San Paolo e Diego Armando. Anche Napoli ha trovato (e perso) la sua Santa Sofia

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L’intitolazione dello stadio San Paolo di Napoli a Maradona scatena polemiche sulla cancellazione dei simboli della fede. Atmosfere da crisi turca. Le partite che vale la pena giocare e quelle che (forse) no.

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In Iraq, dopo le distruzioni della guerra, si fa appello alla ricostruzione del patrimonio religioso cristiano. Al Consiglio dei Ministri dell’Osce mons. Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati, esprime a nome della Santa Sede la «grave preoccupazione» per il moltiplicarsi degli attacchi alla libertà religiosa e ai luoghi di culto in Europa. In Svizzera si fanno i conti con l’impatto dell’epidemia sulla vita della Chiesa cattolica, che dice di un record assoluto di abbandoni da parte dei fedeli (quasi 32 mila nel 2019, +25% rispetto al 2018). A Hong Kong ci si domanda se i recenti arresti a carico di giovani attivisti contrari al regime comunista cinese non rappresentino una forma strisciante di persecuzione contro i cristiani (tali sono tre su quattro dei fermati, due su quattro cattolici).

In Italia, dopo il silenzio sul ritorno a moschea della basilica-museo di Santa Sofia di Istanbul, si alza la voce. Quando ad essere chiamati in causa sono il calcio e uno dei maggiori templi di quella religione laica che appassiona gran parte degli italiani. Perché la Penisola sarà patria di santi, poeti e navigatori, ma lo è anche di calciatori, allenatori, polemiche e passione. Pietra dello scandalo è l’intitolazione dello stadio di Napoli alla memoria di Diego Armando Maradona. Con buona pace del precedente padrone di casa, san Paolo, quello di Tarso.

A sollevare la questione sono diversi presbiteri dell’arcidiocesi di Napoli in tre lettere inviate alle autorità civili e religiose della città, Prefetto, Sindaco, Assessore e Arcivescovo. «Trovo veramente triste che mentre i potenti cancellano i nomi e i segni della fede dalle nostre città, noi cristiani restiamo in silenzio o, peggio, li appoggiamo. Lo stadio San Paolo resti al Santo che ci ha portato Gesù! Sento con umiltà la grande responsabilità innanzi a Dio di dirvelo», scrive un parroco napoletano nella missiva indirizzata al card. Crescenzio Sepe. Ma il calcio – e la passione e la modernità e la politica – hanno le loro regole e la decisione del sindaco De Magistris e del Comune di Napoli sembra ormai inappellabile.

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Non è la prima volta che accade. La storia del calcio in Italia è disseminata di cattedrali atee che hanno cambiato “santo patrono”. Anche soltanto fra i maggiori stadi italiani, per intenderci quelli con capienza omologata superiore ai 5 mila posti, i casi non mancano. Molti i cambi di denominazione dopo la fine del Fascismo, ad esempio, con l’abbandono di personaggi, simboli e retoriche del Ventennio. Tanti gli stadi Littori divenuti Comunali, ma non mancano anche cancellate intitolazioni a Italo Balbo (Catania, oggi Angelo Massimino) e a Edda Ciano Mussolini (Livorno, oggi Armando Picchi). Recentemente ad imporsi sono, però, le nuove “dittature” degli sponsor, da Torino a Bergamo, passando per Monza e Reggio Emilia.

Numerosi anche i cambi di intitolazione a sfavore di santi cari alla tradizione cattolica. Riferimenti quasi sempre mutuati, va detto, più da geografia e toponomastica che da non schietta devozione. Celebre, nella Milano del 1980, il passaggio dello stadio cittadino da San Siro (vescovo di Pavia) a Giuseppe Meazza (calciatore, allenatore e dirigente sportivo meneghino). Così al Ciro Vigorito di Benevento, un tempo Santa Colomba (omonimi via e quartiere); al Guido Angelini di Chieti, fu Santa Filomena; al Romeo Menti di Castellammare di Stabia (Na), un tempo intitolato a San Marco e all’omonimo Romeo Menti di Vicenza, che nella storia reca tracce della Madonna di Monte Berico; al Pier Luigi Penzo di Venezia, fu Sant’Elena (l’isola del Lido); all’Enzo Blasone di Foligno (Pg), un tempo intitolato al Santo Pietro (il quartiere); e alla Sardegna Arena di Cagliari, sorta sulle ceneri dello stadio Sant’Elia.

Sopravvivono, in differenti forme di coabitazione, San Ciro (con Luca Alvieri, a Portici), San Filippo (insieme a Franco Scoglio, a Messina) e San Vito (con Gigi Marulla, a Cosenza), mentre difendono la propria autonomia l’insostituibile San Nicola a Bari e soprattutto San Francesco d’Assisi a Nocera Inferiore (Sa). Curioso il caso dello stadio Arechi di Salerno: intitolato ad Arechi II, non un santo ma un princeps longobardo dell’VIII secolo, comunque fondatore di chiese e monasteri. Del tutto in controtendenza il caso di Nardò (Le), che dopo la morte di Karol Wojtyla, nel 2005, ha deciso di intitolare lo stadio cittadino proprio a Giovanni Paolo II.

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Storia che va, storia che viene. E la storia dello stadio del Napoli ricorda, a modo suo, quella di tanti luoghi di culto sparsi per l’Europa: in origine dedicato al Sole, dal 1963 “cristianizzato” con l’intitolazione a San Paolo (anche in memoria – si dice – del passaggio dell’Apostolo a Fuorigrotta, all’alba della cristianità) e ora vittima del secolarismo dei nuovi idoli di massa.

Ma le similitudini si fermano qui. Perché il San Paolo di Napoli non è mai stato un luogo di devozione. E tutto sta a vedere se quella dell’intitolazione degli stadi – il San Paolo, pardon il Diego Armando Maradona, su tutti – sia una partita che ha senso giocare, tanto più in un’epoca di (religiosi) affanni, o se non sia piuttosto il caso di impegnarsi su terreni di scontro o di intesa forse meno erbosi e celebri, ma più significativi. Basti pensare che solo cinque anni fa, dalle pagine del Mattino, il parroco della chiesa di San Paolo Apostolo al parco San Paolo, nel quartiere di Fuorigrotta, denunciava un contesto sociale in «completa balia della malavita e di chi la sera decide di consumare rapporti sessuali [con prostitute] proprio sotto la chiesa». E in quanto alle reliquie del nuovo “santo” a furor di popolo? Non c’è che l’imbarazzo della scelta, fra pibe de oro e mano de Dios.

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