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La Chiesa in politica: spendersi o lasciarsi spendere?

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La sensazione, è che, indipendentemente da una vittoria repubblicana o democratica negli Stati Uniti, la Chiesa cattolica ne uscirà ferita. Ribadire identità e ragioni dei propri rapporti con la politica potrebbe metterla al riparo da un virus asfissiante, contro il quale vaccinarsi al più presto.

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Nel Montenegro alla prova elettorale, dopo trent’anni di dominio socialista, il leader Milo Djukanovic accusa la Chiesa ortodossa serba di fare il gioco di Serbia e Russia, contro gli interessi nazionali. Nella Bielorussia di Lukashenko tensioni incrociate fra cattolici e ortodossi bielorussi si aggiungono a quelle che attraversano il Paese, mentre il Presidente, forte dell’ennesima (e dubbia) conferma elettorale plebiscitaria, sposta il terreno del conflitto sull’autocefalia della Chiesa ortodossa bielorussa, attualmente sottoposta al Patriarcato di Mosca.

In Italia attorno alla Certosa di Trisulti, roccaforte della retorica suprematista-sovranista di matrice statunitense, alle molte già presenti si assommano le ombre dell’arresto di Steve Bannon con l’accusa di frode e riciclaggio. Le circostanze dell’arresto di Bannon lasciano intravedere una storia interessante: il grande accusatore di papa Bergoglio, ex stratega di Donald Trump, si trovava a bordo di uno yacht di proprietà del dissidente e miliardario cinese Guo Wengui. Lo stesso che, ostile all’accordo provvisorio fra Cina e Vaticano, di prossima scadenza (21 settembre), ha recentemente accusato la Santa Sede di prendere tangenti da Pechino: due miliardi di dollari in cambio del silenzio sulla repressione della libertà religiosa da parte del Partito comunista in Cina. Presunte rivelazioni in seguito rilanciate negli Usa dal partito repubblicano.

Proprio gli Stati Uniti sono oggi il contesto nel quale il legame fra cristianesimo e politica è più evidente. Mentre il voto del 3 novembre si avvicina, cattolici e altri cristiani sono al centro delle attenzioni di Repubblicani e Democratici. Reciproche accuse di “eresia”, impietose strumentalizzazioni e la ribalta mediatica delle convention ripropongono la situazione unica e contraddittoria di un Paese che si dice “religioso” (il 53% degli statunitensi ritiene la religione “molto importante” nella propria vita, in Italia il 21%) e al tempo stesso sempre più secolarizzato.

«I vescovi cattolici, i sacerdoti, i membri degli ordini religiosi e le istituzioni cattoliche (incluse le riviste) non devono sostenere o fare campagne per alcun partito o candidato durante una campagna elettorale», ha ammonito in un recente tweet padre James Martin s.j., intervenuto lui stesso solo pochi giorni fa alla convention del partito democratico. Il riferimento a suor Deirdre “Dede” Byrne e forse al card. Timothy Dolan, ospiti entrambi alla convention repubblicana, è evidente, sebbene non esplicito. Realisticamente, secondo padre Martin «nessun candidato o partito abbraccia completamente l’insieme dell’insegnamento della Chiesa su tutte le questioni», e pertanto «non esiste un partito cattolico». Tanto più che «ci sono molte questioni importanti da considerare» e «i cattolici non sono “elettori su una singola questione”».

Una “singola questione” che potrebbe essere l’aborto, il tema che negli Usa sta catalizzando discussioni, scontri e ipotesi di voto. Forse inevitabilmente perché, ben lungi da uno spirito di verità, è facile preda della propaganda di opposte fazioni. Sul tema è intervenuto anche mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita. «La Chiesa è molto chiara in proposito. È una risposta del Catechismo. È un grave errore promuovere una legislazione sull’aborto e l’eutanasia», ha spiegato pochi giorni fa mons. Paglia, durante un incontro organizzato dal CELAM, il Consiglio episcopale latinoamericano.

«Non ci sono dubbi», ha chiarito mons. Paglia: i politici cattolici «devono smettere di promuovere leggi contro la vita». L’Arcivescovo ha affermato che i leader politici dovrebbero cercare di migliorare la «legislazione cattiva e peccaminosa» e ha aggiunto che «i politici, sia cristiani che non, devono sentire l’importanza di sostenere e aiutare la vita di tutti, e in particolare dei più fragili». Uno dei destinatari più calzanti del messaggio potrebbe facilmente essere trovato in Joe Biden, ma la verità è che anche dalle parti di Donald Trump l’aria non è migliore.

“Non chiederti cosa il tuo Paese può fare per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo Paese”. Una delle massime più celebri di John F. Kennedy, primo presidente cattolico della storia degli Stati Uniti. Un punto di vista che si potrebbe applicare anche all’attuale contesto politico: invece di chiederci quanto peserà il voto dei cattolici sull’esito delle elezioni, potremmo chiederci quanto stanno pesando queste elezioni – e in generale la politica – sul cattolicesimo.

La sensazione, infatti, è che, indipendentemente da chi vincerà in novembre, la Chiesa cattolica potrebbe uscirne ferita. Con il progressivo calo del numero dei credenti anche Oltreoceano, e dunque del loro ruolo di testimonianza quotidiana nella società, inevitabilmente la crescente visibilità pubblica del cattolicesimo costituisce ormai una delle occasioni per affacciarsi a questa realtà di fede e di umanità.

Ma come si presenta il volto pubblico del cattolicesimo? Qualche volta confuso. Il maldestro tentativo della politica di guadagnarsi il favore degli elettori cattolici, infatti, sta facendo leva – rafforzandoli – sui più scontati stereotipi del cristianesimo, e del cattolicesimo in particolare. Con il risultato di suscitare convinzioni contraddittorie, non prive di opposte connotazioni ideologiche, che fanno titolare contemporaneamente “La mossa del Vaticano: così la Chiesa soccorre Joe Biden” e “La capitolazione della Chiesa Usa. Le gerarchie cattoliche americane tifano Trump”. Di contro, la religione cattolica, tradizionalmente percepita come estranea negli Stati Uniti, appare sempre più integrata nella società americana, sebbene al prezzo, forse, di una crescente omologazione.

Smettere di attendersi qualcosa dalla politica e iniziare a pensare a quale ruolo la comunità cattolica, nel suo complesso, potrebbe avere nella politica sarebbe un primo e fondamentale passo nel cammino di emancipazione. Per uscire, anzitutto, dalla dimensione di “bacino elettorale” il cui consenso è da intercettare abilmente per qualche tempo e al quale, eventualmente, concedere qualcosa a tempo debito. Una situazione che sarebbe facile applicare anche allo scenario italiano. Nulla di nuovo, si potrebbe amaramente obiettare, rispetto a quanto avviene con altri gruppi sociali-elettorali. Ma la comunità cristiana è ben più di questo, e il tempo è maturo perché pensi nuovamente sé stessa come quel lievito che è in grado di cambiare nel profondo la sostanza delle società.

In che modo il serrato corteggiamento che caratterizza ogni tornata elettorale, non solo negli Stati Uniti, contribuisce alla missione prima della Chiesa, cioè dell’intera comunità cristiana: l’evangelizzazione? Quanto la rinnovata visibilità pubblica e politica conquista anime a Cristo? Una domanda che può forse apparire desueta – e anche questo vorrebbe dire qualcosa – ma che non lo è affatto, perché interroga la natura più vera e immutabile del Popolo di Dio.

In ultima analisi, con quale atteggiamento la Chiesa – i cattolici – si affacciano alla politica? Con quello degli assediati – realisticamente, da non rigettare in toto – oppure con quello di una Chiesa in uscita, verrebbe quasi da dire per una sortita, un processo tutt’altro che avviato a pieno regime? Per proporre la propria fede oppure per difenderla? E per difenderne quali aspetti? Quelli più eminentemente spirituali oppure quelli materiali, di per sé non negativi, ma con il rischio che questi divengano interessi di parte? Oppure, ancora, per sostenere invece una linea ideologica, talvolta più personale che comunitaria, come hanno dimostrato le recenti convention? L’onesta definizione della propria identità e delle ragioni del proprio spendersi – o lasciarsi spendere – in politica potrebbe mettere la Chiesa al riparo dal rischio di rimanere invischiata nelle paludi della retorica generica e buonista – soprattutto ipocrita – fra le quali vorrebbe confinarla quella religiosità cosiddetta “privata”. Un virus asfissiante, contro il quale vaccinarsi al più presto.

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