Il Papa in Iraq. Guardare il dito, dimenticando la mezzaluna (della Turchia)

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Dialogo interreligioso, lotta al fondamentalismo, emergenze umanitarie. Sono solo alcuni dei punti che spingono papa Francesco a guardare alla Turchia. Anche da un privilegiato punto di osservazione: l’Iraq.


Viaggio programmato, poi dato per rinviato, infine nuovamente confermato: salvo variazioni, papa Francesco sarà in Iraq dal 5 all’8 marzo prossimi. Smentite e conferme che sembrano delineare una questione interna all’Iraq, fra stampa e governo locali, anche se la visita è già stata definita dai più come “storica”. E tutt’altro che un affare soltanto iracheno.

Ne è ben consapevole la Turchia, fra i Paesi nel bene – e forse soprattutto nel male – più coinvolti nello scellerato crogiolo di violenza e responsabilità internazionali attrezzato nel Vicino e Medio Oriente. Politicamente, i rapporti fra Iraq e Turchia non sono distesi. Ancora nei giorni scorsi si sono verificati scontri tra forze armate regolari turche e membri della milizia Peshmerga curda. Proprio il riacutizzarsi di tensioni in verità mai sopite era stato indicato come un possibile ostacolo al viaggio apostolico di papa Francesco in Iraq.

Ora, a pochi giorni dall’evento, come se ne parla in Turchia? «In Turchia si tende a parlare di questo Papa il meno possibile», spiega a Caffestoria.it Marta Federica Ottaviani, giornalista, fra i maggiori esperti italiani di Turchia e autrice, fra l’altro, di Il Reis. Come Erdoğan ha cambiato la Turchia (Textus Edizioni, 2016). «La stampa nazionale con il passare degli anni è diventata sempre più appiattita sul seguire tutti gli eventi che ruotano attorno alla figura del presidente, Recep Tayyip Erdogan. Va poi aggiunto che la portata rivoluzionaria del messaggio di pace e fratellanza di papa Francesco non è molto apprezzato da Ankara, che ha compreso lo straordinario carisma di questo Pontefice e quanto questo attragga anche i non cristiani e lo vede probabilmente come una potenziale minaccia».

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Al centro delle tensioni (anche) il Kurdistan iracheno, il cui statuto internazionale – dato per scontato dopo il contributo in vite nella guerra allo Stato Islamico – è tutt’ora incerto. La visita di papa Francesco potrebbe mutare qualche equilibrio? «Direi proprio di no», prosegue Ottaviani. «Non sono personalmente a conoscenza di retroscena in questo senso e se devo dire, per i motivi che ho spiegato, credo che la presenza del Santo Padre in terra irachena per Ankara sia più un problema che una cosa positiva».

Un reciproco studiarsi, per conoscersi – è l’auspicio – e un’arte della diplomazia fatta di pazienza, di attese e di alcuni silenzi. C’è anche questo nel peculiare rapporto che lega papa Francesco, la Santa Sede e la Turchia.

Ci sono i migranti, vite fragili che stanno a cuore a papa Francesco, più volte trasformate da Erdoğan in un’arma di ricatto brandita contro l’Unione Europea. È il 28 novembre 2014 quando, da Ankara, il Pontefice riconosce il ruolo della Turchia nell’emergenza profughi che si consuma lungo le frontiere del continente europeo. «Accogliendo generosamente una grande quantità di profughi, la Turchia è direttamente coinvolta dagli effetti di questa drammatica situazione ai suoi confini, e la comunità internazionale ha l’obbligo morale di aiutarla nel prendersi cura dei profughi», sottolinea Francesco.

Riconoscimento e riconoscenza, anche di fronte alla contraddizione. Auspicando – e pazientemente lavorando – per il meglio. Anche quando, non più tardi del febbraio di un anno fa, dopo l’apertura delle frontiere decisa da Erdoğan, si innesca il muro contro muro con la Grecia (e con il resto dell’Unione): nel mezzo, migliaia di migranti bloccati al confine greco e centinaia di persone intrappolate nell’area tra i due confini. A margine del viaggio di papa Francesco in Iraq, quello dei migranti si annuncia un possibile tema spinoso per la Turchia? «Sicuramente – spiega Ottaviani – come anche quello della persecuzione dei cristiani, per questo non credo che Ankara sia felice della presenza di Papa in Iraq».

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I cristiani, coloro che più di altri in questi anni stanno pagando sulla propria pelle la svolta in senso autoritario dell’islam in Turchia imposta da Erdoğan. La Santa Sofia, certamente, ricondotta ad essere – da basilica cristiana prima e museo poi – di nuovo moschea. Una decisione che ha creato tensioni nel mondo delle ortodossie, anche con il Papa, accusato di non aver fatto abbastanza per evitare il cambio di destinazione.

Ma quella di Santa Sofia non rappresenta che la vicenda più eclatante di una persecuzione per lo più “morbida” e silenziosa, ma non meno dura per i cristiani e che grida ingiustizia di fronte alla comunità internazionale: chiusura di luoghi di culto cristiani, esproprio di beni immobili appartenenti a chiese e organizzazioni cristiane, marginalizzazione della minoranza cristiana in politica, nella cultura e nel mondo del lavoro. Nel complesso, più di una ragione per temere per il destino dei cristiani nella Turchia degli anni a venire se tale atteggiamento dovesse divenire strutturale.

Proprio sul piano religioso entrano in gioco dinamiche potenti, anche interne alla galassia islamica. Ad esempio, nell’incontro che – si dice – avverrà fra il Papa e l’ayatollah sciita ‎‘Ali al-Sistani: di origine iraniana, da decenni nella città santa sciita in Iraq, Najaf, con rapporti tutt’altro che semplici con l’ayatollah e guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei. E, in tutto ciò, la Turchia, che è invece un Paese a maggioranza sunnita. Si registrano reazioni sul piano religioso ad Ankara? «Non sono ancora arrivate reazioni in questo senso e come ho spiegato prima è difficile che compaiano sui giornali», spiega Ottaviani. «Certo è però che Ankara segue quello che fa papa Francesco con grande attenzione».

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Una ragione di più ad accentuare l’importanza di un giornalismo fatto di suole consumate e non di tunnel carpale da abuso di mouse. «Appiattimento in “giornali fotocopia” o in notiziari TV e radio e siti web sostanzialmente uguali», «informazione preconfezionata», che smette di «intercettare la verità delle cose e la vita concreta delle persone». Una strigliata del Papa ad un certo giornalismo, forse archiviata troppo in fretta. Condivisibile? «Certamente. Purtroppo non è l’unico appello del Santo Padre a cadere nel vuoto», dice Ottaviani. Una curiosità. Si dice che l’informazione italiana sia fra le più povere in tema di Esteri: un problema di pubblico oppure di offerta? «Temo sia un problema di offerta e di come spesso la materia viene trattata», spiega Ottaviani.

Lui, lei, l’altro: il Papa, la Turchia e l’Iraq. Come a dire: in vista del viaggio apostolico di papa Francesco in Iraq, non soffermiamoci a guardare solo il dito, per quanto fondamentale, ma buttiamo un occhio anche alla luna. O alla mezzaluna.

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