Movimenti di morte

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Se anche la morte diventa una variabile nei calcoli di chi governa, chi decide quando – e quanto – vale ancora una vita?

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Poco meno di un centinaio di persone morte. E chissà se è davvero poco. Le cifre crescono e si contraddicono, come fanno qualche volta i numeri. Certi numeri.

Il copione, ormai, lo conosciamo a memoria: la falsa informazione che si muove online e le persone – reali – che si muovono oltre i confini. Più di 70 mila, a fine luglio, verso Ceuta. Marea umana che ad un tratto ha attraversato un tratto di mare. Giochi di parole come quelli della politica giocata sulla pelle delle persone. Marocco, Algeria, Spagna, Italia, e c’è chi dice anche Stati Uniti e Israele: retorica che insegue il potere più che la verità e la giustizia.

Qualcuno scrive di migranti “usati come armi”. Non armi usate contro uomini, ma uomini, donne e minori usati come munizioni geopolitiche in carne e sogni sparate contro un confine, mirando a un governo.

Non è un’intuizione nata sull’onda dell’emotività: la politologa Kelly M. Greenhill cinque anni fa ci ha dedicato un libro, Weapons of mass migration, significativamente reso in italiano con “Armi di immigrazione di massa”, a partire dal medesimo canovaccio andato in scena nel 2021, quando bastò l’accoglienza medica riservata da Madrid a Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario (il movimento per l’indipendenza del Sahara Occidentale, rivendicato dal Marocco), perché Rabat scatenasse una dura crisi migratoria contro la Spagna.

Rimane, reale e inappellabile, la morte di decine di esseri umani, che il mare forse non ha ancora terminato di restituire e per i quali nessun comunicato, trattativa o smentita potrà mai far tornare indietro l’orologio. L’esito più prevedibile, e più osceno, di un calcolo che non li ha mai contati come persone.

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Ultima ratio regum si incideva sui cannoni al tempo di Luigi XIV: il fuoco, l’ultimo argomento dei sovrani. Oggi quell’ultimo, falso ragionamento non lo si spara più soltanto dai cannoni: lo si affida al mare. E, sempre più spesso, alla morte. A questo siamo arrivati: la morte – o quel che resta di vite in ostaggio – è diventata una voce nel bilancio geopolitico, una risorsa da mettere in campo, invece che un limite da onorare e rispettare. Siamo oltre la morte come obiettivo. Ed è questo principio che, salendo di scala, produce conseguenze sempre più inquietanti.

Lo dimostra, con cinismo, quel che accade quando a rischiare la vita non è un anonimo fra 70 mila, ma un capo di Stato. A giugno la Corea del Nord ha riscritto la propria Carta fondamentale: Kim Jong-un ora vi compare come comandante supremo della forza nucleare, un titolo adatto ad una scadente pellicola di fanstascienza, o a chi in questo mondo si crede un sovrano.

Il nuovo testo costituzionale prevede che se Kim Jong-un verrà ucciso o messo in pericolo da un attacco nemico, il contrattacco nucleare dovrà essere automatico e immediato. La lezione arriva dalla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, quando i primi missili hanno puntato Khamenei, nel tentativo – fallito – di decapitare la catena di comando prima ancora di iniziare il conflitto vero e proprio. Pyongyang ha preso appunti e fatto i propri calcoli: centinaia di migliaia di morti in riscatto di una vita.

Non è la prima volta, del resto, che il regime nordcoreano risolve a modo suo il problema della mortalità del capo. Dopo la sua morte, il nonno dell’attuale dittatore, Kim Il-sung, è stato proclamato costituzionalmente presidente eterno della Repubblica Popolare Democratica di Corea, ruolo che esercita imbalsamato in un mausoleo. La finzione dell’immortalità del fondatore della dittatura e l’automatismo nucleare del nipote sono due facce della stessa follia: la vita del leader non finisce mai davvero, ma se anche finisse, trascinerebbe con sé chiunque altro.

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Si potrà dire che tali assurdità non appartengono alla tradizione democratica dell’autoproclamato Occidente. Eppure Washington, a modo suo, rischia di imboccare una strada che conduce alla deriva. Il presidente Donald Trump ha lasciato intendere di avere impartito ordini permanenti (di nuovo, l’ossessione per il tempo) alle forze armate statunitensi affinché distruggano l’Iran – con una potenza “mai vista prima” – qualora Teheran dovesse dare seguito alla minaccia di ucciderlo.

Tuttavia, quel che resta della democrazia impedisce al governo statunitense di disporre di un meccanismo per attivare un sistema automatico e pre-autorizzato di rappresaglia. Il trasferimento dei poteri al successore, regolato dal 25° emendamento e dal Presidential succession act, implica che il nuovo comandante in capo (JD Vance) potrebbe attuare quanto auspicato da Trump, ma anche decidere di non eseguire gli ordini del predecessore.

Può sfuggire, ma tra Ceuta e Pyongyang, tra Rabat e Washington, la differenza è solo di prospettiva: la morte come arma di ricatto oppure come garanzia del proprio potere. Ma se anche la morte diventa una variabile nei calcoli di chi governa, chi decide quando – e quanto – vale ancora una vita?

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