Francesco e l’omosessualità. L’allegra superficialità di certe “rivoluzioni” alla García Márquez

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Dalla presunta “rivoluzione” di Francesco ad una vera rivoluzione alla Marquez. È questa la parabola discendente di una vicenda che avrebbe dovuto cambiare la Chiesa e il mondo, lunga poche ore. Ma dalle ferite profonde.

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L’enciclica Fratelli tutti, senza note a margine con le quali adombrare pagine e pagine di riflessioni (come era accaduto con Amoris laetitia e Laudato si’), non ha offerto spunti sufficienti. Una vera e propria delusione, secondo le attese di un certo clamore mediatico.

Con la proposta di legge su omo e transfobia ferma in Parlamento e già bocciata dai vertici della Cei, serviva una “rivoluzione” da attribuire a papa Francesco per agitare le acque già rese torbide dall’affaire Becciu. Poco male se, in barba ad ogni normale interesse giornalistico, assomigli più ad una rivoluzione alla Gabriel García Márquez: dopo le ipotesi, ormai confermata come ampiamente presunta, più fantastica che reale, ottenuta riesumando interviste (quella di Valentina Alazraki è del 2019), incontri (quello con Juan Carlos Cruz è del 2018) e telefonate (quella ad Andrea Rubera risale addirittura al 2015) vecchi di anni.

È quella che papa Francesco nella Fratelli tutti definisce «allegra superficialità» (n. 113), riprendendo un’espressione della Laudato si’. Una prospettiva che «ci è servita a poco» e anzi «finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi». Si dice che un tempo, nell’antica Grecia, la filosofia fosse materia tanto diffusa e quotidiana che anche i comuni cittadini ne discutessero per le strade e al mercato.

Le chiacchiere da mercato sono rimaste, ma nei millenni la piazza si è fatta digitale. E anche il livello della discussione, francamente, non sembra più quello di un tempo. E se al posto della filosofia ci mettiamo la religione l’incidente è dietro l’angolo. Verrebbe da sorriderne, se ogni incidente non aprisse in molti credenti ferite profonde, lunghe a rimarginare.

Prendiamo, ad esempio, un passaggio della testimonianza resa dal cileno Juan Carlos Cruz, vittima degli abusi di Fernando Karadima e oggi attivista, presente al Festival del Cinema di Roma insieme a Evgeny Afineevsky, regista russo-statunitense dell’ormai tristemente celebre docu-film “Francesco” (che continuo a non avere visto). Le parole di Cruz fanno riferimento ad un incontro con il Pontefice, vecchio di oltre due anni, riesumato per l’occasione. «Quando ho incontrato papa Francesco mi ha detto quanto fosse dispiaciuto per quello che era successo. “Juan, è Dio che ti ha fatto gay e comunque ti ama. Dio ti ama e anche il Papa poi ti ama”». Questo il virgolettato riferito da Avvenire in questi giorni, che commenta: «Parole che stupiscono solo chi dimentica la coerenza e la linearità degli interventi di papa Francesco in questi anni sul tema omosessualità».

In verità, dovrebbero essere in molti a stupirsi. Perché c’è un’espressione ricorrente nelle distorsioni delle parole di papa Francesco in tema di omosessualità: “Dio ti ha fatto così”, pronunciata in telefonate e incontri privati, va da sé difficilmente verificabili. È accaduto poche settimane fa, durante il breve scambio di battute del Papa con alcuni rappresentanti di un gruppo che raccoglie genitori di giovani con tendenze omosessuali. «A loro dite: Dio ti ha fatto così e ti ama così e non mi interessa» erano le parole di Francesco riferite in alcune prime ricostruzioni di cronaca (qui la notizia per come la dava il Corriere, in seguito modificata), salvo poi giungere a profonde revisioni: «Il Papa ama i vostri figli così come sono perché sono figli di Dio».

Non intendo addentrarmi in un dibattito teologico che non mi compete, ma si tratta, come si vede, di frasi dalle implicazioni ben diverse, con ricadute sostanziali anche in campo scientifico, antropologico ed esistenziale. Uno dei cavalli di battaglia della teoria del gender e delle numerose lobby che la sostengono, anche in prossimità della Chiesa, è infatti il riferimento alle tendenze omosessuali come innate, create e volute da Dio per alcune persone. In ultima analisi un tratto identificativo, una condizione immutabile che qualifica interamente la persona. Dio ti ha fatto gay. Lo rendono evidente titoli a loro modo poco rispettosi della profondità umana e dei differenti percorsi di vita intrapresi da ogni persona omosessuale: «Papa Francesco a un omosessuale: “Dio ti ha creato così e ti ama come sei”» (Repubblica, 21 maggio 2018).

A un omosessuale. È quanto il Papa definisce, in riferimento ad un altro gruppo di persone, la “cultura dell’aggettivo”. «A me non piace dire “migranti”, a me piace più dire “persone migranti”. Sapete perché? Perché “migranti” è un aggettivo, invece “persone” è un sostantivo. Noi siamo caduti nella cultura dell’aggettivo: usiamo tanti aggettivi e dimentichiamo tante volte i sostantivi, cioè la sostanza. L’aggettivo va attaccato a un sostantivo, a una persona. Cioè “migrante” no, una “persona migrante”. Così c’è rispetto, per non cadere in questa cultura dell’aggettivo, che è troppo liquida, troppo gassosa». Fluida, al pari dell’identità sessuale per come la vorrebbe la teoria del gender, per poi farne un macigno inamovibile di ideologia con il quale gravare le vite degli altri.

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