Un monaco è morto di Aids e il futuro di un peccatore

Un monaco è morto di Aids e il futuro di un peccatore

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«Una volta ho sentito un detto bello: non c’è santo senza passato e non c’è peccatore senza futuro». Così papa Francesco ai fedeli nel corso dell’udienza generale di ieri. Chissà se il Pontefice conosce la storia di Paolo, tossicodipendente, sieropositivo e monaco.

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«Tutti siamo peccatori – ha proseguito il Pontefice nella consueta udienza del mercoledì – tutti abbiamo peccati», ma «Gesù non guarda al passato, alla convenzione sociale, ma apre loro un futuro nuovo. Basta rispondere all’invito con cuore umile e sincero». Sembra il ritratto di Paolo Caccone, tossicodipendente, sieropositivo e monaco.

Era il 1992 quando i giornali, inseguendo lo scoop, titolavano: “Un monaco è morto di Aids”. E di Aids Paolo era morto davvero. Una parte della storia della sua vita è stata quella dei molti giovani sedotti da sogni di false libertà che presto si rivelano incubi. Paolo nasce nel 1948 nella Modena operaia, lontano dalla Chiesa e immersa nella politica più agguerrita. Così è anche la vita di Paolo: nel 1968 ha vent’anni, è membro della Fgci e di un gruppo filo-maoista, vive in una comune e studia biologia all’università. Il fascino esotico del Buddismo lo conduce in India e in Pakistan, ma al posto di un guru in quei Paesi trova la droga, che invece della saggezza gli dona due anni di carcere, a Roma, per spaccio.

Di viaggio in viaggio – viaggi che sembrano fughe, forse anche da sé stesso, prima in Francia, poi in Inghilterra – Paolo rompe con la famiglia d’origine. Ha smesso di spacciare, ma la sua vita di tossicodipendente spiantato va alla deriva fra i debiti e i pestaggi degli spacciatori, ai quali non è in grado di pagare la dose. Torna a Modena, ma la sua nuova casa è l’ospedale, dopo che invece di una colica renale gli viene diagnosticata l’Aids. È il gennaio del 1986. L’Aids è probabilmente il regalo di una siringa usata.

È fra le corsie che in Paolo inizia a maturare la conversione. «Ho sentito stamane dei medici parlare fra loro così: “Quello che vogliamo è la qualità della vita, lo stare bene, l’essere efficienti – intendevano dire – non la sua durata”. Secondo me questo discorso è pericoloso, e può portare diritto alla scelta dell’eutanasia. E poi, al livello più profondo della verità e del mistero, la vita capace di scelte definitive e dell’accoglienza di valori supremi può coesistere con la dissoluzione del corpo. Come si è verificato con il mio amico Domenico che, ormai ridotto ad una larva, ha potuto confessarsi benissimo».

A Paolo restano sei anni, prima che l’Aids se lo porti via. Un giorno nell’ascensore dell’ospedale di Bazzano, quando ormai nessuno lo vuole ed è alla fame, come scriverà egli stesso, incontra due monaci della Piccola famiglia dell’Annunziata di Monteveglio. A loro apre le miserie della propria esistenza, anche di ateo. «Volevo pregare, ma chi potevo pregare? Io non credevo in nessuno, a chi potevo raccontare la mia pena? A chi potevo confidare la mia disperazione?», scriverà Paolo. «Venga a trovarci», si sente rispondere allora. Paolo va, si converte – «attraverso il silenzio e l’ascolto», scriverà – si confessa e nell’autunno del 1989 entra nella comunità monastica di don Umberto Neri e don Giuseppe Dossetti, sacerdoti controversi, ieri come oggi. Nella comunità di Monteveglio Paolo vive tre anni da novizio, per morire monaco in articulo mortis, in punto di morte.

La conversione di Paolo è chiamata di amore. «Dio è svisceratamente innamorato della sua creatura – scriverà a Dossetti in una lettera del 1990 – e il suo grande diletto consiste nell’ascoltarla, e per questo la tiene nella sua grande mano (Gesù) e la nostra intima gioia consiste nel sentirci stretti con forza a lui, vicino, vicino, vicino». «Ho capito che Gesù è Dio perché soltanto se Gesù è Dio si spiega la vostra vita – dirà ai monaci della sua comunità – siete umili, poveri e tremendamente felici. Siete ricchi del più grande amore col quale mi avete accolto».

Consapevole dei propri limiti e di quelli dell’umanità della Chiesa, poco prima di morire, Paolo confida: «Nella Chiesa c’è tanto peccato. Prima io lo vedevo da lontano, ora lo vedo da vicino. Però nella Chiesa Dio c’è, la Chiesa è la culla di Dio e io voglio stare in questa Chiesa».

Quella di Paolo fu la storia di un «viandante affaticato», come lo definì Dossetti nella sua Messa di esequie, «che ha percorso tutte le strade del mondo nella sua inquietudine, nella sua ricerca, nella sua ribellione talvolta». «Innanzi a Gesù nessun peccatore va escluso – nessun peccatore va escluso!» è l’urgenza di papa Francesco, più volte ripetuta in quest’ano giubilare. È l’urgenza dei nostri giorni, perché non venga dispersa alcuna di queste storie di vita, di queste di storie di Vangelo e di Giubileo.

Nell’immagine: Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Conversione di san Paolo, 1600-1601, Roma, basilica di Santa Maria del Popolo.

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Un monaco è morto di Aids e il futuro di un peccatore
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Non c'è santo senza passato e non c'è peccatore senza futuro. Chissà se papa Francesco conosce la storia di Paolo, tossicodipendente, sieropositivo e monaco.
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