Coscienze lunghe un’istantanea

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Un’altra fotografia. Due bimbi morti a Gaza restituiti ai propri genitori su una povera barella. Una «foto shock», è stata detta, in obbedienza al recente refrain linguistico. E forse è giusto così, perché non sopravvivrà abbastanza nella nostra memoria per definirla scioccante per esteso. La propone a tutta prima pagina, senza sconti, L’Osservatore Romano. «Un pugno sullo stomaco». Un urlo di denuncia. E forse anche questo vuol dire qualcosa.


Bambini morti a Gaza, 2021
Bambini morti a Gaza, maggio 2021.

All’alba già accesa di sangue di un nuovo conflitto antico e violento si impongono altre fotografie. Che, come da copione, faranno il “giro del mondo”. Fotogrammi di esistenze in carne ed ossa, destinati a rifrangersi in rete come increspature d’acqua dentro ad un bicchiere, istantanee di un mondo che cerca colpevoli ma non soluzioni, avviate senza appello al medesimo destino di ogni fotografia che le ha precedute sulla grottesca giostra di emozioni e di apatia, mossa dal gioco cattivo delle grandi potenze.

Bambini-simbolo. Bambini e simboli. Che si rincorrono fra le righe dell’informazione internazionale. Poco più di sei mesi fa, da queste stesse pagine, mi chiedevo battendo sulla tastiera quanto duri l’attenzione pubblica per un bambino affogato, con il viso premuto nella sabbia. Apparentemente tanto quanto l’indignazione per una bambina morta di freddo tra le braccia del padre. Oppure per le fosse comuni di Hart Island, negli Stati Uniti, e poi in Brasile e sui fuochi lungo il Gange.

Alan Kurdi, 2015
Alan Kurdi, Bodrum (Turchia), settembre 2015.

Abbiamo reso i bambini dei bambini-simbolo, della guerra in Siria e dei suoi profughi. Alcuni li abbiamo uccisi, perché diventassero tali. Una storia vecchia quanto la fotografia di guerra, con i bambini-simbolo del conflitto statunitense in Vietnam negli anni ’60 e ’70 e ancora prima di quello giapponese in Cina, negli anni ’30. E poi la seconda guerra mondiale, la bomba atomica e l’infinito carosello delle guerre nel continente africano e dei loro bambini-soldato. Alan, Omran, Angie Valeria e chissà quanti altri, resi simboli anonimi dalla violenza di uomini e donne e guerra e fame e sogni.

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Bloody Saturday, Shanghai, 1937
“Bloody Saturday”, Shanghai, 1937.

Una prima verità è che abbiamo abbastanza bambini-simbolo per cambiare, ma non ne abbiamo mai abbastanza della guerra. Una seconda verità è che ogni emozione, anche di orrore e di condanna, dura il tempo di un’istantanea. Non si fa sentimento. Catalizzatori di un’attenzione improvvisa e a volte effimera, in un tempo come il nostro che ha invece quanto mai bisogno di attenzione continuativa, di impegno di lunga durata. E invece no. Ed eccole, allora, altre foto-simbolo di bambini-simbolo. Giusto farle nostre, certo, illudendoci che questa volta sarà diverso, che servirà a cambiare almeno le carte in tavola, se non l’ordine delle cose.

Omran Daqneesh, Aleppo (Siria), 2016
Omran Daqneesh, Aleppo (Siria), 2016.

Ma le fotografie non sono un monito e non servono a smuovere le coscienze. Questo, ormai, dovremmo averlo capito. “Peccato di ipocrisia mortale” e “memoria corta”, la chiamavo nel 2019, guardando al trattamento riservato ai curdi e a Kobane. La guerra esiste da prima dell’uomo, con il suo carico di morti innocenti, e forse oggi fa soltanto più impressione. Ma non abbastanza da fermarci. Ormai non basta più neppure evocare l’assuefazione per una “guerra mondiale combattuta a pezzi”, la “globalizzazione dell’indifferenza” o quella che papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti chiama fine della coscienza storica, «una perdita del senso della storia che provoca ulteriore disgregazione». Perché siamo, ormai, al decostruzionismo della coscienza dei singoli, al consumo senza limiti ai limiti dell’autocannibalismo. Abbiamo un estremo bisogno di bambini e un terminale esubero di simboli. E sopra ogni cosa abbiamo bisogno di tornare piccoli.

Óscar Alberto Martínez Ramírez e Angie Valeria, fiume Rio Grande, Messico-Stati Uniti, 2019.
Óscar Alberto Martínez Ramírez e Angie Valeria, fiume Rio Grande, Messico-Stati Uniti, 2019.

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