium ci ricorda, però, che si può scambiare per unità qualcosa che invece è tutt’altro: “essere uno” non è mai neutro, dipende da che cosa tiene insieme le parti, e non tutte le colle sono uguali.
C’è, per esempio, l’unità che si regge sulla pura convenienza: dura finché c’è interesse e si sfalda appena viene meno il tornaconto. Alleanze, relazioni, persino nazioni intere e organismi internazionali possono restare “una cosa sola” soltanto perché le parti – o la maggioranza di esse – non hanno ancora trovato una ragione sufficiente per sciogliersi: una somma senza unità, una coesistenza senza comunione.
C’è poi una tentazione opposta e speculare: scambiare per unità l’identità di pensiero che non ammette devianze. Una comunità – o un Paese – che marginalizza le differenze non è più unità: è amplificazione di un’unica voce, mentre le altre si affievoliscono per stanchezza o timore. È l’errore più insidioso tra tutti, perché si presenta travestito da forza, da coesione, da grandezza. Ma costituisce in realtà un corpo fragile, fatto di membra identiche che lo rendono disfunzionale, risultato mostruoso dell’amputazione sistematica di tutto ciò che non si conforma. L’uniformità non è il grado massimo dell’unità, ne è piuttosto la contraffazione più elegante – e, va detto, la più tentata dal potere, di qualunque colore, in qualunque epoca.
Una sua derivazione è l’unità imposta con la forza o l’inganno. La storia ne è piena: imperi che unificano popoli con la spada, trame che pretendono di risolvere la pluralità sopprimendo le altre parti in causa. È conquista travestita da unità: il silenzio del predominio non è comunione, ma assenza momentanea di chi non ha più voce per dissentire.
Leone XIV lo aveva ricordato all’apertura dei Mondiali: «La vita non è una gara per mettersi in mostra da soli, ma un cammino che impariamo a percorrere insieme», scriveva su X. «Chi non sa vivere con gli altri e per gli altri, non ha ancora capito la vita».
La questione supera ampiamente gli Stati Uniti e pluribus unum non è l’unica via che la storia ci ha consegnato per “essere uno”. Ce n’è un’altra – in Illo uno unum (“in Colui che è uno, siamo uno”) – e il modo in cui le due formule si assomigliano, e insieme si contraddicono, dice più di ciascuna considerata da sola.
In Illo uno unum viene da tutt’altra storia. È Agostino, nell’Esposizione sul Salmo 127, a ricordare che non Ille unus et nos multi, sed et nos multi in Illo uno unum: sebbene i cristiani siano molti, nell’unico Cristo sono uno. Non cristiani che progettano di andare d’accordo tra loro, né che si legano per utilità, ma che si uniscono in Qualcuno che li precede: uno perché incorporati in Cristo. Robert Prevost ha scelto questo sguardo come motto episcopale e l’ho portato con sé fino alla cattedra di Pietro.
La differenza tra le due formule non è di stile, ma di contenuto. E pluribus unum descrive un’aggregazione: il molteplice resta il punto di partenza, l’uno è il punto di arrivo, comunque si scelga di costruirlo. In Illo uno unum descrive una partecipazione: l’Uno precede il molteplice, e i molti diventano uno non sommandosi tra loro ma radicandosi in una fonte comune che sta prima e fra di loro. Nel primo caso l’unità è un progetto, nel secondo è un dono: non dipende dalla tenuta dell’accordo, ma dalla fedeltà a ciò in cui si è innestati.
Il pallone dei Mondiali 2026 sarà anche una sfera high tech, ma in quelle tre onde che lo colorano si intravede il vecchio poliedro di papa Francesco, «che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità». Il poliedro è, in un certo senso, la traduzione geometrica di In Illo uno unum: un corpo unico fatto di superfici distinte che restano riconoscibili anche mentre concorrono a formare un unico solido.
Non è somma di convenienze, perché la forma le tiene insieme strutturalmente; non è uniformità imposta, perché ogni faccia conserva angoli e superfici proprie; e non è conquista, perché nessuna faccia sussume le altre, ma piuttosto tutte concorrono, allo stesso titolo, a un solido che le comprende e insieme le eccede. È anche l’immagine più onesta di ciò che uno stadio pieno di colori diversi riesce ad essere per una sera, prima che tutti tornino a casa, ciascuno con la propria storia: non una sfera senza volto, ma tante facce distinte che per un momento hanno guardato nella stessa direzione.
È significativo che la storia ci abbia consegnato questi due modelli, a loro volta suscettibili di infinite declinazioni, quasi a segnalare che “essere uno” non è mai un’operazione univoca. C’è un’unità che si costruisce e un’unità che si riceve, e confonderle produce quasi sempre qualche forma di frustrazione: si pretende dalla politica una comunione che non può dare o si riduce la fede ad un contratto sociale tra persone che condividono gesti e abitudini.
E pluribus unum e in Illo uno unum restano frasi diverse, nate per dire cose diverse. Non vanno confuse né sovrapposte con troppa disinvoltura. Ma messe a confronto, e messe accanto alla cronaca di questi giorni, aiutano a chiedersi: a quale unità ci stiamo davvero ispirando mentre il pallone va in rete e il mondo brucia?
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