La guerra delle due suore

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Non è la guerra delle due rose, combattuta nell’Inghilterra del secondo ‘400 fra i Lancaster e gli York, ma certo i colpi non mancano. È la guerra delle due suore. Ma ha davvero un senso?

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Senza velo e con il velo. La femminista e l’ex membro dell’esercito. La democratica e la repubblicana. È un gioco fin troppo facile. Gli schieramenti sono chiari, così come il campo di battaglia. A stupire, speriamo, sono però i contendenti. Anzi, le contendenti. Che non si nominano mai, facendosi la guerra in punta di fioretto. Perché, soprattutto, rimangono donne.

Suor Simone Campbell e suor Deirdre “Dede” Byrne. Due suore che, già a vederle, più diverse non si può. La prima dirige “Network” e “Nuns on the Bus”, controverse organizzazioni di chiara tendenza femminista collegate alla “Leadership Conference of Women Religious”, già oggetto di una valutazione dottrinale da parte del Vaticano. La seconda è un chirurgo, ufficiale dell’esercito in pensione, missionaria e religiosa delle Piccole lavoratrici dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria.

Suore in politica o politica delle suore? La prima, suor Simone Campbell, lo scorso 20 agosto è stata invitata alla chiusura della convention democratica a recitare una preghiera che è rapidamente diventata un discorso politico. «Questa sera segna un importante prossimo capitolo nella nostra storia, di chi diventeremo come nazione», ha detto suor Campbell. Con uno sguardo alla campagna elettorale che ancora separa gli americani dalle prossime elezioni, previste per il 3 novembre. «O Spirito Divino! Durante le settimane e i mesi a venire, stimola i nostri cuori e le nostre menti affinché possiamo lottare per una visione». Anzitutto ambientalista, antirazzista, antibigottista e antisessista. «In nome di tutto ciò che è santo, o Spirito, fai emergere da questo tempo di caos globale e nazionale una nuova creazione, una nuova comunità che può, con il tuo aiuto, realizzare questa nuova promessa che affermiamo questa sera».

Se stupiscono i toni apertamente politici di suor Simone Cambell, non mancano di essere espliciti anche quelli di suor Dede Byrne, chiamata ad intervenire alla Convention Nazionale Repubblicana di questa settimana. Al centro del suo lungo discorso suor Dede Byrne pone i temi pro-life, già protagonisti con accenti diversi di numerosi interventi sia in campo democratico che repubblicano, confermandosi il tema caldo di questa campagna elettorale. «Devo confessare che di recente ho pregato mentre ero in cappella, implorando Dio di permettermi di essere una voce, uno strumento per la vita umana. E ora eccomi qui, a parlare alla Convention Nazionale Repubblicana. Immagino che faresti meglio a stare attento a ciò per cui preghi».

Dopo aver ricostruito il proprio percorso di vita e di vocazione – gli studi in medicina alla Georgetown University; l’arruolamento per pagarsi la retta, che si trasforma in una presenza nell’esercito di 29 anni come medico e chirurgo; i voti religiosi nel 2002 e un nuovo tipo di missione fra i poveri e gli ammalati di Haiti, Sudan, Kenya, Iraq e Washington DC – suor Byrne va dritta al punto. «Posso parlare della mia esperienza di lavoro per coloro che fuggono da Paesi dilaniati dalla guerra e impoveriti in tutto il mondo. Quei rifugiati condividono tutti un’esperienza comune. Sono stati tutti emarginati, considerati insignificanti, impotenti e senza voce. E mentre tendiamo a pensare che gli emarginati vivano oltre i nostri confini, la verità è che il più grande gruppo di emarginati al mondo può essere trovato qui negli Stati Uniti. Sono i non nati».

L’accostamento di suor Dede Byrne – la vita è vita, che sia migrante, nascente o al termine del proprio cammino terreno – è intenso e ammirevole, più volte espresso anche da papa Francesco, ma raro da udire in opposti schieramenti troppo spesso ciecamente guidati dall’ideologia. «Come cristiani, abbiamo incontrato per la prima volta Gesù come un embrione in movimento nel grembo di una madre non sposata e lo abbiamo visto nascere nove mesi dopo nella povertà della grotta. Non è un caso che Gesù abbia difeso ciò che era giusto e alla fine fu crocifisso perché ciò che diceva non era politicamente corretto o alla moda. Come seguaci di Cristo, siamo chiamati a difendere la vita contro il politicamente corretto o alla moda di oggi».

Una scelta tutt’altro che comune in politica. «Dobbiamo lottare contro un’agenda legislativa che sostiene e persino celebra la distruzione della vita nel grembo materno. Teniamo presente che le leggi che creiamo definiscono il modo in cui vediamo la nostra umanità», prosegue suor Dede Byrne. «Come medico, posso dire senza esitazione: la vita inizia al concepimento. Mentre quello che ho da dire può essere difficile da ascoltare per alcuni, lo dico perché non sono solo a favore della vita, sono a favore della vita eterna».

E poi arriva l’affondo finale. Laddove né suor Simone Campbell, né padre James Martin s.j., né tanto meno il card. Timothy Dolan si sono spinti. «Donald Trump è il presidente più pro-vita che questa nazione abbia mai avuto, difendendo la vita in tutte le fasi. La sua fede nella santità della vita trascende la politica. Il presidente Trump si schiererà contro Biden-Harris, che sono la scelta presidenziale più anti-vita mai vista, sostenendo anche gli orrori dell’aborto e dell’infanticidio late-term (l’interruzione tardiva della gravidanza, NdR). Grazie al suo coraggio e alla sua convinzione, il presidente Trump si è guadagnato il sostegno della comunità pro-vita americana. Inoltre, ha alle spalle un sostegno religioso a livello nazionale. Ci troverà qui con la nostra arma preferita, il Rosario. Grazie, signor Presidente, stiamo tutti pregando per lei».

Quando si dice un endorsement. Si tratta senza dubbio di prese di posizione lontane dalla sensibilità politica, culturale e religiosa italiana, cresciuta fra la santità di madre Teresa e il focolare di suor Germana. Ma sono anche appropriate? L’Italia – l’Europa – pur senza negare il giusto diritto di presbiteri e religiose ad un’opinione politica, si auspica coerente con il proprio credo, mai hanno digerito fino in fondo l’aperto schierarsi dei membri della Chiesa in politica, tanto meno il loro scendere in campo. Appaiono ormai lontanissimi i tempi di Giovanni Bovara Rejna, Luigi Sturzo, Romolo Murri, Salvatore D’Angelo, tutti politici con il “don” davanti. Che sia un bene oppure un male? E per inciso: alla fine, la guerra delle due rose la “vinsero” i Lancaster. Che poi si sposarono con gli York. E ne vennero fuori i Tudor. Ah, la politica.

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