Chi c’è dietro a Dignitas infinita 2/2

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Ci è stato fatto dono di una comune umanità e di una casa comune. La cui dignità è sempre più spesso violata.

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Seconda tappa (qui la prima) fra le storie delle donne e degli uomini che abitano, loro malgrado, le numerose «gravi violazioni della dignità umana nel nostro tempo» affrontate nella dichiarazione Dignitas infinita del Dicastero per la dottrina della fede.

Abusi

Particolarmente odioso è il caso degli abusi su minori. Secondo Unicef, 300 milioni di bambini nel mondo tra i 2 e i 4 anni subiscono regolarmente violenze dai propri familiari o tutori (circa 3 su 4). Si tratta di un fenomeno in aumento, nel quale internet gioca un ruolo tragicamente negativo. Secondo l’ultimo rapporto dell’associazione Meter, fondata da don Fortunato di Noto, nel 2023 la rete ospitava poco meno di 3 milioni di immagini pedopornografiche. Piccola parte di un fenomeno ben più ampio e sommerso. Tanto più considerando che i minori sono vittime due volte della pornografia: come soggetti vittime di violenza e come fruitori esposti al rischio della dipendenza.

Caso particolare, anche per le implicazioni drammatiche in termini di fede e di credibilità, è quello degli abusi sessuali su minori da parte di membri del clero. Emblematico lo scenario in Germania. Sarebbero quasi 3.700 i minori abusati dal 1946 al 2014 da parte di sacerdoti, diaconi e membri di ordini religiosi cattolici. Il 63% delle vittime è di sesso maschile: una prevalenza netta che sembra confermare come «specifiche strutture e regole della Chiesa cattolica potrebbero avere un elevato potenziale di attrazione per persone immature con tendenze omosessuali». Anzitutto i seminari.

Non sono meno consistenti, però, i numeri degli abusi su minori nelle Chiese evangeliche: oltre 9 mila minori potrebbero aver subito abusi sessuali all’interno delle Chiese protestanti tedesche dal 1946, secondo una stima diffusa nel gennaio scorso. «La punta dell’iceberg», affermano i ricercatori. Un iceberg terribile.

Violenza sulle donne

Tra le molte forme di violenza, fisica ed esistenziale, esercitate sulle donne ha acquisito nuova attualità lo stupro di guerra. Numerose fonti internazionali lo indicano ormai come un’arma tanto estrema quanto sistematica. Lo testimoniano i molti conflitti che feriscono Europa, Medio Oriente, Africa, Asia e America Centrale e Meridionale. Corpi di donne trasformati nel più brutale dei campi di battaglia e nella più vile delle strategie di umiliazione e sottomissione.

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Vale la pena ricordare che – come nei casi più recenti in Ucraina e delle donne israeliane prese in ostaggio da Hamas – si pone anche il problema delle gravidanze originate dagli stupri e dei diritti dei nascituri, a rischio aborto. Anche in questo, come non mai, la guerra si conferma una faccenda da uomini. Certi uomini. Ma a pagarne il prezzo sono tutti: donne, uomini e bambini.

Aborto

Oltre 43 milioni di aborti nel 2023. Vite interrotte all’inizio della vita. Una pratica che non lascia scampo, salvo in pochi casi. Casi dolorosi, e dei quali si parla molto poco. Negli Stati Uniti della sentenza Roe contro Wade (1973) si stima che siano quasi 86 mila i bambini e le bambine sopravvissuti all’interruzione volontaria di gravidanza, 1.700 ogni anno. Storie che si prova a dimenticare, perché fonti di clamore e azioni legali per i sistemi sanitari. Più un imbarazzo da mettere a tacere che un problema da risolvere.

Che però racconta di sé. Come Gianna Jessen, abortita al settimo mese di gravidanza dalla madre 17enne, cui i medici praticano un’iniezione di una soluzione di sale nell’utero. Gianna non muore, ma il tentato aborto le lascia segni pesanti nel corpo, fra cui una paralisi cerebrale. Oppure Melissa Odhen, salvata da un’infermiera che la sente piangere tra i rifiuti sanitari di un ospedale statunitense. Entrambe oggi raccontano le proprie storie in tutto il mondo. Casi rari? Forse a livello mediatico. Ma negli Stati Uniti esiste addirittura una rete di supporto, The Abortion Survivors Network.

Gianna Jessen. La sua storia è raccontata anche in un film, October baby (2011).
Gianna Jessen. La sua storia è raccontata anche in un film, October baby (2011).

Maternità surrogata

La maternità surrogata è un incontro fra due miserie: quella delle coppie impossibilitate a soddisfare il desiderio sincero di avere un figlio biologico e quella delle donne che, vinte dalla povertà economica, si prestano a farlo crescere nel proprio grembo. Ma anche di due opulenze: quella di ideologi e ideologie mai paghi e quella degli sfruttatori di un giro d’affari milionario.

Recentemente il Corriere della Sera ha riferito la storia di Kelly: una madre, prima ancora che una madre surrogata, pentita. «Li ameranno abbastanza? Quando sono nati erano perfetti, due bambini bellissimi. Eppure i genitori li hanno guardati a stento. Non hanno legato, lo so». Il dolore la spinge a mettere in guardia altre donne. «Non credete a quello che vi dicono le agenzie o i genitori intenzionali. Non c’è nessuna protezione per noi surrogate. Io mi sono sentita usata e poi buttata via. È solo una questione di soldi».

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Eutanasia

Patologie incurabili e gravi infermità del corpo, ma non solo. Le moderne forme del dolore sono soprattutto esistenziali: depressione, solitudine, disagio. Vita detta “non degna” di essere vissuta. Alla quale le nostre società dello scarto corrispondono con l’esclusione più estrema: il suicidio assistito. La morte come rimedio alla vita.

Colpisce l’intensità mediatica concessa alla morte, che stride con il silenzio riservato alla vita. Difficile, ad esempio, non aver incontrato a suo tempo la storia di Nathalie Huygens, 50 anni e madre di due figli, che nel 2023 ottiene l’autorizzazione a morire a causa degli esiti traumatici di una violenza sessuale avvenuta nel 2016 che la tormentano. Un male profondo, che rende impossibile una vita “normale”. «Se fossi mia madre non vorrei più vivere nemmeno io», scrive uno dei figli in una lettera aperta.

In pochi mesi Nathalie Huygens smette di fare notizia, anche nell’informazione cattolica. L’esito è dato per scontato, eppure quest’anno Nathalie Huygens si avvia a compiere 52 anni. La morte, anche per la burocrazia, può attendere. E intanto alla vita è concesso di trovare i propri spazi. «A volte sento che devo resistere e andare avanti. Il fatto stesso di sentirlo è per me un miracolo», afferma Nathalie Huygens in una recente intervista. Miracoli della vita, di cui la morte non è capace. E sempre più raramente anche le nostre comunità.

Nathalie Huygens tiene conferenze, anche agli studenti, su ciò che ha vissuto come vittima di violenza sessuale. © Stefan Beel.
Nathalie Huygens tiene conferenze, anche agli studenti, su ciò che ha vissuto come vittima di violenza sessuale. © Stefan Beel.

Gender e cambio di sesso

Il cambio di sesso è un percorso complesso e doloroso, non solo dal punto di vista fisico: terapie ormonali, interventi chirurgici, supporti psicologici. Per questo “decidere” di affrontarlo da ragazzini lascia spazio a dubbi ancora più inquietanti. In grado di scuotere persino il Regno Unito ingessato dal politically correct.

«Fallimento» è la parola che rimbalza sui principali organi d’informazione britannici. Conclusione cui è giunta, dopo quattro anni di ricerca, la pediatra Hilary Cass, già presidentessa del Royal College of Paediatrics and Child Health. Obiettivo: verificare come il sistema sanitario gestisca le vicende dei minori con dubbi sulla propria identità sessuale. Ai quali, spesso, è consentito di cambiare sesso con troppa superficialità. Un rapporto di quasi 400 pagine per dimostrare nero su bianco ciò che, in fondo, già si sapeva: che cioè «la medicina che si occupa del cambiamento di genere è costruita su fondamenta poco sicure». Affini a quelle della strampalata “teoria del gender“.

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Violenza digitale

«Cari bulli, sapete chi siete, sono io, Claudia, Ratatouille (come il topolino del film d’animazione Disney, ndr). Spero che ognuno di voi sappia il danno che le vostre azioni hanno fatto. Avete preso una bambina con l’autostima alta e con alte capacità e l’avete schiacciata fino a non farla più alzare dal letto e portarla al suicidio. Sì, voi, studenti dell’anno 2002 del Colegio de la Asunción di Gijón. Non mi importa che siate figli di persone famose, che abbiate più di 10 mila follower sui social o che facciate le vittime. Fate schifo». È il 28 aprile 2023. Claudia González Álvarez ha 20 anni e una passione per i galgos, i levrieri nativi della Spagna. Vive a Gijón e ha lasciato gli studi in Psicologia. Claudia affida rabbia e dolore ad un post su Instagram prima di spegnere il telefono e gettarsi in mare dalla collina di Santa Catalina. Dietro di lei restano le lettere per i genitori, il fratello, il fidanzato e gli zii. La polizia ritrova il suo corpo la mattina seguente. Mondo virtuale? Dagli esiti, non si direbbe.

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