Spettatori plaudenti di giochi gladiatori? Nella guerra fra Russia e Ucraina la via militare non è l’unica strada. Intervista al generale Marco Bertolini

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Può sembrare un paradosso, ma nella guerra fra Russia e Ucraina la via militare non è l’unica strada. «Sembra ci sia la tentazione di mantenere la guerra il più possibile». Perché in Ucraina non mancano fortissimi interessi internazionali. «Con l’elevazione dei toni, siamo “spettatori plaudenti” di questi “giochi gladiatori”». Vale a dire uno scontro al massacro, che si combatte anzitutto sul mercato delle armi. «In Afghanistan uno degli sforzi principali era recuperare i missili ceduti a suo tempo, perché non si era certi nelle mani di chi fossero finiti». E le armi biologiche? «La stessa accusa che veniva mossa ad Assad in Siria ora viene mossa a Putin, e questo è preoccupante». Con la Cina sullo sfondo. «Il saldamento fra due superpotenze complementari potrebbe portare alla nascita di un’entità temibile, sia economica che militare, con la quale fare i conti in futuro». Intervista al generale Marco Bertolini.


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Gen. Marco Bertolini

«Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri». Lo ha detto Antonio Gramsci e lo ha citato un 26enne Giulio Regeni. Abitiamo un incerto crepuscolo, soffriamo il parto di nuovi mostri. Mostri nella società, nell’ideologia, nel pensiero unico, nella politica e nell’economia. Come sorprendersi dei tanti mostri della guerra? L’Ucraina e il resto del mondo stanno oggi vivendo una guerra di aggressione dalle responsabilità chiare, la Russia del presidente Vladimir Putin, ma dalle colpe ben più ampie e condivise.

Ne parlo con il generale in ausiliaria Marco Bertolini, 45 anni di esperienza sul campo, già comandante del Comando Operativo di Vertice Interforze e della Brigata Folgore, con un passato nel 9° Reggimento “Col Moschin” e al comando delle Operazioni Speciali in Libano, Somalia, Bosnia ed Erzegovina. Capo di Stato Maggiore della “Extraction Force” della Nato in Kosovo e Capo di Stato Maggiore di Isaf in Afghanistan, primo ufficiale italiano a ricoprire questo ruolo.

Generale Bertolini, ad oltre un mese dall’inizio della guerra in Ucraina, una soluzione non sembra ancora all’orizzonte e, anzi, la situazione internazionale appare sempre più deteriorata. C’è il rischio di una guerra infinita?

Sì, il rischio di una guerra infinita c’è. In un certo senso, se i due belligeranti venissero lasciati liberi di trovare una soluzione negoziale al conflitto, probabilmente questo rischio verrebbe di molto ridimensionato. Purtroppo, invece, i toni che vengono utilizzati, soprattutto dall’Estremo Occidente – e intendo quell’Occidente che è separato dal continente europeo dall’Oceano Atlantico e che, quindi, questa guerra la vede da una prospettiva diversa – non lo permettono. Questo innalzamento di toni trova seguito con troppa faciloneria anche in Europa, e questo non può fare altro che togliere spazio alla possibilità di arrivare ad un accordo.

Mi spiego. Se io dico, con Johnson, che Putin e i suoi sottoposti dovranno essere processati al Tribunale dell’Aja, e se l’accusa di crimini di guerra viene continuamente sbandierata da Biden, si toglie spazio a qualsiasi negoziato. E se si toglie spazio al negoziato la guerra andrà avanti fino a quando i contendenti avranno la forza di farlo. Per intenderci, se Putin pensasse che l’unica alternativa alla sua vittoria sul campo sarebbe non un negoziato, ma di trovarsi con un cappio al collo, com’è successo a Saddam, o rinchiuso in un carcere americano, com’è successo a Noriega, è chiaro che combatterà fino all’ultimo. Elevare i toni può servire soltanto a spingere la parti fino all’estremo. E questo sicuramente non è nell’interesse né delle due parti né degli europei. Vede, che le due parti in guerra si rivolgano accuse di ogni genere è comprensibile, ma che chi non è immediatamente coinvolto partecipi a questa elevazione dei toni retorica è molto sbagliato.

Sussistono responsabilità oggettive russe nella guerra in Ucraina che non possono essere ignorate. Oltre a queste responsabilità, o insieme a queste responsabilità, c’è il rischio che l’Ucraina diventi una nuova Siria, un nuovo Afghanistan, una nuova Libia o una delle tante altre terre martoriate dagli interessi internazionali?

Quando l’Afghanistan era occupato dai russi, la guerra è stata alimentata con il supporto statunitense che ha armato i mujaheddin. La guerra è proseguita fino a quando i mujaheddin hanno vinto. Ricordo, però, che con Isaf (Forza internazionale di assistenza per la sicurezza, missione Nato autorizzata dall’Onu come supporto al governo afgano nella guerra contro i Talebani e al-Qaida, ndr) uno degli sforzi principali che gli americani esercitavano era di recuperare gli stinger (missili terra-aria, ndr) ceduti a suo tempo, perché non si era certi nelle mani di chi fossero finiti, ma si sapeva essere armi temibili che davano una grande forza di ricatto ai vari warlord (signori della guerra, ndr).

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Faceva riferimento a due belligeranti. Ritiene realistico che diventino di più, che si verifichi un allargamento del conflitto? Alla Nato, ad alcuni degli Stati baltici, alla Georgia. Dove si fermerà la Russia, e dove si fermerà la Nato?

La Russia non avrebbe voluto che gli Stati baltici entrassero nella Nato. Sono ai suoi confini, facevano parte dell’Unione Sovietica, così come l’Ucraina. C’è anche un aspetto psicologico importante. È anche vero che l’ingresso degli Stati baltici nella Nato è ormai un fatto compiuto e la Russia sa bene che se facesse delle mosse sconsiderate nei confronti degli Stati baltici ci sarebbe immancabilmente un intervento Nato, a guida americana, con una escalation che renderebbe possibile qualsiasi esito. Non credo, però, sia un rischio reale. Nonostante questo, e anche se buona parte della popolazione baltica è russofona, negli Stati baltici c’è paura della Russia.

La Georgia è un caso analogo all’Ucraina. Nell’area ci sono già state frizioni: la guerra in Cecenia, l’Ossezia del Sud, la secessione dell’Abkhazia. Tutte conseguenze anche del tentativo di portare la Georgia nella Nato, va detto, cosa che la Russia non poteva e non può accettare. Non poteva accettarlo con El’cin, non può accettarlo con Putin. Risolto positivamente il problema dell’Ucraina, ritengo che anche il rischio in Georgia verrebbe ridimensionato.

Cosa spera di ottenere la Russia dalla guerra in Ucraina?

Ucraina vuol dire presenza sul Mar Nero e presenza in Europa. Se l’Ucraina entrasse nella Nato la Russia verrebbe quasi completamente schiacciata in Asia. Non credo che l’operazione in Ucraina sia finalizzata all’occupazione dell’intero Paese, altrimenti sarebbero state impiegate molte più forze e metodi ancora più violenti di quelli che si sono utilizzati. Se si ricorda i bombardamenti americani di Baghdad, anche solo visivamente, le scene notturne del cielo, si capisce la differenza. Non c’è un’azione vera e propria.

Credo che la Russia si proponga degli obiettivi limitati, non è in condizione di invadere l’Ucraina e di mantenerne il controllo. 160-180mila uomini, per un territorio così grande, sono veramente pochissima cosa, anche perché si devono confrontare con 200mila soldati ucraini, ben addestrati e ben equipaggiati. Penso che l’idea di uno “stallo” russo sia un po’ falsata, sia un wishful thinking (un pensiero illusorio, ndr) da parte occidentale. Credo, invece, che i russi si siano attestati sugli obiettivi che intendevano raggiungere per poter arrivare ad un tavolo negoziale con in mano degli elementi abbastanza importanti.

La situazione sembra invece ben diversa a Mariupol, che alcuni hanno già definito “città martire”.

Da un punto di vista strategico – dato che nessuno di noi conosce la pianificazione russa – possiamo provare a ricostruire qualcosa dagli elementi che abbiamo. Un primo elemento sono le forze che sono state impiegate: poche forze per un’invasione completa dell’Ucraina, come già dicevo, quindi esistono degli obiettivi limitati. Secondo elemento, quello che è già successo: nei primissimi giorni dell’invasione è stata occupata Černobyl’ e i russi sono arrivati alla periferia di Kiev. Si parlava di questa colonna di 60 chilometri di carri. Si era in attesa di un attacco imminente, che però non c’è stato. Dalle immagini che ancora arrivano dal centro di Kiev non si vede la predisposizione di quelle opere di fortificazione che sarebbero necessarie per difendere la città: tunnel da un palazzo all’altro, trincee anticarro, barriere di cemento armato. Come se anche Kiev non credesse al fatto di essere un possibile oggetto dell’offensiva russa, almeno per il momento. Non c’è un’operazione che voglia procedere oltre Kherson, nel Sud. C’è una flotta davanti a Odessa, ci sono bombardamenti occasionali, però il vociferato sbarco ancora non è ancora avvenuto.

Invece dove si combatte è, appunto, Mariupol. Conquistare Mariupol, quindi la striscia di territorio che va dalla Crimea al Donbass e alla Russia, rappresenta lo sforzo principale. Significa mettere in comunicazione la Crimea con la Russia, anche da un punto di vista terrestre, mettendola ancora di più al sicuro. Questo sembra l’obiettivo fondamentale. Kiev ha importanza soltanto dal punto di vista simbolico. Come a Odessa, anche a Kiev si svolge solo uno sforzo sussidiario, rispetto a quello principale a Mariupol. Sussidiario significa senza finalità di conquistare Kiev oppure Odessa, almeno per il momento, ma con il solo scopo di distrarre forze ucraine che altrimenti potrebbero intervenire a Mariupol e impedirne la caduta.

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Poi c’è uno sforzo aereo, che nelle aree dove si svolgono le operazioni terrestri è abbastanza limitato, e che invece colpisce ogni tanto nell’area a occidente del meridiano di Kiev, dove non ci sono operazioni terrestri in corso. Sono stati colpiti centri di addestramento, infrastrutture, aeroporti, strutture essenzialmente militari. La finalità è impedire che l’area non interessata da operazioni terrestri venga a costituire un “santuario” nel quale si possa organizzare una resistenza militare.

Destano preoccupazione, o almeno dovrebbero destare preoccupazione, la proliferazione e la circolazione indiscriminata di armi nel mondo. Per l’Ucraina si è parlato dei rischi derivanti dalle armi nucleari, poi dalle centrali nucleari – che armi non sono, ma potrebbero diventarlo. E poi, con insistenza, di armi chimiche e biologiche. Ritiene credibile la presenza di laboratori statunitensi illeciti in Ucraina, come sostiene la Russia, oppure il possibile impiego di armi chimiche da parte della Russia, come sostengono gli Stati Uniti?

Sui laboratori biologici mi rimetto a quanto leggo sui giornali. Pare che l’Oms abbia raccomandato di mettere in sicurezza i laboratori biologici presenti in Ucraina e qualcuno sostiene che questi laboratori ci sono. Per quanto riguarda la minaccia nucleare, possiamo dividerla in due tipi: la possibile fuoriuscita di materiale radioattivo, o addirittura un’esplosione, nelle centrali di Černobyl’ e Zaporižžja e l’uso di armi nucleari.

Nel primo caso, sappiamo che le masse d’aria si spostano da ovest verso est. Questo significa che eventuali radiazioni si scaricherebbero in Bielorussia, in Russia e nel Donbass. Sarebbero, quindi, eventi che colpirebbero la Russia in maniera devastante. Che ci possa essere interesse da parte russa a creare un problema del genere lo ritengo quindi impensabile.

Diverso è il caso della minaccia nucleare, menzionata anche dal portavoce di Putin come estrema ratio nel caso in cui la Russia considerasse a rischio la propria sopravvivenza. Le armi nucleari, purtroppo, non si possono “disinventare”, esistono, le hanno molti Paesi – Russia, Stati Uniti, Cina, India, Pakistan, Francia, Gran Bretagna, Israele, per dirne alcuni. Spesso ci consoliamo dicendoci che sono soltanto un deterrente. La minaccia, però, non ha senso se non si è poi purtroppo disposti ad usarle. Durante l’intera Guerra Fredda, per scongiurare l’utilizzo di queste armi, si è fatto in modo che i due principali titolari di armi nucleari – Russia e Stati Uniti – non si trovassero mai con le spalle al muro. Se a qualcuno, in Russia, oggi venisse in mente di giocarsi il tutto per tutto… Sarebbe qualcosa che non farebbe bene alla Russia, ma non farebbe bene neanche a noi.

Poi c’è il discorso delle armi chimiche. Anche queste esistono. Onestamente, non so di quali armi chimiche siano dotati i russi. Ma sul fatto che tutti gli eserciti moderni – russi, americani, certamente cinesi – dispongano di aggressivi chimici non c’è ombra di dubbio. Anche in questo caso, non credo ci sia l’interesse da parte della Russia ad utilizzarle. Più volte in Siria sono state mosse accuse ad Assad, minacciandolo di interventi occidentali per l’uso di gas ad Aleppo – era il 2013 – contro la sua popolazione. Nonostante la consegna degli arsenali alla Cape Ray, una nave americana che li ha poi inertizzati per idrolisi e dispersi nel Mediterraneo sotto il controllo di ispettori americani, Assad è stato accusato anche successivamente di averli utilizzati a Ghuta, un quartiere della stessa Damasco.

Su queste accuse si sono costruite delle speculazioni, che hanno portato al rischio di un intervento diretto da parte statunitense. È un’accusa dalla quale è molto difficile difendersi, questa è la realtà. Credo ci sia molta attenzione da parte della Russia ad evitare anche solo il sospetto di impiegare armi del genere. Però la stessa accusa che veniva mossa ad Assad ora viene mossa a Putin, e questo è preoccupante.

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Che mondo ci lascerà in eredità questa ennesima guerra? Innanzitutto, l’Ucraina: che futuro politico o territoriale prevede per l’Ucraina?

Zelens’kyj pare ormai abbia ammesso che l’Ucraina non potrà entrare nella Nato. Credo che Putin farà tutto ciò che può per evitarlo. Putin non otterrà, però, un’Ucraina smilitarizzata, non è concepibile. Probabilmente l’Ucraina verrà amputata di alcuni territori, non credo molto di più di quanto già la Russia non abbia: la Crimea, con l’aggiunta della costa settentrionale del Mar d’Azov, quindi Mariupol. Allo stato attuale, Odessa potrebbe essere una “moneta di scambio”: lasciata all’Ucraina perché anch’essa abbia un suo sbocco sul mare. Naturalmente si tratta solo di ipotesi, non conosciamo le loro pianificazioni.

E per quanto riguarda Europa e Stati Uniti? Come cambieranno?

Mi sembra che, con l’elevazione dei toni, siamo “spettatori plaudenti” di questi “giochi gladiatori”. Siamo sugli spalti e facciamo il tifo per l’uno o per l’altro, anzi tutti per l’uno. Dovremo invece affrontare dei problemi drammatici sia con la Russia che con l’Ucraina. Dovremo aiutare l’Ucraina a ricostruire quello che le è stato distrutto. Dovremo cercare di mettere una pezza ai problemi che abbiamo avuto in Europa, primo fra tutti quello del rifornimento energetico, perché non credo che qualcuno si possa illudere che nel giro di pochi mesi riusciremo ad emanciparci dalla dipendenza energetica dalla Russia. E non sarà facile riprendere il discorso con la Russia, perché di parole ne abbiamo dette troppe.

È chiaro che quando un Ministro degli esteri dice di Putin che è peggio di un animale, non credo sarà di nuovo accolto a Mosca con il tappeto rosso. Il problema, però, si ripercuote su di noi. Se non ci fosse un completo rivolgimento in Russia, cosa sulla quale apparentemente abbiamo scommesso, sarebbe un grande problema, ormai. Sembra quasi ci sia la tentazione, da parte di qualcuno in Occidente, di mantenere la guerra in essere il più possibile per ritardare il momento in cui dovremo ricominciare a parlarci.

E questo rivolgimento è nell’aria, in Russia?

Sembra ci siano contestazioni, c’è Naval’nyj, ma non so quanto seguito possano avere effettivamente. Non mi sembra che in Russia ci sia quel clima da guerra civile che a volte emerge dai commenti dei media occidentali, almeno per il momento. Se finalmente si arriverà ad un negoziato e se si arriverà alla pace, la situazione potrebbe rimanere più o meno la stessa di prima del conflitto, forse solo con un’alternanza al vertice di una leadership meno invisa di quella di Putin. Una leadership che farà comunque fatica a dimenticare il fatto che i suoi atleti paraolimpici siano stati esclusi, che ai suoi direttori d’orchestra sia stato impedito di dirigere concerti in diversi Paesi. A dimenticare il clima anti-russo e quasi razzista. Avremo bisogno di molti cerotti per riprendere un dialogo.

Non siamo ancora di fronte ad una guerra mondiale, ma gli effetti di questa guerra sono già mondiali. Anche il resto del mondo è coinvolto: l’Asia, soprattutto Cina e India, ma non solo. Il Vicino e il Medio Oriente, l’America Latina.

Intanto mi aspetto dei problemi in Siria. In Siria l’Isis non prende il sole sulle spiagge di Latakia perché sono intervenuti i russi. Se questo supporto dovesse venire meno, perché i russi stanno operando in Ucraina, potremmo prevedere nuovi problemi. Siria e Ucraina sono profondamente legate. La Russia è intervenuta in Siria in aiuto del proprio alleato, certo, ma soprattutto per mantenere il controllo delle basi di Tartus e Hmeimim, fondamentali per essere presente nel Mediterraneo.

La Cina. Non è una superpotenza militare, però è una superpotenza economica. La Russia è una normale potenza economica, che invece ha capacità di superpotenza militare. Ecco, il saldamento fra queste due superpotenze complementari potrebbe portare alla nascita di un’entità veramente temibile, sia economica che militare, con la quale fare i conti in futuro. A quel punto, chi ha voluto schiacciare la Russia in Asia e staccarla dall’Europa, che è il suo naturale interlocutore da sempre, avrà questa grande responsabilità.


La serie di approfondimenti dedicati alla guerra fra Russia e Ucraina:
qui sulle comunità ebraiche in Ucraina e i rapporti con Israele (S. DellaPergola)
qui una chiave di lettura economica e geopolitica (R. Petrella)
qui un’analisi della guerra ibrida e della comunicazione (M. Lombardi)

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