Italia sì, Italia no, cantavano nel 1996 Elio e le Storie Tese. Sfilza di scandali e stereotipi di una “terra dei cachi” dolorosamente imperfetta, ma felicemente reale. No: quella che segue non è una riflessione sul valore degli atleti “stranieri”.
Europei di nuoto e di atletica leggera. Prodezze delle atlete e degli atleti italiani, che alimentano l’ennesima ondata di calore (pardon, di colore) in quello che è stato il tempo italiano per elezione – agosto – rovinato dal cambiamento climatico.
Insieme ai risultati, nomi e volti si rincorrono di ora in ora. Alcuni sembrano raccontarsi più esplicitamente: è il caso, fra i molti, di Dariya Derkach e Andy Díaz Hernández, entrambi oro nel salto triplo; Alexandrina Mihai, argento nella mezza maratona femminile, e Zane Weir, argento nel getto del peso. Altri celano la propria storia fra le pieghe della tradizione anagrafica italiana, come Nadia Battocletti, oro nei 5 mila e nei 10 mila metri, e Sara Curtis, cinque medaglie agli europei di nuoto a Parigi, fra cui l’oro nei 50 dorso.
Vittorie di donne e uomini che vestono la diversità del tricolore, che si uniscono ai successi di decine di atleti e atlete privi di una storia di immigrazione recente. Così, fra i tanti, Quadarella, Tamberi, Fantini, Stano, Fiorini, Raffaeli, Fortunato, Sioli.
Sui media e in rete si liberano, puntualmente, rifiuto e rivalsa, non privi di connotazioni politiche. Da un lato, una xenofobia sempre più miope e fuori dal nostro tempo; dall’altro, un comprensibile malcontento e un’insopprimibile tentazione di dimostrare agli altri, oltre che a sé stessi, il valore di un’Italia “degli stranieri” – che tali non sono – contrapposta a un’Italia “degli italiani” – che è sempre più difficile classificare.
Lo specchio dello sport riflette e ingrandisce l’immagine di un Paese già da tempo multietnico, multiculturale e multireligioso, ma anche la difficoltà, per ragioni diverse e a volte divergenti, a rappresentare indiviso questo ritratto unitario: un’Italia “questa qua” in cui camminano insieme – con dolorose imperfezioni e felici realismi quotidiani – giovani, famiglie e comunità dalle storie sempre più miste. Un’Italia in cui convivono genitori di Trento e di Rabat, infanzie trascorse a Roma e ad Amanzimtoti, viaggi, adozioni e vite senza dimora.
L’Italia dello sport non è rappresentata solo da Andy Díaz di più o di meno di quanto non lo sia soltanto da Nadia Battocletti o Simona Quadarella. Tre storie diverse, anche solo queste. Non esistono – contrapposte – vittorie italiane e vittorie di origine straniera, ma l’unica vittoria di un Paese che oggi si racconta con più volti e nomi di quanti ne avesse mezzo secolo fa.
Accade nello sport perché succede, ogni giorno e molto prima del podio, nella società: nel neonato su cinque che in Italia ha almeno un genitore di origine straniera (e nei quattro su cinque che non ce l’hanno); nelle aule scolastiche, dove gli alunni con cittadinanza non italiana hanno superato i 930 mila (sui 7 milioni totali), in gran parte nati in Italia.
Accade nell’economia, nel mercato del lavoro e nel welfare, dove il contributo di chi ha cittadinanza non italiana non è una variabile, ma un dato strutturale: circa il 9% del Pil nazionale, ma soprattutto la cura di malati, anziani, bambini e case. Accade, non da ultimo, nella cultura – letteratura, cinema, musica, arte – dove i nuovi italiani si moltiplicano come sui medaglieri degli Europei.
Non una nuova storia, ma la stessa storia scritta in modo nuovo: come è sempre stato, in un Paese che ogni volta è ripartito mescolando. E agitandosi un po’.
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