La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo di rito ambrosiano del 6 dicembre 2020

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Domenica 6 dicembre 2020. IV Domenica di Avvento, Anno B. L’ingresso del Messia Commento al Vangelo di rito ambrosiano, di don Paolo Alliata.

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In quel tempo. Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi, il Signore Gesù mandò due dei suoi discepoli e disse loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui. E se qualcuno vi dirà: “Perché fate questo?”, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito”». Andarono e trovarono un puledro legato vicino a una porta, fuori sulla strada, e lo slegarono. Alcuni dei presenti dissero loro: «Perché slegate questo puledro?». Ed essi risposero loro come aveva detto Gesù. E li lasciarono fare. Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra. Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi. Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!». Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània.
(Mc 11, 1-11)

L’umiltà, tanto per i suoi fautori che per i suoi detrattori, è un particolare sviluppo del cristianesimo. Spesso non si coglie il motivo ovvio e reale di questo fatto. I pagani insistevano sull’autoaffermazione perché essenzialmente credevano che gli déi, sebbene forti e giusti, fossero enigmatici, capricciosi e perfino indifferenti. Ma l’essenza del cristianesimo era in senso letterale il Nuovo Testamento: un patto con Dio che apriva agli uomini una chiara via di salvezza. Essi si sentivano sicuri; conquistarono palazzi di madreperla e argento in virtù del giuramento e del sigillo dell’Onnipotente; si credevano ricchi di una benedizione irrevocabile che li poneva al di sopra delle stelle; eppure, scoprirono subito l’umiltà. Questo è solo un altro esempio dello stesso immutabile paradosso. A essere umili sono sempre le persone sicure.
(G. K. Chesterton, L’imputato)

Nel campo dell’araldica Gesù avrebbe scelto per sé l’immagine dell’asino. Se gli avessero proposto il leone rosso di Scozia, Gesù avrebbe guardato altrove; se gli avessero messo davanti il drago verde di certe casate nobiliari, avrebbe sbuffato annoiato. Perché Gesù dice: Guardate, per quanto mi riguarda la mia scelta è fatta: l’asino è il mio cavallo di guerra, il suo raglio il mio canto di battaglia. L’asino, che nella tradizione popolare è l’immagine della mitezza e dell’umiltà, nel mondo biblico è la cavalcatura regale in tempo di pace.

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“A essere umili sono sempre le persone sicure”, riflette Chesterton. Gesù non ha bisogno di entrare a Gerusalemme a cavallo: gli basta l’asino. Tre secoli prima Alessandro Magno avanzava verso le porte delle città da conquistare. La forza del condottiero era amplificata dal contegno di Bucefalo, l’impareggiabile fortissimo cavallo. Davanti a Bucefalo e Alessandro ogni porta si spalanca, ogni battente cede umiliato.

Ai tempi di Gesù il governatore Pilato si trasferisce a Gerusalemme da Cesarea nei giorni più rischiosi dell’anno, i giorni della festa di Pasqua, quando il pericolo di sedizioni è più alto. Ci arriva con le sue schiere militari a cavallo, uno spettacolo che deve impressionare gli eventuali rivoltosi.

Perché Alessandro e Pilato han bisogno di entrare a cavallo? Di guardare dall’alto cose e persone avendo fasci di muscoli equini sotto le chiappe? Certo, dice Chesterton, la vita dei pagani era il campo di battaglia contro le sberle degli déi, che sono volubili e capricciosi e non sai mai cosa ti combineranno. Avere un cavallo sotto l’osso sacro ti fa sentire un po’ più al riparo dai colpi dei Grandi Imprevedibili.

Gesù non ha bisogno di entrare a Gerusalemme a cavallo, perché respira dell’umiltà del re, radicato nella benevolenza del suo Dio. Non ha bisogno di un cavallo per sentirsi forte. La sua forza è nell’amore del Padre, e con quella solidità in corpo un asino è cavalcatura più che sufficiente. Perché “a essere umili sono sempre le persone sicure”. E Gesù, a quanto pare, è una persona sicura.

Il cammino del discepolo ha a che fare con l’umiltà del suo maestro. Nella grande avventura di diventare persone un po’ più umili, perché un po’ più sicure dell’amore affidabile del Padre, il Signore ci accompagni.

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Don Paolo Alliata

Don Paolo Alliata. Nato a Milano nel 1971, dopo la laurea in Lettere classiche all’Università degli Studi di Milano, viene ordinato sacerdote nel 2000 dal card. Carlo Maria Martini. Attualmente è vicario della comunità pastorale Paolo VI per la parrocchia di Santa Maria Incoronata a Milano. Autore di testi teatrali sull’Antico e sul Nuovo Testamento, è responsabile dell’Ufficio per l’Apostolato Biblico della Diocesi di Milano. Fra le sue pubblicazioni, Dove Dio respira di nascosto. Tra le pagine dei grandi classici (Milano, Ponte alle Grazie, 2018) e C’era come un fuoco ardente. La forza dei sentimenti tra Vangelo e letteratura (Milano, Ponte alle Grazie, 2019). Da due anni le sue omelie sono raccolte su un canale YouTube.

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