Come invece potevano apparire. Quei Pontefici che non furono cappellani

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Il Papa come “cappellano dell’Occidente”? Un ruolo già rifiutato da Pio XII e da suoi successori. Troppo spesso «in mezzo a due popoli» a cui si vuole bene.


«Sono in mezzo a due popoli a cui voglio bene». Si potrebbero riassumere così, con le parole di papa Francesco nella conferenza stampa sul volo di ritorno dal Bahrein, gli ultimi mesi della guerra russo-ucraina vista dal Santo Padre.

Spiegazione anche di una voce che viene da lontano e di cui si parla da tempo, recentemente ripresa in un’intervista al segretario di Stato card. Parolin per Limes, rivista italiana di geopolitica. «Il cliché di “cappellano dell’Occidente” non si addice al pastore della Chiesa universale, nonostante i tentativi di accaparrarselo dall’una e dall’altra parte», spiega il card. Parolin nella conversazione a cura di Guglielmo Gallone e Lucio Caracciolo. «Papa Francesco, che i cardinali nove anni fa hanno chiamato sul Soglio di Pietro andandolo a prendere “quasi alla fine del mondo”, appare ancor meno omologabile al cliché».

Una posizione, quella del Papa, che ha indisposto più di un capo di Stato, per non parlare di molti commentatori. «Ritengo pertanto ingenerose e anche un po’ grossolane certe critiche, legate forse, per tornare a quanto si diceva prima, alla constatazione che il Papa non fa il “cappellano dell’Occidente”», chiarisce ancora Parolin.

In effetti, l’agire di papa Francesco è difficilmente comprensibile secondo una chiave di interpretazione eminentemente politica, ma lo diviene se si concede spazio ad una geopolitica della fratellanza. A Mosca Bergoglio non è considerato un alleato, ma neppure un “cappellano dell’Occidente” a guida nordatlantica, sul modello del patriarca Kirill per la parte opposta. E lo stesso, all’inverso, si potrebbe dire per gli Stati Uniti. Francesco sa bene che la Russia è un interlocutore inevitabile e prezioso non solo sullo scacchiere geopolitico, ma anche per scongiurare una guerra fredda tra mondo cattolico e ortodosso e all’interno di quest’ultimo.

Riandando indietro con la memoria, nell’intervista a Limes Parolin rievoca, con precisione, due fra i molti esempi possibili di mancati “cappellani”: «la posizione espressa da Pio XII sulla guerra in Corea, nel 1950, e il suo rifiuto di farsi in qualche modo “arruolare” dal presidente degli Stati Uniti Harry Truman» e «la mano tesa all’islam da san Giovanni Paolo II, che ricusò, con tutte le forze che ancora gli rimanevano, l’idea dello “scontro di civiltà” dopo gli attentati dell’11 settembre 2001».

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Il Papa di Hitler e il cappellano del dollaro

Che, per meriti e cronologia, una certa paternità di questo smarcamento in chiave vaticana sia da attribuire a Pio XII è confermato, oltre che dal card. Parolin, anche dalla storia. La rappresentazione di Pio XII come indifferente di fronte alla sorte delle vittime del nazismo – a cominciare dagli ebrei – è stata sostenuta innumerevoli volte negli ultimi decenni, e altrettante volte confutata.

Basti dire che l’espressione – infondata e oltraggiosa – riferita a Pio XII come “Papa di Hitler” trova posto nei titoli di due libri dalle tesi contrapposte: Il Papa di Hitler. La storia segreta di Pio XII del giornalista e scrittore britannico John Cornwell, su posizioni decisamente critiche, e La leggenda nera del Papa di Hitler (ancora più significativo nel suo titolo originale: Il mito del Papa di Hitler. Come papa Pio XII salvò gli ebrei dai nazisti) del rabbino e storico statunitense David Gil Dalin, che difende l’operato dell’allora Pontefice dalle accuse di filonazismo e di silenzio sulla Shoah.

Ma non è tutto. Perché Pio XII non fu accusato soltanto di essere il “cappellano” del Führer, ma di esserlo anche dell’Occidente (e del dollaro). Frutto di una retorica che dipingeva il Pontefice come succube degli Stati Uniti, sostenuta dall’Unione Sovietica e da numerosi militanti comunisti nei Paesi europei, e non solo, durante la Guerra fredda.

Le due “leggende nere”, a ben vedere, sono collegate. È opinione, questa, espressa non molti anni fa anche da Paolo Mieli, storico e allora direttore del Corriere della Sera, in un’intervista realizzata da Maurizio Fontana per L’Osservatore Romano. «L’immagine di Pio XII come il cappellano della grande offensiva anticomunista nella guerra fredda è fuorviante. Anche se, naturalmente, era anticomunista. E di questo anticomunismo gli è stato presentato un conto salatissimo che ne ha deformato l’immagine attraverso rappresentazioni teatrali, pubblicazioni e film. Ma chiunque abbia un atteggiamento non pregiudiziale e provi a conoscere Pacelli attraverso i documenti, non può che rimanere stupito di questa leggenda nera che non ha alcun senso. Pio XII è stato un grande Papa, all’altezza della situazione».

Il “cappellano” Pio XII e la Nato

Se gli attacchi a Pio XII provennero – almeno in maggioranza – dal cosiddetto Blocco orientale, anche la sua presunta “parrocchia” occidentale non fu meglio disposta nei suoi confronti. A cominciare dalla Nato. «Da un punto di vista geopolitico, in un mondo diviso in blocchi la Chiesa è sembrata schierarsi al fianco dell’Occidente, e la propaganda comunista ha spesso dipinto il Papa come il “cappellano dell’Occidente”», scrive Philippe Levillain, storico del cattolicesimo, nella sua Enciclopedia del Papato.

«Pio XII era consapevole di questo e, nonostante il suo impegno contro il comunismo, non voleva confondere la causa della Chiesa con la politica occidentale. La sua perplessità rispetto all’adesione dell’Italia alla Nato, sebbene il Vaticano avesse favorito l’Alleanza in linea generale, dimostrava la sua paura che un passo come quello da parte dell’Italia potesse coinvolgere la Santa Sede. Non c’è dubbio che fosse difficile per la Chiesa cavarsela in un sistema così fortemente bipolare». Evidentissimo anche oggi.

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Paolo VI, mancato cappellano di un Occidente di ricchi e potenti

Non andò meglio a Paolo VI. L’enciclica Populorum progressio fu – ed è ancora – un documento dalla portata rivoluzionaria, capace di affrontare i problemi sociali che feriscono i popoli del mondo da una prospettiva non ideologica. Anche per questo, perciò, un documento doppiamente pericoloso per l’establishment mondiale. Che infatti non lesinò le critiche a Montini, con la pretesa di inquadrarlo nel ruolo di “cappellano dell’Occidente”, come ebbe a sottolineare il card. Paul Poupard, collaboratore di Giovanni Paolo II e recentemente ricordato come memoria vivente del Concilio Vaticano II.

Del rapporto della Chiesa – e di Paolo VI – con il cosiddetto Occidente si trova traccia in un’intervista di una ventina di anni fa realizzata al card. Poupard da Giovanni Cubeddu per 30Giorni. «Facciamo fatica, e il Papa in prima persona, a mostrare che la Chiesa non è occidentale, non si identifica con il mondo occidentale», spiega Poupard. «E in parte ciò significa che la Chiesa non è riuscita a convertire i fedeli nei Paesi occidentali, restii nel soccorrere i Paesi poveri. […] C’è stata nei cristiani la perdita del senso del bene comune, secondo i termini della dottrina sociale della Chiesa».

Ma Paolo VI rimase un “cappellano” impossibile, per giunta di un Occidente (e di una parte di Oriente) che poté ben riconoscersi in quel rischio – manifestato nell’enciclica – «di accrescere ulteriormente la ricchezza dei ricchi e la potenza dei forti, ribadendo la miseria dei poveri e rendendo più pesante la servitù degli oppressi», nella linea sul ruolo della Chiesa già espressa della costituzione pastorale Gaudium et spes.

Giovanni Paolo II e Benedetto XVI contrari allo scontro di civiltà

Negli ultimi vent’anni, e in particolare dal 2001, la questione si è nuovamente posta nei termini dei rapporti con l’islam. Il rifiuto di Giovanni Paolo II, ormai negli ultimi anni del suo lungo pontificato, di farsi inquadrare come “cappellano” dall’esercito di sostenitori della soluzione armata dopo gli attacchi dell’11 settembre è già stato ricordato dal card. Parolin. In anni più recenti è invece Benedetto XVI a sottrarsi al ruolo di “cappellano dell’Occidente”.

Nel 2006 il viaggio apostolico in Germania ne fu una chiara dimostrazione. Passato alla storia per le polemiche con una parte del mondo islamico dopo Ratisbona, il cuore del messaggio di Benedetto XVI fu piuttosto l’indipendenza della Chiesa dal potere mondano: la critica alla guerra che si dice “santa”, qualunque ne sia la parte, per il Papa non fu soltanto una presa di distanze dalle letture violente propugnate da una parte dell’islam, ma al contempo un sottrarsi alle posizioni neocon, interventiste e occidentaliste ai limiti dello sciovinismo. Con l’Europa tacitamente indicata come antidoto al jihad e al tempo stesso alle derive fondamentaliste proprie anche dell’Occidente. Un ruolo finora mancato.

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Benedetto XVI e Cina

Con uno sguardo ancora più ad Oriente, in anni recenti Benedetto XVI ha più volte ribadito la necessità di superare il legame asfissiante fra politica e Chiesa cattolica, che nei secoli ha contribuito a costruire attorno al pontefice la nomea di “cappellano dell’Occidente”. Perché non c’è mai stata soltanto la Russia di là dalla nuova, vecchia cortina di ferro. «La Chiesa, in ragione del suo ufficio e della sua competenza, non si identifica in nessun modo con la comunità politica e non è legata a nessun sistema politico», scrive nel 2007 Benedetto XVI alla Chiesa cattolica in Cina, citando il Concilio Vaticano II.

Una posizione che ha forse contributo, due anni fa, all’incontro tra il segretario per i Rapporti con gli Stati, mons. Paul Richard Gallagher, e il ministro degli Affari esteri cinese, Wang Yi. Sotto lo sguardo dell’accordo «provvisorio» sui vescovi. E del rinnovato Blocco occidentale.

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