Ad ogni morte di Papa: le voci e i veleni

Pieter Paul Rubens, San Pietro in abiti pontifici, 1610-1612, Madrid, Museo del Prado
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Il rinvio della visita di papa Francesco al Policlinico Gemelli, prevista per il 27 giugno, giorno dedicato alla solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, ha riacceso i timori – e le speculazioni – sulle sue condizioni di salute.

Cagionevole da decenni e privo della parte superiore del polmone destro in seguito ad una grave polmonite contratta in giovane età, non dovrebbe stupire che il Papa sia talvolta costretto a dare forfait per affaticamento. La pontificia assenza, che ha deluso ma apparentemente non turbato chi lo attendeva all’ospedale romano (a giudicare almeno dal giro di foto-ricordo sulla celebre papamobile), non ha però mancato di suscitare, nelle ore successive, un rinfocolamento delle voci che vorrebbero il papa – nientemeno – che prossimo alla morte (ricordate Benedetto XVI?) o addirittura vittima di un complotto (ricordate Benedetto XVI?). Sospetti sconcertanti, ma sorprendentemente tutt’altro che rari – oltre che mai provati – nel lungo corso della storia della Chiesa, corollario anzi quasi obbligato di ogni morte (improvvisa) di papa.

Nulla di nuovo, anche se con le voci che lo riguardano, papa Francesco, il «papa dei record» come è stato definito dai media, ha infranto un ulteriore primato: essere al centro di dubbi sulla propria morte mentre è ancora in vita.

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Adeguamento o sfida educativa? Un nuovo protagonista: l’analfabetismo religioso

Bibbia miniata (particolare), seconda metà del XV secolo, Parigi, Bibliothèque nationale de France (Ms. lat 920).
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Fermandosi ad una fredda lettura delle cifre, il risultato non può che essere quello di un certo sconforto e, perché no, di un franco sconcerto. Questi almeno due dei tanti possibili sentimenti suscitati in chi si trovasse ad esaminare i risultati del Rapporto sull’analfabetismo religioso in Italia della Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII (a cura di A. Melloni, ed. Il Mulino) presentato ieri a Palazzo Giustiniani.

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Tre Marie, una Maddalena (2)

Antonio Allegri detto il Correggio, Noli me tangere, 1523-1524 circa, Madrid, Museo del Prado.
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Dopo il post dedicato precedentemente, torno sull’argomento avendo accertato quanto la questione “delle Marie” non solo animi da secoli accese discussioni, ma che queste siano divenute tanto più infiammate negli ultimi decenni.

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«Quanto sarebbe religioso il digiuno»: breve storia del digiuno cristiano

Daniele Crespi, Digiuno di san Carlo Borromeo, 1625 c., Milano, chiesa di Santa Maria della Passione.
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Le pratiche di digiuno e astinenza dal cibo, utilizzate anche da organizzazioni, movimenti e partiti politici in diverse parti del mondo come casse di risonanza a sostegno di particolari iniziative, sono andate incontro nel mondo cristiano ad un progressivo scivolamento di significato, tale da farle ritenere “scioperi della fame cattolici”. Al di là di mere questioni semantiche, il rischio è di perdere di vista la peculiarità storica di una pratica antica di secoli e dotata di proprie specificità. Per questo motivo risulta opportuno ripercorrere brevemente la storia del digiuno cristiano, illuminandone alcune delle caratteristiche, senza dimenticarne le ragioni teologico-evangeliche che ne sono alla base, ma privilegiando in questa sede la componente storica.

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San Benedetto, la coppa e il corvo

San Benedetto da Norcia, in Otto Bitschnau osb., Das Leben der Heiligen Gottes, Einsiedeln, 1883.
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San Benedetto da Norcia, immagine votiva
San Benedetto da Norcia, immagine votiva

Parte I: Medaglia o Croce di san Benedetto: la fede dietro l’esoterismo.

Il significato della coppa
Rispettivamente alla destra e alla sinistra di san Benedetto, simboleggiati da una coppa con un serpente e da un corvo, sono ricordati due episodi significativi della vita del santo, magistralmente ritratti nell’agiografia che di san Benedetto redasse papa Gregorio Magno nel secondo libro dei suoi Dialoghi, interamente dedicato al santo di Norcia.

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Medjugorje, le folgori e il Sant’Uffizio

Medjugorje, statua della beata Vergine.
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Disse poi ai discepoli: “Verranno giorni in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. Vi diranno: “Eccolo là”, oppure: “Eccolo qui”; non andateci, non seguiteli. Perché come la folgore, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno.

Così recita un passo del Vangelo della liturgia del 14 novembre (Lc 17,22-24). Un passo ripreso dal pontefice nella sua omelia durante la Messa giornaliera a Santa Marta, prima della partenza per il Quirinale. Un’occasione, quella della quotidiana celebrazione eucaristica del papa, di indubbio interesse, nella quale sovente Francesco si esprime a braccio, con la libertà che è propria del suo stile personale e pastorale e che continua a contraddistinguerlo anche nel suo servizio petrino.

Rifacendosi alle parole del Vangelo, ha spiegato papa Francesco: «La curiosità ci spinge a voler sentire che il Signore è qua oppure è là; o ci fa dire: “Ma io conosco un veggente, una veggente, che riceve lettere della Madonna, messaggi dalla Madonna». «Ma, guardi – ha proseguito il papa – la Madonna è Madre! E ci ama a tutti noi. Ma non è un capoufficio della Posta, per inviare messaggi tutti i giorni». «Queste novità – ha affermato – allontanano dal Vangelo, allontanano dallo Spirito Santo, allontanano dalla pace e dalla sapienza, dalla gloria di Dio, dalla bellezza di Dio», perché «Gesù dice che il Regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione: viene nella saggezza».

Parole che possono destare sorpresa e che in pochi sembrano aver notato, soprattutto pronunciate da un pontefice che ha fatto della devozione mariana – ma non del semplicismo – uno dei tratti caratterizzanti del suo pontificato. Parole che però possono forse meglio comprendersi alla luce di alcuni pronunciamenti che le hanno precedute nei giorni scorsi, per bocca, anzi per mano, del prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, prelato vicino a papa Francesco e già autore di precedenti chiarimenti che ne mostravano la sintonia con il Santo Padre su alcune questioni dottrinali di capitale importanza, come divorzio ed Eucaristia.

Affidate ad una lettera inviata alla Conferenza episcopale americana il 21 ottobre 2013 per mezzo del nunzio apostolico degli Stati Uniti, Marco Maria Viganò, e successive ad un’altra missiva del 27 febbraio dello stesso anno e di medesimo argomento, le direttive del vertice dell’antico Sant’Uffizio hanno cominciato a circolare soltanto la scorsa settimana.

Nel testo si legge che, mentre il processo di accertamento sul fenomeno di Medjugorje è ancora in corso, la Chiesa sospende il giudizio sulle “apparizioni” (le virgolette sono presenti anche nel testo originale della lettera) mariane. Ad aver motivato l’invio della missiva una serie di incontri previsti in alcune parrocchie statunitensi e tenuti da Ivan Dragicevic, «one of the so-called visionaries of Medjogorje» («uno dei cosiddetti veggenti di Medjugorje», si legge nella lettera).

Ciò che più ha creato problemi – come è facilmente comprensibile – è però la notizia che «it is anticipated, moreover, that Mr. Dragicevic will be receiving ‘apparitions’ during these scheduled appearances» («è stato anche anticipato che il Signor Dragicevic avrà le “apparizioni” [sic] durante questi incontri», sempre nel testo della missiva).

Stante questa situazione, viene ribadita dai vertici della Congregazione la linea ufficiale del 1991, secondo la quale «sulla base delle ricerche che sono state condotte, non è possibile affermare che ci siano state apparizioni o rivelazioni soprannaturali» (dichiarazione dei Vescovi della ex Repubblica Jugoslava, 10 aprile 1991). «Ne deriva, perciò, che i chierici e i fedeli non possono partecipare ad incontri, conferenze, o celebrazioni pubbliche in cui la credibilità di queste “apparizioni” [sic] venga data per certa […] con lo scopo, quindi, di evitare scandali e confusione» nei fedeli americani (e non solo).

A questo proposito è utile – in questo come in altri casi – rifarsi al Catechismo della Chiesa Cattolica. Leggiamo nella parte prima, sezione prima, capitolo secondo, articolo terzo, ai punti 66 e 67:

66 «L’economia cristiana, in quanto è Alleanza nuova e definitiva, non passerà mai e non c’è da aspettarsi alcuna nuova rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo». Tuttavia, anche se la Rivelazione è compiuta, non è però completamente esplicitata; toccherà alla fede cristiana coglierne gradualmente tutta la portata nel corso dei secoli.

67 Lungo i secoli ci sono state delle rivelazioni chiamate «private», alcune delle quali sono state riconosciute dall’autorità della Chiesa. Esse non appartengono tuttavia al deposito della fede. Il loro ruolo non è quello di «migliorare» o di «completare» la Rivelazione definitiva di Cristo, ma di aiutare a viverla più pienamente in una determinata epoca storica. Guidato dal Magistero della Chiesa, il senso dei fedeli sa discernere e accogliere ciò che in queste rivelazioni costituisce un appello autentico di Cristo o dei suoi santi alla Chiesa.

La fede cristiana non può accettare «rivelazioni» che pretendono di superare o correggere la Rivelazione di cui Cristo è il compimento. È il caso di alcune religioni non cristiane ed anche di alcune recenti sette che si fondano su tali «rivelazioni».

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Una mezza novità: la lingua tzotzil nella liturgia

Tzotzil, celebrazione.
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Probabilmente una parte della stampa la bollerà come l’ennesima “rivoluzione” del Pontefice, ma l’autorizzazione concessa da Papa Francesco alla celebrazione di liturgia e sacramenti in tzotzil e tzeltal, le antiche lingue autoctone degli altopiani centrali del Chiapas, in Messico, si inserisce in un solco lungo secoli – quello dell’inculturazione – in gran parte amerindio e gesuita.

Discendenti dei maya, tzotzil e tzeltal sono fra i gruppi indigeni più numerosi e nei decenni si sono distinti per la fiera difesa della propria lingua tradizionale. E non solo della lingua. In un’area funestata per anni da guerre e guerriglie, è ancora “fresco” nella memoria l’allontanamento dei sacerdoti cattolici da parte di alcuni indigeni tzotzil legati ai culti pagani. Da allora una parte della popolazione pratica una commistione di ritualità pagana e Cristianesimo, sigarette, alcol e Coca-Cola.

Naturalmente questa è un’altra storia e ciò che da Roma si mira ad ottenere è soltanto una maggiore valorizzazione di quello che è considerato un importante tratto culturale delle popolazioni locali. «L’approvazione per l’uso delle formule sacramentali in tzeltal e tzotzil per il battesimo, la cresima, la messa, la confessione, l’unzione degli infermi e l’ordinazione» è arrivata in sordina, come ci si aspetta da qualcosa che non è una novità. O che lo è soltanto a metà. I nuovi testi in tzotzil e tzeltal, redatti da esperti, sono stati esaminati ed approvati dalle Congregazioni romane per il Culto Divino e la Dottrina della Fede, che ne hanno saggiato il mantenimento dell’ortodossia.

Nel frattempo un procedimento simile potrebbe presto interessare anche un’altra lingua messicana, il náhuatl. L’apripista? La Vergine di Guadalupe che, apparendo all’indio Juan Diego il 9 dicembre 1531, si rivolse a lui in questo idioma. Come a Lourdes, dove alla giovane Bernadette Soubirous la Vergine parlò nel patois guascone. Miracoli e miracoli della tutela del patrimonio linguistico.

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