Attanasio, Iacovacci, Milambo. Sintesi di un mondo normale e straordinario

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«Tutto il percorso è solcato da domande: sulle cause della morte, su ciò che si sarebbe potuto fare, su cosa vive una persona nel momento precedente alla morte». Scrive così papa Francesco al n. 255 dell’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia. Esperienza umana eppure disumana insieme, ineluttabile eppure negata, dolorosamente eppure realisticamente moltiplicata nel nostro quotidiano dai lunghi mesi della pandemia e dalle esplosioni della cronaca.


Negli ultimi giorni, di morte ci ha parlato l’assassinio dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere della scorta Vittorio Iacovacci e dell’autista congolese Mustapha Milambo. Persone diverse, vite diverse, i cui fili si sono inestricabilmente annodati e – soltanto in parte – spezzati il 22 febbraio lungo una strada del Nord Kivu, a 15 km da Goma, nella Repubblica Democratica del Congo.

Un’eccezione, il clamore nazionale suscitato dall’assassinio di nostri connazionali, alla regola del silenzio – per non dire dell’indifferenza – per i massacri che quasi quotidianamente scuotono il Paese. Tante, troppe, le cause. «Le risorse della terra vengono depredate a causa di modi di intendere l’economia e l’attività commerciale e produttiva troppo legati al risultato immediato», scrive il Santo Padre nella lettera enciclica Laudato si’ (n. 32). La Repubblica Democratica del Congo è un emblema dell’Africa subsahariana: contraddittoriamente spezzata fra i pochi ricchi e la grande massa dei poveri, fra l’abbondanza di risorse naturali e l’impossibilità di goderne, fra le speranze e la corruzione locali e gli interessi degli Stati esteri, fra i vecchi mali – l’ebola – e quelli nuovi – la pandemia di Covid-19. «Molte forme di intenso sfruttamento e degrado dell’ambiente possono esaurire non solo i mezzi di sussistenza locali, ma anche le risorse sociali che hanno consentito un modo di vivere che per lungo tempo ha sostenuto un’identità culturale e un senso dell’esistenza e del vivere insieme» (n. 145).

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Missione
Un Paese ferito, del quale prenderci cura. «Questo implica educazione, accesso all’assistenza sanitaria, e specialmente lavoro, perché nel lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita», osserva papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium (n. 192). «Una promozione integrale dei poveri che superi il mero assistenzialismo» (n. 204). È questa la terra della particolare missione di Attanasio, Iacovacci e Milambo. Ognuno la propria, eppure connesse, a tratti vissute con profondo senso di fede. La cooperazione internazionale e la diplomazia, la vocazione alla protezione degli altri, il lavoro quotidiano nel quale mettere tutti sé stessi. «Essere discepolo significa avere la disposizione permanente di portare agli altri l’amore di Gesù e questo avviene spontaneamente in qualsiasi luogo, nella via, nella piazza, al lavoro, in una strada» (n. 127).

La strada
La strada, quella strada. Che qualche volta uccide, ma lungo la quale siamo tutti, indistintamente, chiamati a dare una testimonianza: è la risposta, non la chiamata, che ci compete. «Oggi, e sempre di più, ci sono persone ferite. L’inclusione o l’esclusione di chi soffre lungo la strada definisce tutti i progetti economici, politici, sociali e religiosi. Ogni giorno ci troviamo davanti alla scelta di essere buoni samaritani oppure viandanti indifferenti che passano a distanza», avverte papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti (n. 69). Di fronte alle tante retoriche delle più diverse ideologie, «è inaccettabile che i cristiani condividano questa mentalità e questi atteggiamenti, facendo a volte prevalere certe preferenze politiche piuttosto che profonde convinzioni della propria fede» (n. 39).

Testimonianze
Storia di tanti laici impegnati, senza clamore o indebite pretese di clericalismo, nel cammino della propria passione. Che quando è messa al servizio degli altri si fa amore, vocazione e missione. «La storia del buon samaritano si ripete: risulta sempre più evidente che l’incuranza sociale e politica fa di molti luoghi del mondo delle strade desolate, dove le dispute interne e internazionali e i saccheggi di opportunità lasciano tanti emarginati a terra sul bordo della strada» (n. 71).

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Famiglia
Di nuovo la strada, di nuovo un cammino, anche familiare. Che si tratti di coppie pronte ad accogliere la nuova «coraggiosa scommessa su un amore forte, solido, duraturo, capace di far fronte a tutto ciò che si presenti sulla loro strada», come scrive papa Francesco nell’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia (n. 200) e come si apprestava a vivere Vittorio Iacovacci; oppure di matrimoni misti, come quello vissuto da Luca Attanasio e dalla moglie Zakia Seddiki, «luoghi privilegiati di dialogo interreligioso» (n. 248), di possibili ricchezze ma anche di «sfide peculiari» e «speciali difficoltà» (ibid.).

Storie disarmanti nella loro normale straordinarietà, che spesso sfuggono alla cronaca assuefatta al frastuono, fino a quando anche il silenzio fa rumore, ma è ormai quasi troppo tardi. «Che altri continuino a pensare alla politica o all’economia per i loro giochi di potere. Alimentiamo ciò che è buono e mettiamoci al servizio del bene» (Fratelli tutti, n. 77). Prima che sia tardi, prima che la strada giunga al termine senza averci condotto alla vera destinazione.

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