Leone XIV tra Écône e Lampedusa. Periferie dove la persona vale di più

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Svizzera e Sicilia, Tradizione e persone migranti. In mezzo, il Mediterraneo. Periferie e confini che letti insieme dicono qualcosa che separati non direbbero.

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Soltanto pochi giorni separano confini che ci appaiono molto più distanti. Il 29 giugno Leone XIV scrive a Davide Pagliarani, superiore generale della Fraternità sacerdotale San Pio X, nella speranza di scongiurare la consacrazione di quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio (e la conseguente scomunica). La lettera rimane inascoltata: il 1° luglio a Écône, in Svizzera, la cerimonia si celebra comunque.

Tre giorni dopo, il 4 luglio, Leone XIV è a Lampedusa, non «per fare discorsi, ma a celebrare l’Eucaristia». Due periferie – sì, entrambe – che lette insieme dicono qualcosa che separate non direbbero.

A Lampedusa, la persona prima del confine

L’accoglienza che Leone XIV testimonia da Lampedusa non è una deroga sentimentale alla legge. Confini, governi e normative non vengono negati, ma subordinati al criterio che li precede e motiva: la persona. «Prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità», sottolinea Leone XIV, commentando la parabola del buon Samaritano.

È la medesima gerarchia già enunciata nella Magnifica humanitas: l’umano non si aggiunge alla dottrina come un accessorio, ma la orienta dall’interno. A Lampedusa questa gerarchia si fa gesto pubblico e liturgico: il cimitero, la Porta d’Europa, il molo intitolato a papa Francesco non sono tappe di un itinerario turistico-religioso, ma luoghi in cui la disciplina – chi può entrare, chi restare e a quali condizioni – viene abitata dalla domanda più elementare: cosa gli è dovuto in quanto persona?

«L’amore è sempre nella libertà e la libertà sta nelle decisioni», prosegue il papa. «C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate». Le chiamano “guerre dimenticate”, mentre i loro nomi sarebbero disinteresse per il bene comune, corruzione nei luoghi di provenienza, sistemi economici che generano povertà ed esclusione, inerzia della politica, opportunismi ideologici, sfruttamento e criminalità organizzata. Meccanismi impersonali che minacciano costantemente di sostituirsi allo sguardo sulla persona, mossi dalla stessa fretta con cui il sacerdote e il levita della parabola passano oltre senza fermarsi.

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Écône, l’altra periferia

C’è un passaggio nell’omelia di Leone XIV a Lampedusa che suona come un richiamo quasi en passant: «È tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione, quasi che la fede abbia confini e non sia invece chiamata universale alla salvezza. Dove c’erano muri di separazione, Cristo li ha abbattuti».

È un’affermazione pensata per il contesto migratorio, eppure letta a distanza di poche ore – di poche righe – dall’ennesima frattura con i lefebvriani suona come l’enunciazione del principio che governa, anche dall’altra parte del Mediterraneo, il rapporto con chi rivendica per sé un’appartenenza cattolica “vera” contro una dai tratti sempre più «incompatibili con uno spirito autenticamente cattolico».

L’appello indirizzato dal papa alla Fraternità il 29 giugno – «colmo di affetto cristiano» e rivolto «con tutto il cuore» – non si fonda sul diritto, ma sull’umanità: quella di una comunità da preservare nella sua unità e di un «bene spirituale dei fedeli» da considerare attentamente e proteggere. La tunica di Cristo, che il papa chiede di non lacerare, non è retorica di un potere ecclesiastico ferito, ma segno di relazioni spezzate.

La scena di Écône ricalca quella del 1988: stesso luogo, medesimo periodo dell’anno, uguale numero di vescovi consacrati. Da un lato del confine, una Fraternità che – in buona fede, dice di sé stessa – si presenta come custode di una Tradizione «feconda», nei fatti finisce per ripetersi quasi alla lettera 38 anni dopo: un orizzonte che si richiude su se stesso. Dall’altro, la Chiesa che afferma di voler custodire quella stessa Tradizione come deposito vivo e dinamico si mostra invece capace di muoversi: non nella ripetizione, ma nella persona.

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Paradossalmente, anche il rovesciamento dell’immagine – prima nella risposta di Pagliarani al papa e poi nella lettera della FSSPX che segue il decreto del Dicastero per la Dottrina della fede (che sarebbe, cioè, la Fraternità a impegnarsi in «un’iniziativa estrema di soccorso alle anime, nella confusione dottrinale e morale in cui versa la Chiesa») – conferma la sostanza dell’approccio di Leone XIV: uno sguardo rivolto non a chi ha confini da difendere, ma a quanti pagano il prezzo di vivere sulla soglia. È la persona, non l’istituzione, il criterio che muove il pontefice e che costringe ad un confronto sul medesimo piano. Forse è per questo che la parola che ricorre più volte nella lettera del papa è «cuore», come nei discorsi in Spagna.

Lo stesso pontificato

Non esiste, dunque, un Leone XIV “progressista” sui migranti e uno “rigido” sui tradizionalisti. C’è piuttosto un unico principio, applicato con coerenza.

A Lampedusa, il bene della persona concreta impone di ampliare la lettura del diritto. A Écône, il bene della persona concreta è invocato per scongiurare il rischio che la norma si applichi nella sua forma più severa. In entrambi i casi, il criterio ultimo non è la legge – il confine dello Stato o quello dell’autorità – ma chi, in carne ed ossa, si trova sulla soglia. È questa pastorale del confine e dell’attraversamento, finora, la cifra più riconoscibile del pontificato di Prevost.

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