Messe sospese coronavirus

Di cubature e droplet. Il virus val bene una Messa

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Messe sospese, distanze di sicurezza e le prime polemiche. È iniziata la Quaresima, per davvero.

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Chissà come avrebbe commentato Enrico di Navarra, che alla fine del Cinquecento abiurò il calvinismo a favore del cattolicesimo pur di conquistare il trono di Francia, la situazione che si è venuta a creare attorno alla sospensione delle Messe in alcune regioni d’Italia, Lombardia in testa.

La Quaresima è iniziata da quasi una settimana (da due giorni per chi segue il rito ambrosiano) e ancora non c’è l’ombra di una Messa. Per non parlare dell’imposizione delle ceneri, che quest’anno ha assunto la forma poco liturgica – ma non meno penitenziale – degli aggiornamenti quotidiani sull’epidemia, disinfettanti e sguardi sospettosi (soprattutto quando l’accento tradisce legami, non solo linguistici, con le sponde del Po). È questa la realtà di buona parte del Nord Italia, destinata a prolungarsi almeno per un’altra settimana stando a quanto contenuto nel nuovo decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, che recepisce e proroga alcune delle misure già adottate per la gestione dell’emergenza da Covid-19 e ne introduce di ulteriori.

Accanto alle misure economiche e di ordine pubblico, non mancano i provvedimenti che toccano – inevitabilmente – il campo spirituale. Nei comuni dell’ormai celebre “zona rossa”, prosegue «la sospensione di manifestazioni, di eventi e di ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato, anche di carattere culturale, ludico, sportivo e religioso» fino a data da destinarsi. Direttive simili, però, sono applicate all’intero territorio di alcune regioni particolarmente toccate dalla diffusione del nuovo coronavirus, vale a dire Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, oltre che nelle province di Pesaro-Urbino e Savona. Qui la sospensione «di tutte le manifestazioni organizzate, di carattere non ordinario, nonché degli eventi in luogo pubblico o privato, ivi compresi quelli di carattere culturale, ludico, sportivo e religioso, anche se svolti in luoghi chiusi ma aperti al pubblico, quali, a titolo d’esempio, grandi eventi, cinema, teatri, discoteche, cerimonie religiose» è prevista fino all’8 marzo. Sposi, battezzandi – e defunti – sono avvisati.

Ma c’è una novità. Il decreto firmato la scorsa notte dedica alla religione uno specifico paragrafo. «L’apertura dei luoghi di culto – si scrive – è condizionata all’adozione di misure organizzative tali da evitare assembramenti di persone, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei luoghi, e tali da garantire ai frequentatori la possibilità di rispettare la distanza tra loro di almeno un metro». Misura, quest’ultima, che dovrebbe garantire di non essere raggiunti dalle “goccioline” (droplet, in inglese) di saliva che ognuno di noi disperde nell’aria starnutendo, tossendo o semplicemente parlando e che fanno da veicolo (volante) al virus. Oltre che essere già diventate il nuovo tormentone di questa epidemia. Incubo di parroci e sacrestani, ci sarà da rivedere la disposizione delle panche o prevedere una speciale distribuzione geometrica dei fedeli, tanto più che alcuni infettivologi spiegano che la distanza da mantenere fra le persone non sarebbe di uno, bensì di 1,82 metri. Non è escluso che si possa riesumare la figura romantica dello “scaccino”, dei bei tempi in cui a dover essere tenuti d’occhio in chiesa erano, tuttalpiù, i cani.

Ancora aperta, invece, la trattativa sulle Messe feriali. Se le celebrazioni festive (sabato sera compreso), infatti, sono in genere più affollate, in quelle feriali sarebbe invece più agevole collocare i fedeli a distanza di sicurezza. Sebbene chi vi abbia partecipato almeno una volta avrà di certo notato come la distribuzione avvenga già secondo una logica ben precisa: gli anziani concentrati nelle prime file, il resto dei fedeli in ordine sparso ma rigorosamente in fondo alle navate. Al di là dell’ironia, la Conferenza episcopale lombarda, «fermo restando la volontà di continuare a collaborare con le istituzioni», in un proprio comunicato ha chiesto alla Regione Lombardia di tornare a celebrare le Messe con il popolo almeno nei giorni feriali, «che a differenza delle celebrazioni festive non costituiscono una forma di assembramento».

E se nei giorni scorsi qualcuno già si cimentava in ragionamenti di cubature architettoniche e diffusione del Covid-19, proprio su questo punto alcuni esponenti del mondo cattolico hanno mosso critiche ai provvedimenti delle autorità civili. Vi sarebbe, infatti, una disparità di trattamento fra alcuni luoghi di aggregazione e svago (musei, cinema, bar) e i luoghi di culto, con questi ultimi penalizzati dall’equiparazione ad altri luoghi di «assembramento». Al di là del carattere laico – o laicista? – dei provvedimenti, però, è evidente che nel caso delle attività commerciali le misure tengano conto anche di altri fattori oltre a quelli sanitari – su tutti, quelli economici – finendo con lo stemperare la normativa, che si mantiene invece più rigida sulle chiese, in nome del principio di precauzione. Va da sé, poi, che la Messa costituisca realmente un momento di aggregazione anche dal punto di vista fisico, in considerazione delle particolari modalità di esecuzione (banditi scambio della pace, acquasantiere e Comunione ricevuta in bocca, ma siamo sicuri che sulle mani sarebbe più sicura?).

C’è anche chi – coraggiosi da scrivania, se non da inginocchiatoio – parla già di un «appiattimento della Chiesa sulle istituzioni civili», quasi che la prima avesse, in tal senso, delle colpe, quanto meno di tepidezza. Vale la pena ricordare che alcune decisioni, mosse da buon senso e prudenza (virtù teologale), sono il frutto della diffusione di una malattia dai contorni che, almeno in parte, sfuggono ancora alla scienza medica.

Da mesi ci vengono propinate l’arretratezza della Chiesa, la necessità di superare l’istituzione parrocchiale, il protagonismo (predominio?) di laici e donne, e stupisce che proprio ora la più tradizionale forma comunitaria del culto – la Santa Messa, in chiesa, con sacerdote e fedeli – sia divenuta improvvisamente l’unica possibile, da non perdersi anche solo per poche settimane. Che sia irrinunciabile è fuor di dubbio, tanto quanto insostituibile. Sarebbe stata, però, una buona occasione per apprezzare – e ringraziare – l’intraprendenza pastorale di molti sacerdoti, di tutte le età e tutt’altro che con le mani in mano, pronti a mettersi in gioco insieme alle proprie comunità anche con i mezzi tecnologici pur di non lasciare indietro nessuno. Da ambo le parti dello schermo, c’è da scommetterci, superando ostacoli e resistenze certo maggiori del recarsi in chiesa, in barba all’adagio che vorrebbe le parrocchie (e la Chiesa tutta) un luogo per “vecchi”. L’arcidiocesi di Milano ha addirittura compilato un elenco di queste buone prassi liturgiche. «Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto». Rimane, ostinato, il dubbio che sia soltanto una reazione psicologica al divieto oppure – ancor peggio – una maniera facile per ritagliarsi qualche attimo di visibilità cavalcando, alla propria maniera, il tema di questi giorni.

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