Disinformazione gemella. La guerra “ibrida” di Russia, Ucraina e Nato all’opinione pubblica. Intervista a Marco Lombardi

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In Ucraina è guerra, anche di nervi. Narrativa e contro-narrativa. Lo spasmodico bisogno di avere un nemico nel mirino, per non correre il rischio di fermarsi a riflettere. Siamo in guerra, Italia compresa: almeno a giudicare dai gravi costi umani, sociali ed economici che pagheranno solo i più fragili, su ambo i fronti.

Una storia vecchia, eppure una guerra nuova. «Da anni parliamo di guerra ibrida, nella quale la dimensione comunicativa è al centro del conflitto. Stupisce il fatto che sia stata gestita con questo estremo protagonismo da parte di Zelensky». Perché la verità, quella al singolare, non appartiene ad alcuna guerra. Vi abbondano, piuttosto, “le verità”, che la verità non sono. «L’Ucraina sintetizza gli ultimi dieci anni di guerre». Il rischio? «Che questi combattimenti non finiscano mai. È quanto accade già in alcuni Paesi».


» Español (Zenit)


Marco Lombardi

Ne parlo con il prof. Marco Lombardi, direttore del centro di ricerca ITSTIME e professore ordinario di Sociologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove insegna sociologia, teoria e tecniche della comunicazione mediale, cooperazione nelle aree di post conflict, sicurezza e contrasto al terrorismo. È membro del comitato della Scuola di dottorato, del Master in Cultural Diplomacy e direttore della Scuola di giornalismo. Gestisce numerosi progetti di ricerca focalizzati sui temi della sicurezza e del terrorismo. Collabora per l’analisi del rischio e lo sviluppo di politiche per la sicurezza con numerose istituzioni nazionali e internazionali. È membro della Commissione di Palazzo Chigi sulle strategie di contrasto al terrorismo e alla radicalizzazione e del Comitato di Riflessione e Indirizzo Strategico (CRIS) del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale.

Professor Lombardi, felpe e magliette indossate da Zelensky e dai suoi collaboratori sono diventate un simbolo. Anche i suoi interventi ai parlamenti di numerosi Paesi sono ormai un “format”. E già si parla di un rilancio delle vecchie serie TV interpretate dall’allora attore comico. Come legge questi intrecci fra guerra, comunicazione e politica?

Devo dire che non sono assolutamente stupito da quello che vedo. Anzi, mi stupisco che qualcuno si possa stupire che la guerra sia così legata alla dimensione comunicativa. Viviamo ormai da decenni all’interno di un’infosfera, di una comunicazione che è pervasiva. La comunicazione invade ogni secondo della nostra vita, perciò non poteva essere lasciata fuori dalla guerra.

Da anni parliamo di guerra ibrida, nella quale la dimensione comunicativa è al centro del conflitto. Si inizia a riflette in maniera strutturata sulla guerra ibrida, nella Nato, proprio a partire dall’intervento russo in Ucraina. Torniamo indietro di quasi dieci anni. In tutti i testi che possiamo leggere sulla guerra ibrida si dice che questa moltiplica gli attori, che moltiplica gli asset, che diventa fondamentale la gestione della comunicazione, eccetera. Nulla di cui stupirsi, perciò.

Stupisce di più, invece, il fatto che sia stata gestita con questo estremo protagonismo da parte di Zelensky. Direi che, da questo punto di vista, si è trovato ad essere il presidente giusto nel momento giusto. Oppure – ognuno la legge come vuole – ha fatto sì che il momento giusto fosse quello adeguato alle sue caratteristiche. Indubbiamente quello che Zelensky fa è un format comunicativo della guerra, gestito bene, in maniera funzionale agli interessi ucraini nel conflitto. Gli altri Paesi che partecipano al conflitto – Europa, Stati Uniti – hanno invece caratteristiche di audience, forse più passiva che non attiva, restando nel linguaggio comunicativo.

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Intendo dire: abbiamo un anchorman, Zelensky, che ha costruito il suo format rispetto a delle target audience specifiche, che sono i diversi parlamenti, per esempio, e che ha generato un brand molto specifico, che si riconosce con dei marchi – ha detto delle magliette, perfettamente – che lancia slogan indipendentemente dal senso che hanno nella realtà – è la reiterazione degli slogan – che vanno ad orientare un pubblico sempre connesso e sempre più ampio.

È condotta benissimo questa comunicazione, con tutti i criteri della comunicazione digitale di questi ultimi tempi. Nessuna sorpresa, quindi. Al limite sono più sorpreso dalle reazioni incompetenti da parte di chi si ritrova ad essere solo “pubblico” dell’iniziativa di guerra mediatizzata, quando invece dovrebbe essere più protagonista. Le reazioni del parlamento americano, con i grandi applausi alle citazioni di Martin Luther King, sono banali e sono le reazioni di un pubblico che viene inconsapevolmente trainato per la pancia ad applaudire qualcosa che non ha considerato. Gli applausi dei vari parlamenti, che si reiterano quando si chiede la no fly zone pur sapendo che è impossibile da parte di chi lo dice averla e da parte di chi applaude ottenerla, evidenziano un pubblico che ancora una volta è trainato dalla dimensione, come dire, estetica-affettiva-emotiva e non da quella razionale. Il parlamento tedesco che applaude alle critiche che gli vengono fatte da Zelensky per il mancato supporto ha il classico atteggiamento tafazziano del pubblico che si entusiasma senza capire che viene preso in giro.

Ora, io non sto criticando Zelensky: sta facendo il lavoro della guerra ibrida in una delle dimensioni che oggi sono richieste, come lo sono quelle dei carri armati e dei razzi, e lo sta facendo molto bene. Mi perplime, piuttosto, come tutti cadano in trappola.

Un’immagine giornalistica ricorrente è che sia solo la Russia di Putin ad utilizzare l’arma della comunicazione, disinformazione compresa. Da quanto dice, sembra invece che finora sia stata piuttosto l’Ucraina a muoversi meglio sul piano comunicativo, forse talmente bene che in molti non se ne sono neppure accorti. La sensazione, comunque, è che siamo immersi in un’informazione artefatta da parte di entrambi i fronti.

La guerra comunicativa la stanno facendo entrambi, Zelensky e Putin, la Russia e l’Ucraina. In un contesto di guerra – frase antica, sempre ripetuta – la prima vittima è la verità. Questo dobbiamo ricordarlo tutti. Non c’è verità che venga dalla Russia e non c’è verità che venga dall’Ucraina. Ho sintetizzato in due battute quanto sto dicendo, anche per i miei studenti: considerate ogni informazione come falsa fino a prova contraria e considerate ogni informazione vera per la propria target audience. Cosa vuol dire? Che l’informazione, soprattutto in questi contesti, non ha a che fare con la realtà né tanto meno con la verità, bensì con la rappresentazione. Bisogna costruire rappresentazioni nella pubblica opinione, che è quella che poi orienta la politica e le scelte. Queste rappresentazioni sono l’obiettivo strategico per ciascuno.

Russi e ucraini, pur con i medesimi obiettivi e con il medesimo uso strumentale della comunicazione, agiscono però in maniera diversa verso pubblici – target audience – diversi. Il target di Zelensky è la pubblica opinione occidentale e i parlamenti dei Paesi che si presuppongono alleati. A Putin non importa di parlare a questi: anzi, la sua ostentata indifferenza rispetto a questo target diventa quasi una strategia essa stessa.

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Per alcuni, la maglietta diventa il simbolo della verità e giustifica il credere a quella parte. Per altri sono la cravatta e la maschera impassibile di Putin. Purtroppo, ma è così da sempre, si cade in trappola per il bisogno di avere qualcosa – qualcuno – a cui credere di fronte ad una realtà troppo complessa. E si crede a ciò che colpisce meglio come pubblico, a chi ha la strategia migliore. Sarebbe, però, preoccupante, se a cadere nella trappola fossero coloro che devono decidere: i parlamenti acclamanti e osannanti, che lo siano per Zelensky o per Putin. A meno che non stiano al gioco anche loro, a beneficio della propria opinione pubblica nazionale.

Fa parte del copione anche la presunta “follia” di Putin?

Accusare l’altro di pazzia è qualcosa che si è sempre fatto. In un certo senso, si giustificano così le sue azioni, le reazioni degli altri, la difficoltà di entrare in relazione, la necessità di assecondare o al contrario di sterminare il nemico. È lo spostamento delle scelte da un piano analitico ad uno della “pazzia” del nemico. Non lo so, non ci credo molto.

È chiaro che siamo di fronte ad una guerra combattuta anche sui social, per certi versi utilizzando l’opinione pubblica come una delle armi in campo. Ci sono due immagini, magari di segno opposto, che l’hanno colpita in questa guerra ibrida?

La prima è Bbc, che ha interrotto le comunicazioni in digitale per tornare alle onde corte. È una lezione di grande interesse e competenza, in un mondo come il nostro che è abituato a cambiamenti solo verso un miglioramento tecnologico, trascurando l’utilità di quello che è stato. Qui, invece, si è puntato a raggiungere l’obiettivo: continuare a comunicare.

Un’altra cosa che mi ha colpito molto è il fatto che solo ora, forse, capiamo cosa significhi cyberwarfare (guerra cibernetica, ndr). Fino a poche settimane fa si pensava si trattasse soltanto di una forma di guerra alle infrastrutture: furti d’identità, virus, worm e altri attacchi al sistema. Lo si capisce anche da come viene strutturata Anc, l’Agenzia nazionale di cybersicurezza.

C’è, invece, una forma di cyberwarfare che mira a strutturare comunicazione strategica. Il gruppo Conti per i russi, il gruppo Anonymous, i partigiani bielorussi… Buona parte della cyberwarfare non ha a che fare con la distruzione, bensì con la diffusione di messaggi consoni alle proprie strategie comunicative.

Tornando invece alle strategie più tradizionali, si è detto dell’impiego di mercenari da parte della Russia, di provenienza cecena e siriana. Si è detto anche della terribile responsabilità russa di portare in campo forze con fama di particolare ferocia. Con quale scopo affiancarli all’esercito regolare?

Li stanno usando tutti, russi e ucraini. Ci sono un paio di battaglioni ceceni che combattono per i russi e un paio che combattono per gli ucraini. Ancora una volta torniamo alla guerra ibrida, che ha moltiplicato gli asset. Il grande problema della guerra ibrida è che non sono soltanto gli eserciti regolari a combattersi, bensì freedom fighters, foreign fighters, terroristi, mercenari che credono in un’idea, mercenari pagati, gruppi criminali. Tutti questi li abbiamo sul campo ucraino.

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L’Ucraina, oggi, sintetizza gli ultimi dieci anni di guerre. Somalia, Libia, Afghanistan, Siria. Anche là erano tutti sul campo, anche se non se ne parlava. Ma erano campi lontani dall’Europa. Oggi, invece, il campo è vicino a noi: è tutta qui la differenza. In Siria, per anni, russi e americani si sono sparati addosso per interposte milizie, diciamo così. Ciascuno partecipa alla guerra per propri interessi, che dicano di combattere per Putin o per Zelensky, per la Madre Russia, per la cristianità, per Gesù, per il Patriarca Cirillo o per i soldi. Questi combattenti sfuggono alla catena di comando ufficiale, ai generali di entrambe le parti.

C’è anche un altro problema: quando avremo un Paese desertificato, come sarà l’Ucraina, questi gruppi dove andranno a finire? Gli si dirà “grazie, tornate a casa”? Non sarà così semplice. Il rischio è che questi combattimenti non finiscano mai. Accade già in alcuni Paesi.

Immagino che fra questi ci sia anche la Siria. Proprio pochi giorni fa, in una dichiarazione congiunta sottoscritta da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia ad oltre undici anni dall’inizio del conflitto in Siria, si è scritto che la guerra in Ucraina «mette in evidenza il comportamento brutale e distruttivo della Russia in entrambi i conflitti». È davvero una definizione che possiamo attribuire soltanto alla Russia nel terribile scenario siriano?

Fa parte delle comunicazioni che devono essere date, e condivido che debbano essere date. Nel momento in cui la comunicazione fa parte del sistema di relazioni internazionali, del quale anche la guerra fa parte, bisogna con forza e convinzione affermare delle verità parziali, o comunque strategiche, che fanno comodo. È necessario farlo per posizionarsi rispetto all’altro: ci si posiziona con il fucile e ci si posiziona con le parole, con uno stadio attorno che è l’opinione pubblica mondiale. Se poi mi chiede se esiste veramente una dicotomia così forte tra il “buono” e il “cattivo” nella guerra siriana in termini di esercizio della forza, ci faccio una risata.

Il grande tema papa Francesco. Si è molto parlato di nomi fatti e non fatti, di termini evitati, qualcuno ha detto di un “basso profilo”, altri di una strategia diplomatica e politica ben precisa. Dal punto di vista comunicativo, cosa ci dice la scelta del Papa? La sua è azione o passività, se così possiamo dire?

Confido che il Vaticano possa avere, debba avere, un ruolo di mediazione in ogni conflitto. Su due canali: uno profondo, assolutamente silenzioso, efficace, capace di parlare con tutti, che è quello della diplomazia; e un canale pubblico, un po’ forte, che è quello che dovrebbe passare esclusivamente attraverso il Papa. Tutto sommato, mi sembra che papa Francesco abbia fatto ciò che era opportuno fare. Io non sono critico. Tuttavia, credo di spiegarmi le critiche al Papa: sono le stesse che stanno caratterizzando tutto il suo papato, per le vicende storiche di quando è stato eletto, per i suoi modi di fare… È stato definito un Papa molto comunicativo, ma viene anche molto discusso. Le critiche, negli anni, hanno contribuito a costruire delle tifoserie pro e contro il Papa. Che si sono mostrate anche in questo caso.

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