La scuola, Trump e l’Occidente in cattedra

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La scuola è in ripartenza. Zaini gravati di dubbi, aule affollate di speranze, figli e figlie di un vecchio Paese che tornano a confrontarsi con il mondo nuovo, per provare a capire come funziona.

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Geografia, storia, linguaggi. Tre discipline che in questi anni hanno subìto una trasformazione profonda, non solo nei programmi ministeriali, ma soprattutto nel modo in cui vengono vissute e manipolate dalla politica e dall’informazione.

Non c’è figura più emblematica di Donald Trump per capire fino a che punto la realtà può essere piegata, ridisegnata o addirittura cancellata. È il solo a farlo? Certamente no. Ma il suo impatto sull’Occidente – e sul resto del mondo – rischia di essere maggiore, nell’immediato, di quello di Xi Jinping, Javier Milei o Abdul-Malik al-Houthi.

Geografia: gli Stati Uniti come isola

Il mondo si ridisegna. Le Nazioni Unite abbandonano la proiezione di Mercatore – il planisfero per come lo conosciamo da cinque secoli – per adottare una rappresentazione più fedele ai reali rapporti dimensionali fra i continenti: si allargano Africa e America meridionale, si rimpiccioliscono Europa, Asia e soprattutto Nord America. Segno dei tempi. Gli Stati Uniti – soli – votano contro la risoluzione. Orgoglio ferito.

Eppure proprio Trump ha ridisegnato più volte la mappa del mondo, almeno nella sua fantasia: Canada, Groenlandia, canale di Panama, stretto di Hormuz, lago Ontario. Una cartografia che trasforma gli Stati Uniti in un’isola: non in senso geografico, ma di un’autarchia dove i confini sono barriere ideologiche da innalzare, gli accordi internazionali sono trattati iniqui, gli alleati storici sono parassiti e la verità è relativa.

Trump insegna a una generazione che si può sopravvivere – e perfino illudersi di prosperare – ignorando il resto del mondo. Eppure guerre, pandemia, cambiamenti climatici e crisi economiche ci dimostrano il contrario: nessun Paese – e nessun uomo – è mai stato un’isola.

Geografia non è solo memorizzare capitali e fiumi, ma prendere coscienza che il mondo è un ecosistema. Che un virus a Wuhan può rinchiudere la vita a Parigi; che una crisi in Ucraina può far lievitare il prezzo del pane a Roma; che una guerra nella Repubblica democratica del Congo ci riguarda tutti.

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La geografia non è una catena montuosa, ma una responsabilità condivisa: dietro la geopolitica – la geografia armata del nostro tempo – il prezzo del petrolio e le sanzioni commerciali, rimangono milioni di persone che non hanno nulla da conquistare, ma soltanto la vita da perdere.

Storia: la memoria fragile

Trump ha dichiarato senza ironia – salvo quella provocata – di essere il presidente migliore della storia, aggiornando a proprio favore una classifica stilata dalla rivista Life nel 1948. Trump si autoproclama superiore a George Washington e Abraham Lincoln. Grandi, ma non grandissimi. In un’epoca in cui l’informazione è istantanea e l’attenzione si misura in secondi, la memoria collettiva diventa fragile. Anzi, ancora peggio: diventa un’opinione.

Ma un’opinione non è sufficiente a cambiare i fatti. È l’illusione della globalizzazione dell’impotenza: un autocompiacimento chimerico, l’autocondanna all’immobilismo, la sostituzione dell’azione con la polemica, della speranza con la rassegnazione di fronte alle grandi ingiustizie e sofferenze del mondo.

La storia non si scrive sui social, ma nella società. Si ricostruisce con i documenti, le analisi, le fonti, ma si costruisce con la partecipazione. Un Paese, qualsiasi Paese, che dimentica il proprio passato – o lo manipola – è un Paese condannato a ripeterne gli errori. O a svendere migliaia di morti irlandesi, argentini e britannici per una manciata di voti.

Linguaggio: il peso dell’autenticità

Una «inezia». Si dice che basti ripetere una bugia abbastanza volte perché diventi una verità accettata. Una «inezia», come il «conflitto armato» in Iran che gli Stati Uniti di Donald Trump non vogliono chiamare guerra. Un termine adatto ai ministeri ma non alla realtà, soprattutto quando si sarebbe costretti a parlare di sconfitta in periodo di elezioni.

Una «inezia» come i 19 soldati statunitensi morti e i quasi 800 feriti, come gli oltre 3.500 morti e 27 mila feriti tra civili e militari iraniani, senza contare le migliaia in Libano, qualcuno anche fra i caschi blu dell’Onu. Una «inezia» che sminuisce la gravità dei fatti e normalizza l’orrore. Che maschera il linguaggio – inglese, farsi o italiano che sia – cammuffando la sostanza delle cose, come si fa su ogni fronte.

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La falsificazione del linguaggio, del resto, è sempre stato lo strumento preferito dai dittatori per controllare il pensiero. Se l’ignoranza è forza – come nella distopia attualissima di George Orwell – in un’epoca di fake news e deepfake la manipolazione è diventata un’arte raffinata. Non è solo una questione di parole, ma di autenticità: corrispondenza tra essere profondo, espressione verbale e comportamento. Il linguaggio può essere un gioco, ma prima ancora è uno strumento di verità.

La scuola come resistenza

In un tempo in cui la realtà è sempre più malleabile, la scuola è chiamata ad essere il luogo in cui si insegna e impara a resistere, anche alle distorsioni. Non è un caso che i regimi autoritari abbiano sempre cercato di controllare l’istruzione; oppure che la bombardino, insieme alle biblioteche e ai luoghi della cultura e dello sport.

La geografia può essere ridisegnata, la storia riscritta e il linguaggio manipolato, ma queste distorsioni non sono inevitabili. Dipendono da noi: da quanto siamo disposti ad accettare senza discutere, a credere senza verificare, a ripetere senza riflettere.

La cultura, come la verità, è un bene comune. Spetta a noi – genitori, insegnanti, studenti, cittadini – prendercene cura. Il mondo di domani, prima ancora di quello di un lontano ed incerto futuro, sarà quello che sapremo costruire da oggi fra i banchi. Buona scuola.

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