Barcellona, Parigi, Awali. Che senso ha la fedeltà? Di tre chiese e una stella

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Uno sguardo alla Chiesa attraverso tre chiese e una stella. Che non potrebbero essere più diverse. Dalla Spagna alla Francia, fino al Bahrein. Ma anche a noi stessi e ai tanti significati della fedeltà.


» Español (Zenit)


Una nuova stella brilla sopra Barcellona. Insieme a qualche nuova polemica. La costruzione della Sagrada Família, formalmente Tempio Espiatorio della Sacra Famiglia, è in corso da quasi 140 anni: un tempo incalcolabile per l’immediatezza che detta il ritmo alle nostre società. Un tempo che ricorda – e non a caso – la contemplazione lenta del medioevo, quando le chiese erano di Dio, l’edificazione di tutto il popolo e i sogni un’eredità invece di una proprietà. Frutto del genio di Antoni Gaudí e della partecipazione di migliaia di altre persone per lo più sconosciute, anzitutto degli abitanti di Barcellona, in oltre un secolo la storia della Sagrada Família ha superato ostacoli e controversie, dalla guerra civile spagnola, quando i progetti originali di Gaudí furono dati alle fiamme, all’anno scorso, quando la costruzione è stata rallentata dalla pandemia di Covid-19.

Eppur si muove. Dopo il completamento della torre dedicata alla Vergine Maria – sono diciotto le torri nel progetto, una per ciascuno dei dodici apostoli, quattro per gli Evangelisti, una per la Vergine Maria e una per Gesù, la più alta – lo scorso 29 novembre è stata collocata sulla sommità della struttura una stella a dodici punte in vetro e acciaio, a simboleggiare la Stella del Mattino. L’illuminazione, inaugurata l’8 dicembre, solennità dell’Immacolata Concezione, è di sicuro effetto scenico. Ma non per tutti, se è vero quanto afferma il Guardian circa il malcontento di una parte dei cittadini di Barcellona, che giudicano la stella troppo lontana dall’estetica dal resto della basilica.

Questione di fedeltà – alla visione di Gaudí, in questo caso – che da decenni alimenta tensioni fra i residenti e la Junta Constructora del Temple Expiatori de la Sagrada Família, la fondazione che supervisiona la costruzione. Una diatriba che proseguirà ancora per molti anni, se – come è ormai probabile – non verrà rispettato il completamento dei lavori previsto per il 2026, ad un secolo dalla morte di Gaudí. Fedeltà alla memoria? «Saluto in maniera speciale i più poveri di questa grande città, i malati – ha detto papa Francesco nel video diffuso per l’accensione della stella – le persone colpite dalla pandemia di Covid-19, gli anziani, i giovani che vedono compromesso il proprio futuro, le persone che stanno vivendo momenti di prova. Cari amici, per tutti voi risplende oggi la stella della torre di Maria». Evangelica, pragmatica fedeltà al senso profondo di un luogo sacro.

Di fedeltà – all’architettura, alla storia e anche ad un modo di intendere la Chiesa – si è tornati a parlare anche a proposito di Notre-Dame a Parigi. Lo scorso giovedì gli esperti della Commissione francese del patrimonio hanno espresso «un parere favorevole» (con due riserve circa le panche e le statue nelle cappelle) ai progetti presentati dall’arcidiocesi di Parigi per il rinnovamento della cattedrale, parzialmente distrutta dall’incendio che nel 2019 ha scosso il mondo. Una parte della Chiesa locale (già alle prese con le brucianti dimissioni dell’arcivescovo, mons. Michel Aupetit) intende, infatti, approfittare del restauro per dare una nuova veste all’edificio in vista della sua riapertura, prevista per il 2024. Oltre che un luogo di culto, Notre-Dame è un simbolo, celebre a livello mondiale, che prima dell’incendio era visitato da 12 milioni di persone ogni anno. In altri termini, uno straordinario mezzo di comunicazione, nel caso si volesse veicolare un messaggio.

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Ed è proprio sul messaggio che si consumano tensioni e distanze. Padre Gilles Drouin, liturgista incaricato dall'(ex) arcivescovo Aupetit di ripensare gli spazi interni della cattedrale, ha detto di voler preservare Notre-Dame come luogo sacro, ma anche di provare a meglio accogliere una platea di visitatori «che non sempre è di cultura cristiana». Banchi a rotelle in alluminio in luogo delle precedenti sedie di paglia, piccole lampade individuali per favorire il raccoglimento e proiezioni in tema biblico sulle pareti sono alcune delle ipotesi, forse le più provocatorie. Ma sul tavolo ci sono anche un nuovo percorso per i turisti che rispetti la sacralità del luogo e il restauro delle 14 cappelle, già fatiscenti prima dell’incendio, che permetterebbe di riscoprire les Mays, le grandi pale d’altare commissionate tra il 1630 e il 1707 dalla corporazione degli orafi a grandi artisti del tempo.

A proposito di arte, secondo Le Monde opere di artisti contemporanei, come quelle dello street-artist Ernest Pignon-Ernest, del pittore e scultore tedesco (con celebri incursioni anche in Italia) Anselm Kiefer e della scultrice Louise Bourgeois, potrebbero essere messe in dialogo con quelle dei “padroni di casa” seicenteschi, come i fratelli Le Nain o Charles Le Brun. Cosa poi si diranno è tutt’altra questione. D’altro canto, non va però dimenticato che la croce dorata dell’altare principale, sopravvissuta all’incendio e immediatamente assurta a simbolo “tradizionalissimo” di grazia e rinascita, è essa stessa un’opera d’arte contemporanea, dello scultore Marc Couturier, installata nel 1994.

Perché la realtà, come spesso accade, finisce con il rivelarsi meno fantasiosa delle ipotesi. Constatazione che finora non ha impedito alla stampa di scatenarsi, dentro e fuori la Francia. Le proposte «snaturano interamente l’arredamento e lo spazio liturgico», denunciano un centinaio di personalità d’Oltralpe, tra cui il filosofo Alain Finkielkraut e il conduttore Stéphane Bern, in un articolo pubblicato nei giorni scorsi su Le Figaro. «Molto spesso la stupidità compete con il kitsch», chiosano. Una «Disneyland del politicamente corretto», uno «showroom sperimentale», tagliano corto sull’altro versante della Manica, dalle pagine di Spectator, Telegraph e Independent, citando voci critiche nei confronti del (presunto) nuovo stile di rottura con l’originale. Qualunque cosa significhi “originale” in una storia lunga 860 anni e fatta di continue alterazioni, riparazioni e rinnovamenti. Un elemento di continuità? Il rispetto. Almeno il più delle volte. Sarebbe già un ottimo punto di partenza.

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E poi c’è la fedeltà alla missione della Chiesa, che si fa pietra viva nei luoghi di culto e nelle comunità che li abitano. Tanto più se tra le difficoltà. È il caso della cattedrale di Nostra Signora d’Arabia, patrona del Golfo Persico, la più grande chiesa cattolica della Penisola araba, consacrata venerdì ad Awali, in Bahrein, dal card. Luis Antonio Tagle, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. Stretto il legame con re Hamad bin Isa Al Khalifa, donatario del terreno su cui sorge la chiesa e tra i grandi sostenitori del progetto.

La nuova cattedrale è il coronamento dell’impegno di mons. Camillo Ballin, vicario apostolico dell’Arabia settentrionale scomparso il 12 aprile dello scorso anno, così come dei 90 mila cattolici in Bahrein e dei 2 milioni e mezzo sparsi fra Kuwait, Qatar e Arabia Saudita, per lo più lavoratori immigrati da diversi Paesi. In tutta la Penisola araba, in particolare in Arabia Saudita, la pratica pubblica del cristianesimo è fortemente limitata e per questo molti cristiani trovano riparo in Bahrein per ricevere i sacramenti e vivere la propria fede alla luce del sole. La consacrazione della nuova cattedrale di Awali rappresenta un importante passo avanti nei rapporti fra Chiesa e Stato, ma soprattutto una testimonianza per i sempre più numerosi cristiani nell’area. Cattedrale nel deserto, fedeltà alla speranza.

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1 commento su “Barcellona, Parigi, Awali. Che senso ha la fedeltà? Di tre chiese e una stella”

  1. A proposito di Notre Dame. La liturgia, lo sappiamo, si deve “umanizzare” assumendo i segni dei tempi: non ha alcun significato oggi celebrare cappelle pontificie accompagnate dalla polifonia e non dal popolo che canta. E’ un esempio. Con il Vaticano II si è riscoperto il valore del battesimo come sacramento che inserisce il catecumeno nel popolo santo di Dio. Nel progetto del liturgista p. Drouin c’è anche quello di allestire il fonte battesimale nel mezzo della navata centrale, in modo tale che il battesimo esprima l’accoglienza al nuovo cristiano da parte della comunità in cui verrà inserito per essere re, sacerdote e profeta. So che le autorità statali hanno dimostrato parecchie perplessità a riguardo….Vedremo!

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