Giovanni Battista Erode

La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 30 agosto 2020

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Domenica 30 agosto 2020. I Domenica dopo il martirio di san Giovanni il Precursore, Anno A. Commento al Vangelo di rito ambrosiano, di don Paolo Alliata.

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In quel tempo. Il tetrarca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elia», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti». Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo. Al loro ritorno, gli apostoli raccontarono a Gesù tutto quello che avevano fatto. Allora li prese con sé e si ritirò in disparte, verso una città chiamata Betsàida. Ma le folle vennero a saperlo e lo seguirono. Egli le accolse e prese a parlare loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure (Lc 9, 7-11).

Prima di intraprendere quel viaggio, aveva letto l’almanacco, e sapeva che c’erano sessantamila persone in quella città, persone che l’avrebbero visto per la prima volta. Avrebbe voluto fermarsi a stringere la mano a tutti, e dire che si chiamava Francis Marion Tarwater, e che era lì solo per un giorno, per accompagnare lo zio dall’avvocato. La sua testa si girava di scatto a guardare ogni persona che passava, e si era reso conto che i loro occhi non si piantavano nei suoi come quelli della gente di campagna. Alcuni passanti lo urtavano, e quel contatto, che avrebbe dovuto stabilire un rapporto lungo una vita, non serviva a niente, perché le sagome proseguivano dritte per la loro strada a testa china, mormorando delle scuse che Tarwater avrebbe accettato, se solo si fossero date la pena di fermarsi e aspettare […] Bisogna fare qualcosa di particolare, per costringerli a guardarti, aveva pensato. Non hanno nessuna intenzione di guardarti solo perché Dio ti ha fatto. Quando tornerò per restare, aveva detto tra sé e sé, farò qualcosa che obbligherà tutti a incollare gli occhi su di me (F. O’Connor, Non si può essere più poveri che da morti).

La nostra vita si gioca spesso nella giostra degli sguardi. Essere guardati, essere ascoltati anche con gli occhi: è uno dei nostri bisogni fondamentali, fin dall’infanzia. Crescendo, questo bisogno dovrebbe trovar riposo, non aver più la compulsività che ci agita da bambini.

Nel racconto di Flannery O’Connor, il piccolo Francis Tarwater attraversa per la prima volta una grande città. E per la prima volta sente di non esistere, come risucchiato dall’incuranza di tutti quegli occhi, attraversato da parte a parte dallo sguardo di quella massa umana indifferente. Costringerli a guardarti… Bisogna fare qualcosa di particolare… Attirare lo sguardo, per sentire di esistere per qualcuno.

Erode aveva un gran bisogno di essere al centro delle vicende politiche del suo tempo. Lo storico ebreo Giuseppe Flavio, a lui di poco posteriore, racconta delle sue stravaganze e delle astuzie che va tessendo per attirare su di sé sguardo e ammirazione, o livido terrore, quando non c’è altro modo di occupar la scena. È l’immagine dell’uomo di potere, del politico ossessionato dal riconoscimento altrui.

Ad un certo punto, colui che cerca compulsivamente lo sguardo della folla, comincia a cercar di posare lo sguardo su uno solo. Ha curiosità di vedere il rabbino di Nazaret. Dirà Luca più avanti che, nel corso del processo contro Gesù, Pilato gli manda l’arrestato, perchè viene dalle terre di Galilea (di cui Erode è tetrarca): “[Erode] se ne rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo, perché ne aveva sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo da lui” (Lc 23,8).

Ma Gesù non ha mai cercato lo sguardo di Erode, come non ha mai voluto catturare lo sguardo di nessuno. Gli occhi di Erode non cercano relazione, ma il divertimento circense di qualche trucco da baraccone. Gesù non dirà nulla e resterà immobile davanti a questo sguardo appiccicoso e vuoto di calore.

Gesù si sottrae, perché lo sguardo di Erode non cerca relazione.

E il mio sguardo è alla ricerca di quello di Gesù?

Nella ricerca di questo sguardo che rende liberi, il Signore ci accompagni.

Don Paolo Alliata

Don Paolo Alliata. Nato a Milano nel 1971, dopo la laurea in Lettere classiche all’Università degli Studi di Milano, viene ordinato sacerdote nel 2000 dal card. Carlo Maria Martini. Attualmente è vicario della comunità pastorale Paolo VI per la parrocchia di Santa Maria Incoronata a Milano. Autore di testi teatrali sull’Antico e sul Nuovo Testamento, è responsabile dell’Ufficio per l’Apostolato Biblico della Diocesi di Milano. Fra le sue pubblicazioni, Dove Dio respira di nascosto. Tra le pagine dei grandi classici (Milano, Ponte alle Grazie, 2018) e C’era come un fuoco ardente. La forza dei sentimenti tra Vangelo e letteratura (Milano, Ponte alle Grazie, 2019). Da due anni le sue omelie sono raccolte su un canale YouTube.

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