Germania, terra di missione. Ma quale? Una riflessione “straniera”

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Da anni si ripete che l’Europa è ritornata terra di missione. Ma ci si dimentica che i missionari potrebbero essere le “giovani Chiese”, ormai mature. E in crescita, anche in Germania.

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La tomba di san Bonifacio, in quella che fu la straordinaria abbazia di Fulda, oggi cattedrale, potrebbe essere una sapiente vignetta d’autore: l’Apostolo dei tedeschi, prima ancora che questi potessero definirsi tali, è raffigurato nell’atto di sollevare il coperchio del proprio sarcofago per dare un’occhiata all’esterno. Instancabile pastore del proprio gregge, nell’intento dell’artista, ma oggi forse anche incuriosito dalla singolare via spirituale imboccata dalla Germania.

Che ci sia molto da fare, non solo Oltralpe, è opinione condivisa da mons. Georg Bätzing, vescovo di Limburgo e presidente della Conferenza episcopale tedesca: la terra missionaria, patria fra gli altri di Ambrogio di Milano, Alberto Magno, Ildegarda di Bingen, Edith Stein e Benedetto XVI, è oggi “terra di missione”. «Viviamo in una terra di missione quando ci rendiamo conto che meno della metà dei cittadini tedeschi appartiene ancora a confessioni cristiane», ha detto Bätzing in un’intervista per Leben jetzt. «Ma l’altra metà non è semplicemente priva di fede o non fa domande e, in questo senso, penso che dobbiamo lavorare molto di più».

La definizione, per la verità, non è nuova, neppure per il contesto tedesco. «La Germania è diventata un Paese di missione per le Chiese cristiane», riportava 13 anni fa la versione online del quotidiano Die Welt, riferendo le parole di Bodo Flaig, amministratore delegato dell’Istituto Sinus di Heidelberg, per ricerche di mercato e sociali. E pensare che i risultati dell’indagine, allora pubblicati su Christ und Welt, rivelavano che il 59% dei tedeschi intervistati si definiva ancora religioso, ma che solo il 33% si sentiva legato ad una Chiesa. Ancora meno quanti frequentavano regolarmente le funzioni religiose (21%) e pregavano ogni giorno (10%). Il quotidiano tedesco titolava: “Un milione di tedeschi vogliono lasciare la Chiesa” (quella cattolica e quelle protestanti).

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Tredici anni dopo, un milione di cristiani in meno in Germania sembrano un miraggio. Se all’inizio degli anni ’90 i soli cattolici superavano i 28 milioni, oggi non raggiungono i 21 milioni: 7 milioni di fedeli in meno in 30 anni. I cattolici rappresentano oggi il 24,8% della popolazione in Germania, con incidenze minime nei Länder settentrionali e orientali e maggiori in quelli meridionali, come Baviera e Saarland, dove i cattolici raggiungono rispettivamente il 43,5% e il 50,8% della popolazione.

Secondo gli ultimi dati pubblicati dalla Conferenza episcopale tedesca, riferiti al 2022, in Germania si contano ufficialmente (vale a dire che risultano iscritti alle rispettive Chiese, in virtù della tassa ecclesiastica, Kirchensteuer) circa 20,9 milioni di cattolici e 19,2 milioni di evangelici: nel complesso, meno di 45 milioni di cristiani, compresi gli appartenenti ad altre Chiese evangeliche (291 mila), alle Chiese ortodosse (3,85 milioni) e ad altre Chiese cristiane, come quella copta (573 mila). Nel complesso, la popolazione in Germania risulta per il 52,2% cristiana e per il 47,8% di altra (o di nessuna) fede.

Diagnosticato il male, più complesso è individuare una cura. Una parte della Chiesa in Germania, come noto, ritiene di averla trovata fra le luci e le ombre del controverso Cammino sinodale tedesco, finora senza risultati apprezzabili. Complesso, infatti, interpretare le cause della crisi, talvolta contrapposte: la generalizzata secolarizzazione di molte società, la reazione di sdegno per gli abusi sessuali e di potere, ma anche la disaffezione per una Chiesa percepita sempre meno come un’alternativa credibile – o anche solo come un’alternativa – alle logiche mondane.

A distanza di pochi anni, nel 2000 e nel 2004, l’episcopato tedesco ha affrontato in due documenti le prospettive della missione della Chiesa universale e della Chiesa in Germania, «parte integrante della missione di Dio, […] che la Chiesa deve testimoniare nel nostro Paese e in tutto il mondo». Nuove energie potrebbero venire, però, piuttosto dall’esterno che dall’interno.

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È interessante evidenziare che fra le poche dinamiche in controtendenza rispetto al crollo del cristianesimo in Germania si attesti l’afflusso di fedeli dall’estero, originari proprio di quelle che un tempo erano dette “terre di missione”: sono già 3,5 milioni i cattolici stranieri in Germania, molti di più se si considera il prevedibile alto numero di non registrati alla Kirchensteuer, e per giunta in aumento. Polacchi, italiani, croati, austriaci e romeni, una presenza vitale, ancora non pienamente inclusa nella Chiesa in Germania, ma che – contagio della secolarizzazione permettendo – rappresenta il futuro di molti contesti ecclesiali, non solo in Germania.

Nell’affrettarsi a progettare modi nuovi di vita missionaria, ogni risposta non potrà che giungere dalla piena e paritaria partecipazione di ogni Chiesa. Se a livello finanziario la propulsione è ancora “occidentale”, il centro di gravità del cristianesimo si è spostato nel Sud globale in quanto a numero di vocazioni alla vita presbiterale e religiosa, così come per le esperienze di appartenenza alla Chiesa. Vale a dire in quei contesti più o meno velatamente indicati come “arretrati” anche dal punto di vista ecclesiale.

La France, pays de mission?, si domandavano Henri Godin e Yvan Daniel in piena seconda guerra mondiale e con la Francia occupata dai nazisti, quando il secolarismo sembrava la meno pericolosa delle minacce possibili. Ma solo ad uno sguardo superficiale. Se allora la frontiera della nuova evangelizzazione si collocava fra le tante emarginazioni delle baraccopoli, oggi la fede è strappata dalla colossale baraccopoli dell’emarginazione. Grande quanto il cosiddetto Occidente.

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