Chi c’è dietro a Dignitas infinita [1/2]

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Sebastião, Shahbaz, Alina, Andriy, Yusra, Haissa. E 160 milioni di bambini.

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Alcuni direbbero che il gradimento riservato alla recente dichiarazione del Dicastero per la dottrina della fede Dignitas infinita risiede nel fatto che attinge a secoli di pensiero cristiano e non a decenni di elucubrazioni di recenti protagonisti della Chiesa cattolica.

Una sana dose di antropologia cristiana è sufficiente, sin dall’epoca dei Padri della Chiesa, a chiarire che la dignità umana, al pari delle molti «gravi violazioni» del mondo contemporaneo, non è materia solo teorica, ma abita in profondità la vita di oltre 8 miliardi di persone, lontano da un cristianesimo disincarnato e astratto. Per questo è importante soffermarsi sulla storia. Anzi, sulle storie.

Ecologia integrale

Prendete, ad esempio, la storia di un uomo nato in Brasile, laureato in economia, che abbandona la carriera per testimoniare attraverso la potenza della fotografia la sofferenza dei senzatetto e degli emarginati. È la storia di Sebastião Salgado, fotografo documentarista e fotogiornalista.

Confrontarsi con il dolore ferisce e insegna. Dopo aver documentato gli orrori del genocidio in Rwanda, Salgado torna nella sua regione natale, Minas Gerais, dove il 95,5% della foresta lussureggiante della sua infanzia è scomparso. Salgado e la moglie Lélia Wanick si imbarcano in un nuovo progetto, che sa di cura: nel 1998 fondano l’Instituto Terra, un’organizzazione dedicata allo sviluppo sostenibile della Valle del Doce. In 20 anni il team dell’Instituto Terra ricostruisce la foresta, reintroducendo quasi 300 specie di alberi e creando un habitat per centinaia di specie di uccelli e decine di specie di mammiferi, anfibi e rettili, molti dei quali a rischio di estinzione. Insieme a piante e animali, tornano sorgenti d’acqua un tempo prosciugate e un clima locale più vivibile. Salgado sostiene di essere rinato grazie a questo progetto. È autentica custodia del creato, che non esclude l’uomo.

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Sebastião Salgado, miniera d'oro di Serra Pelada, Pará, Brasile, 1986.
Sebastião Salgado, miniera d’oro di Serra Pelada, Pará, Brasile, 1986.

Libertà e politica

Nel 2018 un attentato uccide quattro cristiani a Quetta, in Belucistan, turbolenta regione del Pakistan meridionale. È il Lunedì dell’angelo, e il radicalismo islamista ha una passione per le ricorrenze: in città aveva già avuto luogo un altro attentato, poco prima del Natale 2017, quando due terroristi kamikaze avevano fatto strage di fedeli nella chiesa metodista di Bethel Church, con un bilancio di 14 morti e 56 feriti.

L’attentato del 2018, se possibile, è persino più semplice: si entra in motocicletta nel quartiere cristiano di Shah Zaman e si spara su una famiglia di innocenti, scelta a caso. Oltre che un problema di criminalità e di convivenza, è anche un problema politico. La cui soluzione sembra ancora più lontana dopo l’assassinio, nel 2011, dell’avvocato, attivista e ministro delle minoranze religiose pakistano, Shahbaz Bhatti. Cattolico.

Povertà

Lo chiamano il metallo del futuro, ma di futuro, dietro di sé, ne lascia ben poco. È il cobalto, prezioso materiale impiegato nella produzione delle batterie di smartphone, tablet, notebook e altri dispositivi elettronici. Dal 50 al 70% della fornitura mondiale si deve alle miniere della Repubblica Democratica del Congo. Dove a lavorare sono per lo più i bambini – 40 mila –, che pagano le terribili condizioni dello sfruttamento. Creuseurs, minatori artigianali.

Non sono gli unici: si stima che nel mondo siano almeno 160 milioni i bambini privati della loro infanzia da turni di 12 ore al giorno e mansioni che sarebbero sfiancanti per un adulto, in condizioni di estremo pericolo, con conseguenze gravissime per lo sviluppo fisico e psicologico dei piccoli: frequenti malattie, carichi pesanti, terreni tossici. La povertà è il denominatore comune delle loro storie e di quelle dei loro familiari, all’ombra della grande industria mineraria e del progresso.

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Guerra

Il 24 febbraio 2022 ha cambiato l’Ucraina e il mondo, per non parlare della vita di milioni di persone su entrambi i fronti. L’invasione russa dell’Ucraina è forse la prima grande guerra ibrida del nostro tempo, nella quale la trincea mediatica non è meno strategica e violenta di quelle sul campo di battaglia. Ne sono consapevoli Kostiantyn e Vlada Liberov, fra i primi fotodocumentaristi del conflitto, nome d’arte “Libkos”.

D’arte, perché il loro obiettivo dichiarato è quello di «trasmettere secondo verità e arte il dolore e la speranza di ogni persona comune toccata dalla guerra». Ci riescono, anche se il mondo ha già fin troppe foto-simbolo, destinate a non cambiare le cose. Ma ci sono immagini che ti restano dentro, come quelle di Alina e del marito Andriy: una donna che abbraccia ciò che la guerra le ha lasciato del suo uomo.

Kostiantyn e Vlada Liberov (Libkos), Alina e Andriy, Ucraina, 2023.
Kostiantyn e Vlada Liberov (Libkos), Alina e Andriy, Ucraina, 2023.

Persone migranti

È la giovane portabandiera della Squadra olimpica rifugiati alle olimpiadi di Rio de Janeiro del 2016 e di nuovo a Tokyo nel 2021. Soltanto gli ultimi di molti viaggi, per lei. Yusra Mardini, 26 anni, è una nuotatrice, forte nello stile libero e in quello farfalla. Di essere brava a nuotare lo dimostra nell’agosto 2015, nel mezzo del mare Egeo. Non è in vacanza. Yusra sta fuggendo dalla guerra in Siria insieme alla sorella Sarah, a un cugino del padre e ad altri profughi. Libano, Turchia e un primo tentativo di sbarcare in Grecia. Vengono respinti.

Pochi giorni dopo, un secondo tentativo, su un gommone carico di persone, finisce in un naufragio. Yusra, insieme alla sorella e ad alcuni uomini, si tuffa in mare e per quasi quattro ore nuota per tenere a galla l’imbarcazione. Sono in molti a doverle la vita. Una volta in Europa, Yusra e Sarah percorrono quella che è chiamata “rotta balcanica”, che significa Macedonia, Serbia, Ungheria e Austria, fino alla Germania, a piedi o su mezzi di fortuna. Qui, raggiunta nello stesso modo dal resto della famiglia, Yusra ottiene lo status di rifugiata. La rinascita passa anche per un’autobiografia, Butterfly, Farfalla. Come uno stile di nuoto e uno stile di vita.

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Tratta

Abbandonata alla nascita dalla madre e orfana di padre, Haissa cresce con la nonna. Fin da bambina la aiuta, vendendo cibo per strada. A 19 anni, spinta dal sogno di una vita migliore, accetta la proposta del cugino di mettersi in viaggio per l’Italia. Come lei, migliaia di giovani donne da Africa, Asia ed Est Europa, spesso adescate da parenti e amici con la promessa di un lavoro onesto come baby-sitter, commesse o cameriere. Dietro, in realtà, ci sono organizzazioni criminali internazionali. In aggiunta all’inganno e alle violenze fisiche, in Nigeria le vittime di tratta vengono anche costrette a sottoporsi ad un rito, il juju, un vero e proprio strumento di controllo psicologico. Così pervasivo da resistere anche al deserto libico e ai suoi orrori.

«Siamo state sequestrate per mesi e ho visto di tutto. Le ragazze venivano violentate, io mi nascondevo. Avevo paura, ma con l’arma puntata addosso eri costretta a fare quello che dicevano». In Italia Haissa trova aiuto e il coraggio di fuggire. «Un giorno vorrei scrivere un libro sulla mia storia», confida. C’è chi lo ha già fatto: Io sono Joy, una storia di liberazione raccontata da Mariapia Bonanate, con la prefazione di papa Francesco.

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