L’incapacità di custodire centro e margini. Il caso Lindsay Clancy e le geometrie di noi

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Custodire ciò che merita il posto centrale, e lasciare il resto ai margini, è il primo passo per vigilare sulle geometrie. A cominciare da quelle spezzate di tre bambini innocenti.

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Nove donne e tre uomini, chiusi in una stanza, chiamati a scegliere tra cinque caselle su tre moduli di verdetto, uno per ciascun bambino morto. Non colpevole. Non colpevole per incapacità di intendere e di volere. Colpevole di omicidio di primo grado. Di secondo grado. Di omicidio colposo. È il destino, da giorni, di una giuria a Plymouth, Massachusetts.

Prima di mandarli a deliberare, il giudice William Sullivan li ha avvertiti: il verdetto non dovrà essere influenzato dalle immagini – terribili – delle autopsie, né da senso di colpa, pietà o fede. Sì, perché il cattolicesimo – credo dell’imputata e di oltre un terzo degli abitanti dello Stato – è già entrato prepotentemente nell’aula di tribunale. All’esterno, intanto, da settimane centinaia di donne pregano in cerchio. Per l’imputata.

I fatti, per chi li avesse rimossi. Il 24 gennaio 2023 a Duxbury, mentre il marito Patrick è uscito a comprare la cena, Lindsay Clancy strangola con delle fasce elastiche da fitness i suoi tre figli – Cora, 5 anni, Dawson, 3 anni, e Callan, 8 mesi – poi si taglia polsi e gola e si getta dalla finestra del primo piano. Sopravvive. Dall’ospedale, paralizzata e incapace di parlare, chiede un avvocato. Nei giorni successivi racconta al marito e a un cappellano di aver sentito una voce – maschile – che le ordinava di uccidere i figli e poi se stessa. La difesa sostiene che Lindsay Clancy soffra di psicosi post partum, una diagnosi rara ma reale, e che dunque non sia penalmente responsabile.

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Poi, ad agosto, si aggiungono le magliette rosa. Centinaia di persone – quasi tutte donne – si ritrovano fuori dal tribunale di Plymouth con scritte come Aveva bisogno di aiuto e Pace per Lindsay. Portano con sé i figli per dare supporto a una donna che ha ucciso i propri, recitano insieme il Padre Nostro, formano cuori con le mani. La ragione di tanta solidarietà è nelle parole di Renee Kimball, organizzatrice della manifestazione: qualunque donna che abbia mai sofferto di ansia, depressione o disturbi post parto potrebbe ritrovarsi al posto di Lindsay.

C’è chi ha ribattezzato il fenomeno the Lindsay Clancy feminists, le femministe di Lindsay Clancy, accusando le manifestanti di trasformare la compassione in una patente di impunità e di aver trovato nel femminismo l’ideologia perfetta per l’esenzione da ogni responsabilità. Il ritorno del #MeToo, appannato dal silenzio imposto dalla politica al caso Epstein e dall’esaurirsi della scia di disastri lasciata dietro di sé dall’ideologia woke.

Chi ha stretto le fasce elastiche attorno al collo dei figli: la loro madre o un sistema sanitario che non ha fatto abbastanza? Tutte le parti hanno, in proposito, un’opinione fin troppo certa.

No, non è solo la tifoseria che si coagula attorno ad ogni fatto di cronaca abbastanza cruento da guadagnarsi un hashtag. No, non è soltanto la cronaca giudiziaria che si è saldata a tal punto alla spettacolarizzazione che non è più chiaro chi deliberi per primo, se i tribunali o il pubblico collegato in live.

È, semmai, il loro drammatico effetto: una asimmetria che disorienta, ma con la quale è ormai necessario fare i conti. È l’incapacità di mantenere le geometrie in ordine, anzitutto dentro di sé. Ciò che colpisce, in questa tragedia e in molte altre, è l’abitudine di spostare i margini al centro. E di allontanare quest’ultimo dall’attenzione: da mente e cuore. Li chiamano dibattito e punti di vista, ma assomigliano piuttosto a confusione e delirio.

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Non serve credere che Lindsay Clancy sia un mostro per notare che i suoi figli, tre esseri umani indifesi la cui voce è stata prima ridotta ad un sussurro e poi spenta, sono anche coloro per cui a scendere in piazza sono in pochi. Una mobilitazione ordinata alla pietà, spoglia di connotazioni ideologiche, dunque priva di risonanza e perciò incompresa e impopolare per un pubblico che sceglie ogni giorno da che parte stare senza doversi sporcare troppo le mani. Basta agitare le dita o aprire la bocca.

Ciò che dovrebbe preoccupare di più non è quale grado di colpevolezza verrà riconosciuto a Lindsay Clancy, o perché, ma una società che sa riconoscere con precisione i margini – la malattia mentale trascurata, il possibile fallimento del sistema sanitario, la pressione sociale sulle madri – ma che non riesce a trattenere al centro, anzitutto di sé, ciò che dovrebbe contare di più: la vita, di Cora, Dawson e Callan.

Più si allargano i confini della comprensione, più il nucleo – la responsabilità verso chi non può difendersi – diventa un dettaglio scomodo. Accade in un infanticidio plurimo, nell’aborto, nell’eutanasia, in guerra e in ogni violazione della dignità umana. La geometria si inverte: il margine divora il centro, e il centro, fagocitato, cessa di essere visto. Ma non per questo di esistere e di proclamare, in un sussurro, la verità.

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