La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo di rito ambrosiano del 28 febbraio 2021

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Domenica 28 febbraio 2021. II Domenica di Quaresima. Della Samaritana. Anno B. Commento al Vangelo di rito ambrosiano, di don Paolo Alliata.


In quel tempo. Il Signore Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui. Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica». Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
(Gv 4, 5-42)

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Non dormì. Per tutta la notte restò accoccolata vicino alla cesta di Menuchim nell’angolo, vicino al focolare; buia era la stanza e buio il suo cuore. Non osava più invocare Dio, le sembrava troppo alto, troppo grande, troppo lontano, infinito dietro cieli infiniti: una scala fatta di milioni di preghiere avrebbe dovuto avere, per arrivare a un lembo di Dio.
(J. Roth, Giobbe)

Deborah è la madre del piccolo Menuchim, suo quarto figlio, nato malato di una strana infermità. Non cresce bene, Menuchim, il corpo grigio e le membra vizze, smorto e ritardato. Il coraggio di Deborah la spinge alla porta del rabbino, che vive altrove, affrontando le fatiche del viaggio. Giunta nel villaggio del rabbi, passa la notte in casa di parenti. Deborah è afflitta, ma non cede. Sente Dio distante, “troppo alto, troppo grande, troppo lontano”, come in fondo a “una scala fatta di milioni di preghiere”. Il Suo lembo è irraggiungibile. Ma la madre battagliera cerca la mediazione del rabbi, più accessibile dell’Altissimo. Il mattino, eccola a farsi largo tra la folla dei sofferenti per raggiungere l’uomo in cui confida.

Voleva farsi largo nella ressa davanti alla porta del rabbi. Con alte grida si gettò sulla folla in attesa, con terribili pugni spingeva da parte i deboli, nessuno poté trattenerla. Chiunque, colpito e scacciato dalla sua mano, si girasse verso di lei per respingerla, restava accecato dalla pena cocente che c’era sul suo viso, sulla bocca rossa spalancata da cui sembrava uscire un alito infocato, dalla luce cristallina delle grosse lacrime colanti, dalle guance che avvampavano, dalle grosse vene azzurre nel collo proteso ove gli urli si concentravano prima di erompere. Come una fiaccola ondeggiante nel vento avanzava Deborah. Con un solo grido stridulo, dietro cui piombò l’orrenda quiete di tutto un mondo morto, Deborah cadde ai piedi della porta, finalmente raggiunta, del rabbi.

Vien da pensare alla determinazione della donna emorroissa (Mc 5,25-34), alla sua fiducia nella potenza di un gesto, lo sfiorare il lembo del mantello del rabbino Gesù. E, per contrasto, affiora l’immagine dell’incontro con lui della samaritana.

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Stanco del lungo cammino dalla Giudea alla Galilea, Gesù si ferma al pozzo presso il villaggio di Sicar. A mezzogiorno il sole picchia, il caldo scoraggia la fatica di attinger secchi d’acqua, il pozzo è deserto. Arriva la donna. Vien da pensare che scelga a bella posta l’ora in cui al pozzo non c’è nessuno: che il suo passato chiacchierato (“Hai avuto cinque mariti, e quello che hai ora non è tuo marito”) le abbia fatto deserto attorno. Ma in quella solitudine si accende la scintilla di un incontro.

La pagina di Giovanni non racconta della faticosa ricerca della parola del rabbi, la mostruosa quantità di energia necessaria per farsi largo tra gli ostacoli. Al contrario. C’è un rabbino impegnato ad aiutare una donna a disseppellire la sua sete, a lasciarla cantare dal profondo, a metter mano alle sue proprie sorgenti. Il rabbino non cercato, incontrato casualmente, la accompagna a riscoprire la vitalità che aveva smarrito nella polvere. E che pure fremeva laggiù in fondo.

Il grande annuncio cristiano racconta che il Signore della vita ha accartocciato le distanze, ha superato il grande abisso, si rende presente alla sete di chi non lo cerca ed è impegnato a liberarne le sorgenti profonde. Noi siamo anzitutto dei cercati. Quando lo scopriamo, diventiamo cercatori.

La preghiera conosce stagioni differenti. C’è il tempo in cui ci sorprende l’inattesa vicinanza del Messia, e il suo sguardo è sufficiente ad accompagnarci a liberare le nascoste sorgenti del cuore. E c’è il tempo in cui ci schiaccia la distanza, il milione di gradini che ci rende inaccessibile il Mistero.

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Lo Spirito del Signore rinnova in noi la consapevolezza che Dio ci è più intimo di quanto non lo siamo noi stessi. È vero, c’è una scala da affrontare, ma non verso l’alto, perché scende nel profondo, verso le sorgenti d’acqua viva che già mi sono date e che fremono per sgorgare.

Perché, scrive Etty Hillesum, “dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più spesso essa è coperta da pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo”.

A scender la lunga scala verso il cuore e la sorgente, il Signore ci accompagni.

Don Paolo Alliata

Don Paolo Alliata. Nato a Milano nel 1971, dopo la laurea in Lettere classiche all’Università degli Studi di Milano, viene ordinato sacerdote nel 2000 dal card. Carlo Maria Martini. Attualmente è vicario della comunità pastorale Paolo VI per la parrocchia di Santa Maria Incoronata a Milano. Autore di testi teatrali sull’Antico e sul Nuovo Testamento, è responsabile dell’Ufficio per l’Apostolato Biblico della Diocesi di Milano. Fra le sue pubblicazioni, Dove Dio respira di nascosto. Tra le pagine dei grandi classici (Milano, Ponte alle Grazie, 2018) e C’era come un fuoco ardente. La forza dei sentimenti tra Vangelo e letteratura (Milano, Ponte alle Grazie, 2019). Da due anni le sue omelie sono raccolte su un canale YouTube.

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