Afghanistan. Ci piacciono gli eroi, ma non esserlo

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«Occorre mettere fine alla politica irresponsabile di intervenire da fuori e di costruire in altri Paesi la democrazia, ignorando le tradizioni dei popoli». Poco importa – o forse sì – che ad affermarlo sia Vladimir Putin o Angela Merkel, citata per sbaglio da papa Francesco. Ciò che resta è il ritratto di un disastro in Afghanistan, annunciato da anni (odiosa la “sorpresa” con la quale si è reagito a livello istituzionale e politico), comune a decine di altri contesti passati, presenti o che già si profilano come futuri. Ma anche la fotografia di un fallimento personale e collettivo della politica, afflitta da incapacità evidenti – in Joe Biden, ma anche nei Presidenti che lo hanno preceduto, compreso un premio Nobel per la pace – e da altrettanto importanti criticità del sistema.


Difficile decidersi ad aggiungere qualcosa alle tante – troppe? – reazioni al ritorno al potere dei Talebani in Afghanistan. Una sovrapposizione di voci che ha finito con il soffocare l’unica che realmente conta: quella degli afghani, che probabilmente nell’immediato futuro si farà sempre più flebile.

Non sorprende che, stante l’inadeguatezza dei responsabili, si ricerchi l’eroismo nei comuni. In Tommaso Claudi, 31 anni compiuti pochi giorni fa, secondo segretario della Cancelleria consolare, rientrato in Italia con l’ultimo volo nazionale da Kabul e per alcuni giorni unico esponente del corpo diplomatico italiano rimasto in Afghanistan. Dopo il ritorno al potere dei Talebani, Claudi si è reso protagonista di un’incessante opera di rimpatrio di nostri connazionali, anche del mondo dell’associazionismo e della cooperazione internazionale, oltre che di afghani. Una foto che lo ritrae mentre aiuta un bambino a superare il muro dell’aeroporto di Kabul ha fatto il giro del mondo sull’onda dei media. Una vicenda, in questo caso con esiti lieti, che a tratti ricorda quanto tragicamente accaduto la primavera scorsa con l’assassinio in Congo dell’ambasciatore Luca Attanasio, ucciso insieme al carabiniere della scorta Vittorio Iacovacci e all’autista Mustapha Milambo.

A rendere meno amaro il ritiro scomposto degli Stati Uniti e del resto dell’Occidente dall’Afghanistan – il «successo straordinario» di cui Joe Biden, nella sua banalità, ha detto di essere fiero – bisogna nuovamente leggere fra le pieghe delle storie comuni. Una volta di più tinte del sangue di civili e soldati, afghani e statunitensi, uomini e donne e bambini, mescolato come accade in ogni guerra. È la storia e l’epilogo di Nicole Gee, 23 anni appena, morta con altri dodici militari statunitensi e numerosi civili afghani nell’attentato kamikaze del 26 agosto scorso al Karzai Airport di Kabul. «Amo il mio lavoro», aveva scritto Gee sotto la foto pubblicata pochi giorni prima sul proprio account Instagram, che la ritraeva mentre in mimetica cullava uno dei fanciulli afghani passati attraverso il filo spinato dai familiari disperati. Poche ore dopo, un’altra foto – dove Gee scortava alcune ragazzine agli aerei in partenza – aveva scatenato commenti sessisti.

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«Era una guerriera, lavorava ispirata da Dio. Sempre alla ricerca di donne e bambini afghani fra la folla, per aiutarli a uscire dal Paese», la descrive il capitano Karen Holliday. Nicole Gee sul campo avrebbe dovuto svolgere solo il compito di tecnico di manutenzione, ma era stata promossa a sergente con merito grazie al suo impegno costante e a punteggi perfetti. Ecco un carattere dell’eroismo: fare più di quanto il dovere imporrebbe. Nessun “sei politico”, tanto meno geopolitico. Come nella vita di Monica Graziana Contrafatto, bronzo nei 100 metri piani alle paralimpiadi di Tokyo, al termine di una gara che ha regalato un podio tutto italiano. Nel 2012 Contrafatto è caporal maggiore dei bersaglieri in missione in Afghanistan: è durante l’attacco alla base italiana il 24 marzo di quell’anno che viene ferita da un’esplosione che in seguito le costa l’amputazione della gamba destra e interventi a intestino e mano. «Voglio dedicare la mia medaglia a quel Paese che mi ha tolto qualcosa ma in realtà mi ha dato tanto, l’Afghanistan», ha detto. Lo stesso Afghanistan che si intreccia alla vita del maggiore Annamaria Tribuna, 46esima Brigata Aerea di Pisa, la pilota che nei giorni scorsi, al decollo da Kabul con un C-130J su cui c’erano decine di civili afghani in fuga, ha evitato il fuoco delle mitragliatrici che da terra sparavano raffiche in aria, con ogni probabilità per mano di gruppi di Talebani.

Alcuni eroi, inevitabilmente, assumono tratti romantici, sapore d’avventura, destinati a scontrarsi con le logiche della realtà. È accaduto alle guerrigliere curde del conflitto contro il Califfato islamico, celebrate dai media e dal cinema sulle note di “Bella ciao!” e poi tradite dal gioco delle potenze mondiali, al pari del resto del loro popolo. Ora è la volta, ancora una volta, del Panjshir e dei suoi eroi: ieri il leggendario comandante Ahmad Shah Massud, il “Leone del Panjshir”, veterano della resistenza all’Unione Sovietica e ai Talebani, ucciso nel 2001 in un attentato terroristico; oggi suo figlio e continuatore dell’opera Ahmad Massud, nuovo leader della resistenza al regime. «Mio padre mi ha insegnato una cosa: che la forza di un popolo è fatta, ben oltre la disparità dei mezzi fisici, dallo spirito di resistenza. È questo che conta. Bisogna credere con ogni forza nella missione che ci viene assegnata, e questa missione, per me, è irrevocabile, qualunque sia il prezzo da pagare», ha detto Ahmad Massud in una recente intervista a Bernard-Henri Lévy. Ce n’è più che per imbastire un romanzo, ma soprattutto per riflettere.

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Ci sono poi le innumerevoli storie eroiche di chi è rimasto in Afghanistan: i manifestanti della prima ora a Jalalabad, armati della bandiera nazionale afghana e dispersi a colpi di mitra; le donne coraggiose di Herat, delle università e dell’informazione televisiva, vittime che non possono attendere dalle potenze mondiali speciose valutazioni sull’operato di un regime che da più di vent’anni appare già fin troppo chiaro; i tanti operatori di pace, anche italiani, rimasti al fianco della popolazione afghana; e, ancora, le infinite storie del quotidiano che mai susciteranno l’interesse della grande narrazione mediatica.

E poi i cristiani. Secondo Open Doors, associazione che supporta i cristiani perseguitati a causa fede, la loro condizione in Afghanistan è seconda solo a quella in Corea del Nord. Nonostante questo, al di là di tanta retorica bipartisan pre e post-elettorale, l’amministrazione Biden si è finora dimostrata poco sensibile alla sorte delle minoranze religiose in Afghanistan. Nei giorni scorsi la Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale (Uscirf) ha riconosciuto «che il governo degli Stati Uniti sta lavorando 24 ore su 24 per evacuare i cittadini americani e gli afghani con affiliazioni statunitensi e continuiamo a sollecitare che le minoranze religiose afghane dovrebbero essere incluse in questo sforzo. Inoltre, esortiamo l’amministrazione Biden ad agire immediatamente per ampliare la recente designazione P-2 (il programma “Priority 2” per l’ammissione prioritaria di rifugiati negli Usa, ndr) per includere esplicitamente le minoranze religiose afghane, in riconoscimento dei gravi rischi che già affrontano, che potranno solo aumentare dopo la fine dell’evacuazione». Che si è conclusa, lasciandoli sempre più soli.

“Enduring Freedom”, “Libertà duratura”, si chiamava l’operazione contro il terrorismo internazionale avviata nel 2001 in Afghanistan da George W. Bush, all’indomani dell’attacco alle Torri gemelle. Oggi, dopo vent’anni, quattro Presidenti Usa, quasi 2.300 miliardi di dollari spesi dagli Stati Uniti (10 miliardi di dollari la cifra “investita” dall’Italia) e 241mila morti su tutti i fronti (53 le vittime italiane) il risultato è una ritirata in grande stile.

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Il principale, consapevole errore? Aver finanziato una guerra che ha arricchito per due decenni l’industria degli armamenti e le sue lobby, ma che ha costruito pressoché nulla in termini di vera libertà là dove questa andava edificata. «Intervenire da fuori e costruire in altri Paesi la democrazia», si diceva.

Altro che lotte, primavere e sogni: gli eventi in Afghanistan hanno dimostrato che la libertà – certa libertà – è eterna finché dura. Democrazia “usa e getta”, logica conseguenza del consumismo. Quanto potrà durare l’emozione per la vita o la morte, per i bambini e le donne, per la dignità e il futuro delle giovani generazioni dell’Afghanistan? In altri casi il tempo di una foto, e nulla al momento fa pensare che questa volta sarà diverso. Tradimento, inaffidabilità e superficialità è l’immagine che ha dato di sé l’Occidente in Afghanistan. E non c’è fama peggiore, e più duratura, soprattutto lungo la strada della pace. Abbiamo bisogno di imparare dagli eroi, abbiamo bisogno di imparare dagli errori.

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