La Spagna – di Luis de la Fuente prima che di Pedro Sánchez – ha chiuso il mondiale nell’estate torrida dei 250 anni degli Stati Uniti. A condire di geopolitica «il più grande evento sportivo nella storia» sono stati i deliri da calura di Donald Trump, che ha scaricato gli altri partner della manifestazione – Messico e Canada, in passato già oggetto delle attenzioni neoimperialiste del presidente Usa – in favore della Cina. Applausi e fischi come panem et circenses, mentre cadono le bombe su Iran, Libano e Kuwait, Ucraina e Russia: la fotografia di quanto sia complicato, oggi come sempre, “essere uno”.
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Come un campo di bocce
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Come nel gioco delle bocce, ciò che conta sono il pallino e il campo. E il loro continuo mutamento.
L’incarnazione delle paralimpiadi, antidoto al tempo dell’illusione
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Arti che mancano, corpi che si deformano, talenti che trovano una via tortuosa per esprimersi. Movimenti che cedono eleganza per acquistare valore. Sensi costretti a chiedere un aiuto. Difetti che non mancano del coraggio di apparire con il proprio essere, senza fingere di essere il proprio apparire.
Olimpiadi. Quando la “bolla” sono le nostre vite
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Sport. Una parola dietro la quale si apre un universo complesso fatto di veri splendori, di abbagli illusori e di abissi di tenebra. E di contraddizioni, tante.