La Sassonia-Anhalt di AfD: da Lutero a Siegmund

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La vittoria dell’AfD nel Land di Lutero conferma la geografia del voto tedesco tracciata nel 2021, ma con importanti novità: la culla della Riforma è oggi il centro della contestazione alla religione. Ed è solo l’inizio.

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Nel 2021 scrivevo su queste pagine di un muro che continuava ad attraversare la Germania: quello, mai davvero abbattuto, fra Est e Ovest. Una barriera politica e – meno visibile ma non meno reale – fra chi crede e chi dice di avere smesso di farlo. Il voto del 6 settembre in Sassonia-Anhalt non smentisce quella lettura. Anzi, la colloca su un terreno ancora più scomodo.

Il futuro del governo della Sassonia-Anhalt è ancora incerto. Molto dipenderà dalla capacità delle forze politiche di trovare un equilibrio nel Landtag uscito dalle elezioni. L’unica certezza, al momento, è la vittoria netta di Alternative für Deutschland (AfD), a un soffio dalla maggioranza assoluta.

Una crescita più che doppia rispetto al 2021, cui fa da contraltare il dimezzamento dei cristiano-democratici (Cdu), partito del cancelliere Friedrich Merz. Linke, Spd, Verdi e Bündnis Sahra Wagenknecht si dividono le briciole della torta, ugualmente golose per la composizione di un governo nel Land. Colpisce anche l’affluenza al voto, che secondo Zdf tocca l’80%: un balzo di quasi venti punti rispetto al 60% del 2021.

Per la prima volta dal 1945, un partito di estrema destra ha una possibilità concreta di guidare un governo regionale tedesco. Va detto che già nel 2024 la Turingia era andata all’AfD, sebbene un cordone (qualcuno dice “sanitario”) di partiti l’abbia tenuta fuori dal governo. Ora la Sassonia-Anhalt chiude il cerchio, con l’elettorato dell’ex Ddr sovietica che vota in massa un partito (di destra e filorusso) che nel resto del Paese resta minoritario. Ciò che nel 2021 qualcuno derubricava come un’anomalia elettorale oggi è una struttura consolidata.

C’è poi una seconda geografia, quella religiosa, dove la frattura si è fatta – se possibile – ancora più netta. La Sassonia-Anhalt è la terra di Lutero. A Eisleben il riformatore nacque e morì, a Wittenberg affisse le tesi che diedero il pretesto per spaccare in due – e oltre – la cristianità occidentale. Oggi, la stessa terra compete per il primato mondiale di secolarizzazione: poco meno del 90% della popolazione dell’ex Germania Est si dichiara senza religione (contro un 10% circa di protestanti, un 3% di cattolici e una manciata di ebrei e musulmani). Un dato per cui il britannico Guardian ha definito l’ex Ddr, senza troppi giri di parole, il luogo più ateo al mondo: quarant’anni di ateismo di Stato hanno prodotto una scomparsa della pratica religiosa così radicale da non avere equivalenti in Occidente. Dopo la riunificazione del 1990 la libertà religiosa è tornata, ma non i fedeli. E la culla della Riforma è diventata, statisticamente, la sua tomba.

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Non è un dettaglio. Il politologo Andreas Püttmann osservava già una decina di anni fa come la scristianizzazione dell’Est della Germania fosse una delle ragioni del successo dell’AfD. Il vuoto lasciato dalla fede, di cui i nazionalismi hanno fatto tesoro, è colmato da un’identità ideologica che si offre come surrogato.

Da qui, il paradosso di questi mesi di campagna elettorale: partiti democratici che, non riuscendo a fermare l’AfD con gli argomenti della politica, guardano ai pastori luterani – pochi, ma in qualche caso ancora socialmente autorevoli – come ultimo argine, in chiave esplicitamente anti-identitaria. Alternative für Christus, lo ha definito con un gioco di parole tanto crudele quanto efficace il quotidiano Frankfurter Allgemeine: qualcosa che dice più della crisi della politica che della vitalità della Chiesa.

A ciò si aggiunge l’inevitabile rotta di collisione tra AfD e Chiese cristiane. Ben la rappresenta Ulrich Siegmund, il 35enne alla guida dell’AfD della Sassonia-Anhalt. Battezzato e cresciuto nella Chiesa cattolica, nel 2017 Siegmund si è formalmente cancellato dalla Chiesa. Non ha rinunciato alla fede – dichiara di portare ancora i valori cattolici nel cuore – ma ha detto no all’istituzione.

Una volta di più, oggetto del contendere è la controversa Kirchensteuer, l’imposta sul reddito che i cittadini tedeschi versano per finanziare attività e strutture della propria comunità religiosa di appartenenza (cristiana o ebraica, con l’analoga Kultussteuer), ottenendone in cambio “servizi religiosi” quali battesimi, cresime, matrimoni e funerali. Il mancato pagamento della tassa e la cancellazione dall’elenco della comunità comportano la cessazione dei “servizi”.

Una scelta dalle conseguenze pesanti, ma che in Sassonia-Anhalt non isola, bensì “normalizza”. Ulrich Siegmund è figlio di una società in cui l’uscita dalla Chiesa non è più un atto eclatante, ma un passaggio quasi naturale. Non è un caso, quindi, che il programma politico dell’AfD preveda diverse misure contro quelle che definisce spregiativamente Kirchensteuerkirchen, Chiese della tassa ecclesiastica: abolizione della Kirchensteuer, fine dei sussidi statali alle Chiese protestanti e cattolica, responsabilità finanziaria per l’accoglienza prestata alle persone migranti.

Per comprendere la portata della sfida economico-religiosa di AfD, è necessario fare due conti. Nel complesso, la sola Kirchensteuer supera i 12 miliardi di euro all’anno. Nel 2025, le 27 diocesi cattoliche tedesche hanno incassato circa 7 miliardi di euro con la Kirchensteuer. Nello stesso anno, oltre 300 mila tedeschi hanno abbandonato la Chiesa cattolica. In vent’anni, la Chiesa tedesca ha perso più di un quarto dei fedeli, ma ha aumentato le proprie entrate del 70% grazie alla contribuzione della generazione del baby boom, ormai in pensione. In caso di abolizione della Kirchensteuer a perderci potrebbe essere anche lo Stato: che riscuote, trattiene una commissione del 3% e trasferisce il resto alle Chiese.

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Al di là di quanto sostenuto da AfD, il sistema della Kirchensteuer ha sempre palesato importanti zone d’ombra. Su tutte, una “appartenenza” (formale) alla Chiesa in buona parte subordinata al pagamento di un’imposta, mentre chi non paga sarebbe istituzionalmente estromesso dalla vita ecclesiale. Dal canto suo, la Santa Sede – pur non contestando l’intero sistema di tassazione – ha già da tempo ribadito l’incancellabilità del battesimo sacramentale.

Di fronte al ciclone Siegmund, le Chiese tedesche non sono rimaste in silenzio. Al contrario, hanno apertamente contestato la AfD su più fronti: dall’urgenza di difendere valori come dignità umana, carità e solidarietà, fino alla necessità di tutelare pace sociale e convivenza. È comprensibile come AfD abbia avuto gioco facile nel ricondurre l’opposizione delle Chiese ad un presunto attaccamento ai benefici economici, sollevando nuovi e pressanti interrogativi sul danno che un’eccessiva disponibilità finanziaria produce sulla credibilità della testimonianza cristiana.

Ma c’è di più. Nonostante l’impegno concreto di numerose realtà ecclesiali in Germania, su tutte Caritas, AfD accusa le Chiese cristiane di avere abbandonato la popolazione più vulnerabile al proprio destino, al pari dei partiti politici tradizionali. Sul piano dottrinale, AfD accusa le Chiese di essersi adeguate per convenienza al pensiero dominante, appoggiando le teorie sul cambiamento climatico, l’ideologia di genere e la cultura woke. D’altro canto, l’islam è espressamente definito come estraneo alla cultura tedesca.

Si badi: Ulrich Siegmund non è il prodotto dell’ateismo di Stato della Ddr, bensì un giovane cresciuto nella Chiesa che ha scelto di andarsene. La sua storia personale rappresenta la nuova forma di secolarizzazione tedesca: non più conseguenza del regime, ma scelta individuale contro una Chiesa percepita come burocratica, progressista e lontana. Un terreno fertile in cui l’ultradestra ha messo radici, un’appartenenza ideologica che si fa surrogato di una comunità in crisi.

La questione sollevata su queste pagine nel 2021 ha oggi una risposta più complessa e drammatica. La religione conta, ma in negativo: non come appartenenza vissuta, ma come assenza. Il vuoto lasciato dalla secolarizzazione non dura a lungo: si riempie di politica, di identità, di nazionalismo. Spesso di paura e di odio. Il 2026 introduce elementi nuovi: se cinque anni fa l’ultradestra poteva essere interpretata (sbagliando) come indifferente alla religione, oggi si pone come forza anti-ecclesiale attiva, almeno sul piano finanziario e istituzionale.

La Sassonia-Anhalt non è che il primo tempo. A fine settembre tocca a Berlino e al Meclemburgo-Pomerania Anteriore: si dirà poi se il muro del 2021 è diventato la regola nella Germania orientale. La questione riguarda ormai l’intera architettura del dopoguerra tedesco: quanti altri Land della terra di Lutero dovranno cadere prima che la Germania smetta di chiamare “segnale” ciò che ha già, da tempo, le proporzioni di una frana?

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