Benedetto XVI, il cordoglio nella verità. Dittature e relativismo

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C’è carità nella verità. Così come nel cordoglio. Terzo appuntamento con alcuni dei temi del pontificato di Benedetto XVI: dalla famiglia all’omosessualità, dalle donne alla difesa della vita.


Panzerkardinal, “pastore tedesco”, inflessibile Prefetto di quello che fu il Sant’Uffizio, e quindi l’Inquisizione. Definizioni che svelano più pregiudizi di quanti vorrebbero denunciarne negli altri.

Per dirla con le recenti parole del card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo dei vescovi, Ratzinger fu testimone «della distruzione metaforica che la dominazione del relativismo stava apportando nella cultura europea» (Osservatore Romano, 17 gennaio 2023). Tutt’altro che spettatore passivo, «Ratzinger rimase spesso una voce incompresa. E questa è stata una costante nella sua vita, nella teologia e nel papato di Joseph Ratzinger».

Incompreso, quando non violentemente osteggiato, soprattutto su quei princìpi non negoziabili della fede e della morale. Papa ricordato e soppresso, amato e odiato, compianto e rimosso. Un uomo, prima ancora di un pontefice, che non ha lasciato indifferenti cuore, mente ed anima. E molto spesso gli animi. Soprattutto lungo la delicata china dello «sviluppo umano integrale nella carità e nella verità».

Terzo ed ultimo appuntamento con alcuni dei temi ricorrenti del pontificato di Benedetto XVI (qui il primo appuntamento: “La fede e la Chiesa”, qui il secondo: “L’uomo e l’ecologia integrale”).

Omosessualità, seminari e sacerdoti

Per quanto non si possa collocare fra i temi più importanti nel pontificato di Benedetto XVI, è tornato a far parlare di sé perché citato nel libro postumo di Joseph Ratzinger, Che cos’è il Cristianesimo. Quasi un testamento spirituale (Mondadori). In Germania, annota Ratzinger nel testo, «in diversi seminari si formarono “club” di omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente trasformarono il clima».

Si tratta di situazioni già denunciate da Benedetto XVI nel 2019 e che collocano la formazione di questi club fra gli anni ’60 e ’80. Una realtà, quella di lobby gay nei seminari e in Vaticano, emersa (e confermata) anche durante il pontificato di Francesco. Da decenni, ormai, la situazione è stata messa nero su bianco. È del 2005, per esempio, l’Istruzione della Congregazione per l’educazione cattolica circa il discernimento vocazionale e l’ordinazione di persone con tendenze omosessuali. La Chiesa, si scrive nel documento a suo tempo approvato da Benedetto XVI, «non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay. Le suddette persone si trovano, infatti, in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne». Una posizione, al di là di molte speculazioni, ribadita da papa Francesco nel 2016 e nel 2018.

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Persone con tendenze omosessuali e cura pastorale

Similmente a quanto accade per l’ambiente, «anche l’uomo possiede una “natura” che gli è stata data, e il violentarla o il negarla conduce all’autodistruzione», evidenzia Benedetto XVI (La vera Europa. Identità e missione, vol. 3, Cantagalli). E se la «morale cattolica è fondata sulla ragione umana illuminata dalla fede», quasi 40 anni fa Ratzinger si sente di affermare che l’«attività omosessuale non esprime un’unione complementare, capace di trasmettere la vita, e pertanto contraddice la vocazione a un’esistenza vissuta in quella forma di auto-donazione che, secondo il Vangelo, è l’essenza stessa della vita cristiana. Ciò non significa che le persone omosessuali non siano spesso generose e non facciano dono di sé stesse».

Nientemeno che nel 1986, negli anni secondo Ratzinger ormai ampiamente segnati da quel relativismo anche sessuale, l’allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede sottolinea quanto le persone con tendenze omosessuali costituiscano una «preoccupazione pastorale della Chiesa. Pertanto dai suoi ministri si richiede studio attento, impegno concreto e riflessione onesta, teologicamente equilibrata».

Quanto siamo lontani, quattro decenni dopo, da quell’obiettivo? Beninteso: in uno dei settori pastorali più delicati, attuali ed incompresi del nostro tempo, non si tratta soltanto di imporre divieti. «La particolare sollecitudine e la buona volontà dimostrata da molti sacerdoti e religiosi nella cura pastorale per le persone omosessuali è ammirevole, e questa Congregazione [della dottrina della fede] spera che essa non diminuirà. Tali ministri zelanti devono nutrire la certezza che stanno seguendo fedelmente la volontà del Signore, allorché incoraggiano la persona omosessuale a condurre una vita casta, e ricordano la dignità incomparabile che Dio ha donato anche ad essa», prosegue l’allora cardinale prefetto Ratzinger. Tutt’altro che una “rivoluzione” del pontificato di Francesco, dunque. Unitamente a ciò, «va deplorato con fermezza che le persone omosessuali siano state e siano ancora oggetto di espressioni malevole e di azioni violente».

Famiglia e matrimonio

Sembra evidentemente «una necessità sociale, e perfino economica, proporre ancora alle nuove generazioni la bellezza della famiglia e del matrimonio, la rispondenza di tali istituzioni alle esigenze più profonde del cuore e della dignità della persona. In questa prospettiva, gli Stati sono chiamati a varare politiche che promuovano la centralità e l’integrità della famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, prima e vitale cellula della società», scrive Benedetto XVI al n. 44 della Caritas in veritate.

Anche da qui, la lunga battaglia di Ratzinger contro il relativismo e la crisi antropologica dell’Occidente, espressa sempre più chiaramente nella banalizzazione dei rapporti umani, nella strumentalizzazione della sessualità, nella proposta di forme “innovative” di famiglia. Tanto da imporsi come «l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni», denuncia Benedetto XVI nell’omelia della Missa pro eligendo Romano Pontifice del 18 aprile 2005. Anche in tema di famiglia e rapporti umani «si va costituendo una dittatura del relativismo».

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Difesa della vita: aborto ed eutanasia

Una dittatura – una «colonizzazione ideologica», si sarebbe detta negli anni successivi – che si esprime al suo massimo nel rapporto con le diverse fasi della vita.

Con la vita nascente, rispetto alla quale coloro che sostengono la panacea della «liberalizzazione dell’aborto, forse non si rendono conto che in tal modo propongono l’inseguimento di una pace illusoria. La fuga dalle responsabilità, che svilisce la persona umana» (Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2013). Senza per questo dimenticare che si tratta talvolta di scelte «maturate in circostanze difficili e drammatiche, che comportano spesso traumi e sono fonte di profonde sofferenze per chi le compie», a cominciare dalle donne.

Guardando all’estremo opposto dell’esistenza terrena, Benedetto XVI ribadisce la «ferma e costante condanna etica di ogni forma di eutanasia diretta», troppo spesso sottomessa alle logiche di «una società complessa, fortemente influenzata dalle dinamiche della produttività e dalle esigenze dell’economia», nella quale «le persone fragili e le famiglie più povere rischiano, nei momenti di difficoltà economica e/o di malattia, di essere travolte».

E che dire delle politiche – e dei politici – esplicitamente a sostegno di aborto ed eutanasia? Una questione ricorrente tanto durante il pontificato di Benedetto XVI quanto in quello di Francesco. «Riguardo al peccato grave dell’aborto o dell’eutanasia, quando la formale cooperazione di una persona diventa manifesta (da intendersi, nel caso di un politico cattolico, il suo far sistematica campagna e il votare per leggi permissive sull’aborto e l’eutanasia), il suo pastore dovrebbe incontrarlo, istruirlo sull’insegnamento della Chiesa, informarlo che non si deve presentare per la santa comunione fino a che non avrà posto termine all’oggettiva situazione di peccato, e avvertirlo che altrimenti gli sarà negata l’eucaristia», scrive nel 2004 Joseph Ratzinger in un memorandum riservato indirizzato alla Conferenza episcopale degli Stati Uniti, allora vicina al più che controverso card. Theodore McCarrick, oggi dimesso dallo stato clericale.

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Sacerdoti: celibi, non scapoli (né donne)

L’abolizione del celibato sacerdotale e l’ordinazione sacerdotale di donne sono questioni emerse per lo più durante il pontificato di Francesco, ma che non hanno mancato di affacciarsi anche al tempo di Benedetto XVI.

In quanto al celibato, la questione si presenta fin da subito curiosa. «In un certo senso, può sorprendere questa critica permanente contro il celibato, in un tempo nel quale diventa sempre più di moda non sposarsi», sottolinea con ironia Benedetto XVI nel 2010 in un colloquio con i sacerdoti, a conclusione dell’Anno loro dedicato. «Ma questo non-sposarsi è una cosa totalmente, fondamentalmente diversa dal celibato, perché il non-sposarsi è basato sulla volontà di vivere solo per sé stessi, di non accettare alcun vincolo definitivo, di avere la vita in ogni momento in una piena autonomia, decidere in ogni momento come fare, cosa prendere dalla vita; e quindi un “no” al vincolo, un “no” alla definitività, un avere la vita solo per sé stessi. Mentre il celibato [sacerdotale] è proprio il contrario: è un “sì” definitivo, è un lasciarsi prendere in mano da Dio».

In quanto all’ordinazione sacerdotale di donne, «riteniamo che la nostra fede, la costituzione del Collegio degli Apostoli ci impegnino e non ci permettano di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne», ricorda Benedetto XVI in un’intervista in preparazione al viaggio apostolico in Germania. Detto ciò, «non bisogna neppure pensare che nella Chiesa l’unica possibilità di avere un qualche ruolo di rilievo sia di essere sacerdote». Leggasi: clericalismo.

Perché le donne rappresentano, e continueranno a rappresentare, uno dei pilastri insostituibili della Chiesa. «Nella forma concreta della vita ecclesiale sono sempre di nuovo le donne ad aprire la porta al Signore, ad accompagnarlo fin sotto la croce e a poterlo così incontrare anche quale Risorto», ricorda Joseph Ratzinger nel libro Gesù di Nazaret. Dall’ingresso a Gerusalemme alla resurrezione (Libreria Editrice Vaticana). Un ruolo teologico e profetico che è sempre più deprimente vedere svilito da misoginie e battaglie ideologiche.

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