Il signore dell’altissimo canto. Dante, i papi e i nostri balconi

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Dante Alighieri è tra i profili più iconici della nostra storia. Amato dai Papi anche dopo essere finito all’Indice dei libri proibiti. Il 25 marzo si celebra la sua prima giornata nazionale, #DanteDì: una lezione per questi nostri giorni.

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Tra i più celebri è Celestino V, collocato fra quegli ignavi che tanto il Cielo quanto l’inferno rifiutano di accogliere. Un giudizio severo, che in Dante è alimentato dall’ostilità verso Bonifacio VIII, responsabile del suo esilio da Firenze, alla cui elezione aveva aperto la strada proprio la rinuncia del suo “pusillanime” predecessore. Di Celestino V la storia e la Chiesa avrebbero in seguito mitigato la condanna (pensiamo alla “riabilitazione” giunta nel 2009 da Benedetto XVI, insieme al dono del pallio ricevuto in occasione della propria elezione), ma nella Commedia rimarrà per sempre «colui / che fece per viltade il gran rifiuto» (Inf. III, 59-60). Eternamente colpevole, al pari di Bonifacio VIII, che Dante non può esimersi dal collocare all’inferno, sebbene con uno stratagemma, giocando sul fraintendimento di Niccolò III, «figliuol de l’orsa, / cupido sì per avanzar li orsatti» (Inf. XIX, 70-71), che crede di riconoscere nel Sommo Poeta proprio quel Benedetto Caetani venuto ad aggiungersi ai simoniaci. In quella stessa bolgia che, come profetizza ancora Niccolò III, avrebbe accolto anche Clemente V, «pastor senza legge» (Inf. XIX, 83), più interessato alle trame del re di Francia che al bene della Chiesa.

Di pontefici al di sotto del paradiso la Commedia è piena. È il caso, ancora, di Clemente IV, ritenuto colpevole della profanazione dei resti mortali di Manfredi di Sicilia, figlio dell’imperatore Federico II, dissotterrati e poi dispersi come d’usanza nei confronti degli eretici (Purg. III, 103-145). Non meno colpevole di Giovanni XXII, accusato di scrivere e cancellare scomuniche con il solo scopo di ottenere denaro (Par. XVIII, 130-136). Non va così male, invece, a Martino IV, che si guadagna almeno il purgatorio di Dante, fra le anime dei golosi, dove «purga per digiuno / l’anguille di Bolsena e la Vernaccia», tradito in vita dalla passione per le anguille del lago di Bolsena e per la Vernaccia di San Gimignano (Purg. XXIV, 22-24). Mentre un brutto tiro è quello giocato da Dante ad Adriano V, suo malgrado fra i protagonisti del canto XIX del Purgatorio, forse soltanto a causa di uno scambio di persona con Adriano IV.

Senza una sana autocritica, la Commedia di Dante offrirebbe ai pontefici più di un motivo per guardarla con sospetto, e con lei il suo autore. E invece no. «Vorrei unirmi anch’io – scrive Francesco nel suo messaggio per il 750° anniversario della nascita di Dante, nel 2015 – al coro di quanti considerano Dante Alighieri un artista di altissimo valore universale, che ha ancora tanto da dire e da donare […] per la sua attualità e per la sua grandezza non solo artistica ma anche teologica e culturale». Tale da rendere la Commedia, secondo il Pontefice, «il paradigma di ogni autentico viaggio in cui l’umanità è chiamata a lasciare quella che Dante definisce “l’aiuola che ci fa tanto feroci” (Par. XX, 151) per giungere a una nuova condizione, segnata dall’armonia, dalla pace, dalla felicità. È questo l’orizzonte di ogni autentico umanesimo».

Per Francesco non si tratta di una novità. Nella prima enciclica del suo pontificato, quella Lumen fidei il cui lavoro di stesura sarebbe già iniziato con Benedetto XVI, proprio la Commedia è fra le opere dell’ingegno umano ricordate dal Papa, insieme all’Idiota di Dostoevskij, al Cristo morto di Holbein il Giovane e alle cattedrali gotiche. «La fede non abita nel buio, è una luce per le nostre tenebre», scrive Francesco. Per questo è «urgente recuperare il carattere di luce proprio della fede», come suggerisce l’esperienza di Dante nella Commedia, il quale «dopo aver confessato la sua fede davanti a san Pietro, la descrive come una “favilla / che si dilata in fiamma poi vivace / e come stella in cielo in me scintilla” (Par. XXIV, 145-147)».

A dirla tutta, all’Indice dei libri proibiti un’opera di Dante ci finì. Non la Commedia, però, bensì nel 1559 il De Monarchia, saggio politico già condannato come eretico nel Trecento dal cardinale (e condottiero) francese Bertrando del Poggetto. Un’opinione confermata nelle successive edizioni dell’Indice, fino alla riabilitazione giunta con Leone XIII, alla fine dell’Ottocento. Risolutiva è la passione per Dante che segna l’intera vita di Gioacchino Pecci, che da pontefice recupera, attualizzandolo, gran parte del pensiero dantesco, compresa quella separazione dei poteri – temporale e spirituale – che è fra i capisaldi delle elaborazioni del Sommo Poeta.

Grande ammirazione per Dante contraddistingue anche Pio X, ma è Benedetto XV che al poeta fiorentino dedica un’enciclica, In praeclara summorum (Nella illustre schiera), datata 30 aprile 1921, al tempo del 6° centenario della morte di Dante. Di fronte ad un’umanità prostrata dagli orrori della prima guerra mondiale, il Papa richiama il carattere educativo e morale della Commedia, che «ad altro fine non mira se non a glorificare la giustizia e la provvidenza di Dio, che governa il mondo nel tempo e nell’eternità, premia e punisce gli uomini, sia individualmente, sia nelle comunità, secondo le loro responsabilità […] validissima guida per gli uomini del nostro tempo».

Tutta da leggere – e meditare – è l’arringa di Benedetto XV in difesa di Dante, da più parti accusato di usare troppa durezza nei confronti di alcuni pontefici. «Ma, si dirà, – scrive il Papa – egli inveì con oltraggiosa acrimonia contro i Sommi Pontefici del suo tempo. È vero; ma contro quelli che dissentivano da lui nella politica e che egli credeva stessero dalla parte di coloro che lo avevano cacciato dalla patria. Tuttavia si deve pur compatire un uomo, tanto sbattuto dalla fortuna, se con animo esulcerato irruppe talvolta in invettive che passavano il segno […]. Del resto, poiché la debolezza è propria degli uomini […], chi potrebbe negare che in quel tempo vi fossero delle cose da rimproverare al clero, per cui un animo così devoto alla Chiesa, come quello di Dante, ne doveva essere assai disgustato, quando sappiamo che anche uomini insigni per santità allora le riprovarono severamente? Tuttavia, per quanto si scagliasse nelle sue invettive veementi, a ragione o a torto, contro persone ecclesiastiche, però non venne mai meno in lui il rispetto dovuto alla Chiesa e la riverenza alle Somme Chiavi». Uno stile che, a giudicare dalla gran parte delle dispute attorno al Papa e ai vescovi, è oggi andato perduto.

È proprio dalla In praeclara summorum che Paolo VI trae spunto per la lettera apostolica Altissimi cantus del 7 dicembre 1965, al termine del Concilio Vaticano II, interamente dedicata al «signore dell’altissimo canto», Dante Alighieri, del quale si celebra allora il settimo centenario della nascita. Forse il documento più importante scritto da un pontefice su Dante, la lettera testimonia la passione personale di Montini per il poeta fiorentino, che si dice sia solito farsi leggere dal proprio segretario particolare, Pasquale Macchi. Paolo VI non perde, poi, l’occasione di omaggiare Dante con doni di rilievo: un alloro dorato da porre nel Battistero di San Giovanni a Firenze e una croce dorata per la sua tomba a Ravenna. D’altro canto, «Nostro è Dante! Nostro, vogliamo dire, della fede cattolica», rivendica con orgoglio il Papa, riconoscendo alla Commedia non «solo di essere poeticamente bella e moralmente buona, ma in alto grado di cambiare radicalmente l’uomo e di portarlo dal disordine alla saggezza, dal peccato alla santità, dalla miseria alla felicità, dalla contemplazione terrificante dell’inferno a quella beatificante del paradiso». Un valore religioso e insieme civile che è riconosciuto all’opera di Dante anche da Giovanni Paolo II, ma soprattutto da Benedetto XVI.

Nel momento di emergenza sanitaria che stiamo vivendo, che è anche tempo di riscoperta di valori che possano unire, non è pensabile parlare di unità culturale dell’Italia prescindendo dalla fede. «Il Cristianesimo ha contribuito in maniera fondamentale alla costruzione dell’identità italiana attraverso l’opera della Chiesa, delle sue istituzioni educative ed assistenziali, fissando modelli di comportamento, configurazioni istituzionali, rapporti sociali», ricorda Benedetto XVI il 17 marzo 2011, nel messaggio inviato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per i 150 anni dell’unità nazionale. «Ma anche mediante una ricchissima attività artistica: la letteratura, la pittura, la scultura, l’architettura, la musica. Dante, Giotto, Petrarca, Michelangelo, Raffaello, Pierluigi da Palestrina, Caravaggio, Scarlatti, Bernini e Borromini sono solo alcuni nomi di una filiera di grandi artisti che, nei secoli, hanno dato un apporto fondamentale alla formazione dell’identità italiana». Anche di quella che in questi giorni si fa strada, talvolta con comprensibile superficilità, dai nostri balconi.

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