Nella preghiera per Biden O’Donovan cita Francesco. E Cushing, per JFK, anticipò il Papa

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Unità e memoria, ma anche papa Francesco nell’invocazione del gesuita Leo O’Donovan per l’amministrazione Biden. Cos’è cambiato dall’invocazione del card. Richard J. Cushing al tempo di John Fitzgerald Kennedy. L’importanza (politica) di una sponda religiosa e le recenti fratture nella comunità cattolica negli Stati Uniti.

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Per la prima volta papa Francesco trova ufficialmente spazio nella cerimonia di insediamento di un presidente degli Stati Uniti. «Papa Francesco ci ha ricordato quanto sia importante sognare insieme. “Da soli”, ha scritto, “rischiamo di vedere miraggi, cose che non ci sono. I sogni, invece, si costruiscono insieme”», ricorda padre Leo J. O’Donovan s.j. nell’invocazione recitata ieri alla cerimonia di insediamento di Joe Biden. Il riferimento è con ogni probabilità al n. 8 dell’enciclica Fratelli tutti, anche se la frase di Francesco risale propriamente al discorso pronunciato nell’incontro ecumenico e interreligioso con i giovani a Skopje, nella Macedonia del Nord, nel 2019.

Ricorrente il tema dell’unità nella diversità, esemplificato anche dalla parte più fashion della cerimonia di insediamento di Joe Biden, con gli interventi di un’italoamericana (Lady Gaga), di una latinoamericana (Jennifer Lopez) e di un’afroamericana (la poetessa Amanda Gorman). «Siamo un popolo di molte etnie, credenze e colori, origini nazionali, culture e stili, ora molto più numerosi e la nostra terra molto più vasta di quando l’arcivescovo John Carroll scrisse la sua preghiera per l’inaugurazione di George Washington 232 anni fa», spiega padre O’Donovan.

L’invocazione di padre Leo J. O’Donovan è un misto di fede, memoria e speranza di ricomposizione, come back del resto il discorso di Joe Biden. «L’arcivescovo Carroll ha pregato che Tu, o Creatore di tutti, aiutassi con il Tuo spirito di “santo consiglio e fortezza, il Presidente di questi Stati Uniti, affinché la sua amministrazione possa essere condotta in rettitudine ed essere estremamente utile per il tuo popolo”. Oggi confessiamo i nostri fallimenti», prosegue padre O’Donovan.

Scontato il riferimento a Salomone, meno quello alla Lettera di Giacomo. «Per il nostro nuovo Presidente, Ti supplichiamo la saggezza cercata da Salomone quando si è inginocchiato davanti a Te e ha pregato per avere un cuore comprensivo in modo da governare il Tuo popolo e conoscere la differenza tra giusto e sbagliato. Confidiamo nel consiglio della lettera di Giacomo: “Se a qualcuno di voi piace la saggezza, chieda a Dio che dona generosamente a tutti senza trovare colpa e vi sarà data”».

Potrà sembrare una tradizione ormai svuotata di senso, e forse da un punto di vista religioso lo è davvero, ma l’importanza politica dell’adozione di una sponda religiosa è evidente. Lo dimostra anche il recente chiacchiericcio attorno alle presunte responsabilità della comunità cattolica statunitense nei fatti di Washington e la presa di posizione assunta da padre James Martin s.j., lgbt-star intervenuta alla convention democratica dello scorso novembre: secondo il gesuita «i leader cattolici hanno contribuito a innalzare la violenza al Campidoglio degli Stati Uniti» con le critiche mosse dalla Conferenza episcopale statunitense a Joe Biden in tema di aborto.

Critica, ma decisamente più circostanziata, l’analisi dei fatti proposta dal card. Timothy Dolan, arcivescovo di New York, in riferimento alla derive violente di Capitol Hill e alle responsabilità di Donald Trump. «Tutto sembra esacerbato dal fatto che l’uomo che dovrebbe essere una voce della ragione e incoraggiarci alla legge, all’ordine, alla civiltà e all’unità, vale a dire il Presidente, sembra essere colui che alimenta queste fiamme». Del resto, anche l’intervento dello stesso Dolan alla cerimonia di insediamento di Trump del – reso ormai lontanissimo dai recenti fatti – 2017 suonava già orientato alla cautela: nove versetti tratti dalla cosiddetta Preghiera di Salomone per ottenere la sapienza (Sap 9,1-6.9-11). «Dio dei padri e Signore della misericordia, […] dammi la sapienza, che siede accanto a te in trono…». Da parte del card. Dolan la lungimirante comprensione di una necessità del nuovo Presidente, verrebbe da dire con una punta di amara ironia, insieme alla prudente esclusione dei versetti 7-8, che fanno riferimento al ruolo di re e di giudice di Salomone per Israele: come a dire di non soffiare sul fuoco di un ego già ipertrofico.

Papa Francesco ha finora rivolto direttamente un unico pensiero pubblico «al popolo degli Stati Uniti d’America, scosso dal recente assedio al Congresso», come ricordato all’Angelus del 10 gennaio scorso. Il Pontefice esorta allora, fra l’altro, «le Autorità dello Stato e la popolazione a mantenere un alto senso di responsabilità». Colpisce, pertanto, doppiamente per attualità la preghiera recitata dal card. Richard J. Cushing, arcivescovo di Boston, in occasione dell’insediamento di John F. Kennedy nel 1961, primo presidente di religione cattolica nella storia degli Stati Uniti. Molteplici richiami alla responsabilità caratterizzano l’intera orazione, fin dai primi passaggi. «Affinché possiamo conoscere, come uomini, le nostre responsabilità personali; affinché possiamo conoscere, come americani, le nostre responsabilità politiche, sociali e umanitarie; affinché possiamo conoscere, come cittadini del mondo, le nostre responsabilità globali verso noi stessi e i nostri simili; affinché possiamo conoscere, come figli di Dio, le nostre responsabilità verso il Padre dell’umanità; illuminaci, o Signore, affinché possiamo sapere come combinare tutte queste responsabilità in un principio di responsabilità permanente; illuminaci affinché possiamo conoscere come mettere questo principio di responsabilità nella pratica quotidiana, sia nell’ideale sia nell’azione, in questi tempi difficili ma pieni di speranza».

Nel suo riferirsi alla responsabilità, il card. Cushing chiama in causa espressamente la nuova amministrazione Kennedy. «In questo 20° giorno di gennaio 1961 – 1.961 anni dopo la nascita di Cristo – in occasione dell’insediamento di John Fitzgerald Kennedy come presidente degli Stati Uniti d’America, dai a lui, o Dio onnipotente, al suo Gabinetto, al Congresso, alle corti degli Stati Uniti e tutti noi la grazia per svolgere con piena responsabilità personale i nostri doveri di uomini liberi». Poetiche, tanto quanto proprie di un’epoca che ci appare ormai lontana – forse anche dalla nostra sensibilità politica – le parole con le quali il card. Cushing conclude la sua invocazione. «Signore degli uomini e delle nazioni […] poni le tue mani sulle sue mani, poni il ​​tuo spirito nel suo cuore, poni la tua giustizia e la tua pace, il lavoro della giustizia, in tutti i suoi programmi e lascia che questa terra – e tutte le terre – si muovano avanti sotto la tua guida e attraverso la sua leadership verso nuove frontiere in pace, progresso e prosperità. Amen». A gloria di Dio. More or less, più o meno.

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